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IL CORPO DI JONAH BOYD 
.David Leavitt
E poi c’era Boyd. Devo essere onesto: fin dal primo momento la sua presenza mi disorientò. Mentre Clifford era grande e grosso, una specie di giocatore di football, ma perennemente distratto, sempre con la testa altrove - il tipo d’uomo che ha l’abitudine cronica di allacciarsi male la camicia - Boyd era così perfettamente armonioso che faceva paura. Inoltre, aveva quel modo di sorriderti che ti faceva accapponare la pelle e allo steso tempo ti eccitava - una specie di smorfia infantile, ma anche ipnotica. Sarò onesto con te, era un uomo affascinante. E non sembrava uno scrittore. Tanto per incominciare aveva una postura perfetta. Mentre la maggior parte di noi scrittori ha la schiena curva e il culo flaccido a furia di star seduti per anni alla scrivania, lui aveva la schiena dritta come un righello. E aveva un buon odore - non di colonia, più di spezie. Chiodi di garofano, cannella. Aveva lo stesso odore di quei maledetti quaderni. Tutto in lui era pulito, persino i baffi, che sembravano sempre freschi di shampoo. Era così signorile che lasciò mia madre di stucco, la stese praticamente. In quegli anni non erano di moda la cavalleria o l’etichetta. Gli uomini dovevano prendersela comoda, mentre una donna, se un uomo le apriva la porta poteva tirargli un cazzotto in faccia. In questo senso, Boyd era totalmente anacronistico, e se la faceva franca era perché era anche qualcos’altro: sprigionava questa virilità intensa cui le donne reagivano quasi immancabilmente. Mia madre non costituì un’eccezione.
Comunque ti puoi immaginare com’ero sbalordito quando lui dimostrò tanto interesse per me. Insomma, a quel punto, rispetto alla mia scrittura, nessuno tranne forse mio fratello mi aveva mai dato il benché minimo incoraggiamento. Ero davvero solo, in questo. Mia madre ci provava, ma c’era qualcosa di così automatico nelle sue lodi, che non riuscivo a prenderle sul serio. Mio padre si limitava a correggermi la grammatica. Ripensandoci, credo che fosse questa la ragione del mio egocentrismo, cercavo una compensazione per l’isolamento che provavo dandomi importanza, prendendomi a pacche sulle spalle da solo perché non lo faceva nessun altro.
Boyd invece, appena scoprì che scrivevo, mi trattò come un vero scrittore. Ed era fantastico, era come una droga. Mi parlò delle mie poesie in un modo che lasciava intendere che gli interessavano davvero, che non stava cercando di compiacermi. E quando venne il mio turno di leggere, dopo di lui - be’, desideravo solo che Mark fosse lì, perché lui sarebbe stato felice in un modo diverso dagli altri. Mark era sempre buono con me in questo senso.
Naturalmente, la poesia che lessi faceva schifo. Non c’è bisogno che te lo dica. Eppure Boyd applaudì, e siccome lui aveva applaudito, mia madre lo imitò e poi tutti gli altri. E quando terminai la lettura, sembrava che lui fosse così entusiasta di tutto, da non desiderare altro che continuare a parlare di scrittura, e così andammo in camera mia. Si tolse le scarpe. Ricordo che misi sul giradischi l’album "Blue" di Joni Mitchell, e poi. lo tolsi immediatamente, perché come potevo discutere di letteratura con Joni Mitchell che gemeva sullo sfondo? Inoltre, all’improvviso mi venne in mente che la mia passione per Joni Mitchell poteva sminuirmi agli occhi di Boyd, indebolire la mia aura di autentico poeta. Così misi il disco delle Enigma Variations che mi aveva regalato Mark. Era l’unico album di musica classica che possedevo. Ci sedemmo sul pavimento e - sì - Boyd fece a pezzi la mia poesia. La smembrò, pezzo per pezzo. Mise a nudo ogni imperfezione tecnica, ogni caduta tonale. Non gli sfuggiva niente. Mi fece notare dove ero ampolloso e dove verboso. E poi, dopo avermi strigliato a dovere, mi mostrò i versi (non più di tre, temo) che considerava veramente buoni, e a suo parere facevano sperare che fossi un vero poeta. Naturalmente, se mi fossero state mosse da chiunque altro, quelle critiche mi avrebbero fatto imbestialire. Le avrei respinte senza pensarci un minuto. Ma Boyd, che non mi stava coprendo di lodi sperticate, come faceva mia madre, e che sembrava aver effettivamente riflettuto sulla poesia, be’, lui dovevo ascoltarlo. Era quasi esilarante, essere fatti a pezzi a quel livello. E naturalmente il suo istinto era infallibile. Non era come sentirsi dire da mio padre, "Nella terza stanza sbagli l’uso dei tempi, scrivi giaceva invece di giacque." No, con lui era come sentirsi dire: "Questo verso è pieno di vita, quest’altro no." E poi, non appena me lo faceva notare, capivo che aveva colto nel segno. E così lo presi assolutamente alla lettera. Era l’unica cosa da fare.
C’era qualcosa di straordinario nel sedergli accanto, qualcosa di caldo e vivo e reattiVo, persino nella sua postura. Il fatto è che Boyd - ci ho pensato molto da allora - era forse l’essere umano più fisico che avessi mai conosciuto. Non è molto chiaro, mi rendo conto. Quello che voglio dire è che in lui il dualismo corpo/mente sembrava ridursi a un fatto irrilevante. Persino il suo cognome era un anagramma di corpo: body in inglese. E quando scriveva era come se la prosa uscisse di getto, letteralmente, dalla sue dita. I quaderni erano incredibili in questo senso. Non faceva alcuna revisione, non eliminava niente, non cancellava neanche una parola. La prosa - ebbene sì - scorreva. Boyd scriveva come la maggior parte di noi fa pipì! A quanto diceva, per lui scrivere era come andare in trance, e poi trascrivere ciò che aveva udito. Sì, faceva delle ricerche - ma molto meno di quanto si potrebbe pensare. In seguito, quando lessi i suoi libri attentamente, trovai un’infinità di errori - errori storici, citazioni e attribuzioni sbagliate, inesattezze così grossolane che non riuscivo a capacitarmi che gli fossero sfuggite. Per esempio, in Gonesse, faceva incontrare qualcuno con Proust a una festa tre anni dopo che Proust era morto. Confonde Schubert con Schumann. Arriva a dire che gli Champs-Elisées sono sulla rive droite! Non è che non fosse ben informato, non era questo il problema - leggeva moltissimo, e in realtà conosceva la storia europea molto meglio di me - ma non prendeva mai appunti. Si affidava alla sua memoria, che era, a dir poco, fallace. E poiché appariva così sicuro di sé, e nell’insieme i suoi prodotti erano sempre ben confezionati, i redattori non lo mettevano mai in discussione né controllavano l’accuratezza dei suoi scritti. Davano per scontato che Boyd sapesse esattamente di cosa stava parlando. E questo vale per tutti noi.
Bibliographic references
David Leavitt, Il corpo di Jonah Boyd, Mondadori, 2005, pp. 170-174
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