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UNA STORIA DI AMORE E DI TENEBRA 
.Amos Oz
Il prossimo Shabbat, così si diceva da noi, il sabato mattina, tutti i delegati dell’Assemblea generale si sarebbero riuniti in un luogo chiamato Lake Success, e avrebbero decretato il nostro destino: "Vivere o morire!", esclamò il signor Abramsky. Mentre la signora Ioshia Krokmal portò dall’ospedale delle bambole di suo marito una prolunga della macchina da cucire elettrica, sì che i Lemberg potessero tirare fuori il loro nero e pesante apparecchio radio e metterlo sul tavolo del balcone (era l’unica radio di tutta via Amos, se non di tutto il quartiere di Kerem Abraham). Lassù sul balcone dei Lemberg, la radio sarebbe stata accesa al massimo del volume. Mentre tutti noi come un sol uomo ci saremmo radunati da loro, in cortile, per la strada, sul balcone di sopra e su quello di fronte, sul marciapiede, davanti al cortile, di modo che tutta la via sentisse "la trasmissione dal vivo" (così si definiva all’epoca una trasmissione "in diretta"), e sapesse subito quale sarebbe stato il verdetto e che cosa ci avrebbe riservato il futuro ("sempre che ci sia spazio per qualche futuro, dopo questo Sabato").
"Lake Success," spiegò papà, "in ebraico significa: lago del successo. Vale a dire, la metamorfosi del mare di lacrime che in Bialik raffigura il destino del nostro popolo. Sua altezza," aggiunse, "noi per certo questa volta vi concederemo di partecipare all’evento, nell’ambito del vostro nuovo status di smaccato lettore di giornali nonché nel contesto del vostro ruolo di commentatore strategico e politico."
Mamma disse:
"Sì, però con il maglione. Fa già freddo".
Solo che quel sabato mattina risultò che la fatale votazione si sarebbe svolta a Lake Success nelle prime ore del pomeriggio, quando da noi sarebbe stata ormai sera inoltrata, data la differenza di fuso orario fra New York e Gerusalemme. O forse non a causa del diverso fuso, piuttosto per via del fatto che Gerusalemme si trovava in un posto sperduto, oltre i Monti di Tenebra, lontano dal mondo vero, e tutto ciò che accadeva laggiù arrivava da noi sempre e solo come l’eco di un’eco, fievole, sbiadita, e sempre con grande ritardo. La votazione, così si calcolò da noi, si sarebbe svolta a un’ora ormai molto tarda per Gerusalemme, intorno a mezzanotte, un’ora in cui questo bambino dovrebbe ormai dormire nel suo letto perché comunque anche domani ci si dovrà alzare per andare a scuola.
Fra papà e mamma passò qualche rapida frase, ci fu una breve trattativa in polacco shzapageno o in russo yanikaeviano, e a conclusione mamma disse:
"Forse, comunque, conviene che questa sera tu vada a dormire come al solito, noi ci siederemo in cortile vicino al muretto a sentire la trasmissione dal balcone dei Lemberg, e se l’esito sarà buono allora ti sveglieremo foss’anche mezzanotte, per raccontarti tutto. Promesso".

Oltre mezzanotte, verso la fine della votazione, mi svegliai. Il mio letto stava sotto la finestra che dava verso la strada, e non ebbi che da tirarmi su, mettermi in ginocchio e sbirciare tra le fessure delle persiane. Da tremare.
Come dentro un sogno spaventoso, stavano strette e mute e immobili sotto la luce giallastra del lampione frotte di ombre dritte nel nostro cortile, in quelli vicini, sui marciapiedi, sulla strada, come una riunione plenaria di spettri taciturni sotto quella luce diafana, su tutti i balconi, centinaia di uomini e donne e nemmeno un fruscio, vicini e conoscenti ed estranei, alcuni in abiti già da notte e altri in giacca e cravatta, qua e là qualche signore con cappello o berretto. Donne a capo scoperto e altre in vestaglia e con il fazzoletto in testa, su qualche spalla bambini addormentati, in fondo alla folla una vecchia seduta su uno sgabello o un anziano portato fuori per strada sulla sedia.
Tutta questa gente pareva pietrificata dentro un silenzio notturno spaventoso, quasi non fossero persone vere e invece sagome scure disegnate sopra la volta baluginante della tenebra. Come se fossero tutti morti, in piedi. Non una parola non un colpo di tosse non una pedata. Non una zanzara che ronzasse. Solo la voce profonda, ruvida, del giornalista americano che sbucava dalla radio a tutto volume e faceva fremere l’aria della notte, o forse era la voce stessa di Osvaldo Arania del Brasile, il presidente dell’Assemblea dell’Onu. Uno dopo l’altro, leggeva i nomi degli ultimi stati della lista, secondo l’alfabeto inglese, e subito dopo rimbombava nel microfono l’esito del voto. United Kingdom: abstence. Union of Soviet Socialist Republics: yes. United States: yes. Uruguay. sì. Venezuela: si. Yemen: contro. Iugoslavia: astenuta.
Poi la voce si fermò di colpo. D’un tratto un silenzio d’altri mondi scese e agghiacciò tutta la scena, un silenzio terrificante, un silenzio di tragedia, un silenzio pieno di fiati sospesi quale non avevo mai sentito in vita mia né mai più sentii, prima e dopo di allora.
Poi la voce spessa, un poco rauca, riprese a far tremare 1 aria attraverso la radio, e a ricapitolare con una secchezza ruvida ma gravida di allegria: trentatré a favore. Tredici contro. Dieci astenuti e uno stato assente dall’assemblea. La proposta era accolta.
Con ciò, la voce fu inghiottita da un ruggito sbucato dalla radio, che risaliva dalle gallerie della sala di Lake Success impazzite di gioia, e dopo altri due o tre secondi di sbigottimento, di labbra schiuse come per sete e di occhi sgranati, di colpo anche la nostra strada sperduta ai margini di Kerem Abraham nel Nord di Gerusalemme scoppiò in un primo urlo tremendo, che lacerò il buio e le case e gli alberi, un urlo che si lancinò da solo, un urlo non di gioia, non aveva nulla a che vedere con il grido di tifosi sportivi, non assomigliava a nessun furor di popolo, forse era piuttosto una specie di esclamazione di orrore e sconcerto, un grido da cataclisma, un urlo che spaccava le pietre, ecco cos’era, che raggelava il sangue, quasi che tutti i morti già uccisi e quelli che sarebbero stati uccisi in futuro avessero avuto in quel momento un infinitesimo istante per gridare, e subito dopo ecco che quel primo urlo orripilato si trasformò in una moltitudine di grida di gioia e in una notte di festa e di "il popolo d’Israele vive!" e qualcuno che tentava invano di cominciare a cantare l’inno e strilli di donne e applausi e "qui nella terra degli avi", e tutta la folla che pian piano cominciava a muovere in tondo come mescolata dentro un gigantesco mastello e niente più confine fra lecito e proibito, così saltai dentro un paio di pantaloni ignorando camicia e maglione, e mi catapultai d’un balzo fuori dalla nostra porta, mentre le mani di qualche vicino o di un estraneo mi sollevavano perché non fossi calpestato e mi passarono avanti, stavo volando di mano in mano, sinché non atterrai sulle spalle di mio padre presso il cancello del nostro cortile: mio padre e mia madre erano abbracciati, avvinti l’uno all’altra come due bambini smarriti nel bosco, come non li avevo mai visti né mai più li vidi, ne prima né dopo quella notte, e io per un momento stetti fra loro in mezzo alloro abbraccio e poi di nuovo sulle spalle di papà e lui, mio padre, sempre così civile ed educato, lui ora urlava con quanto fiato aveva in gola, non parole né giochi di parole e nemmeno slogan sionisti o grida di gioia, no, era un urlo lungo, nudo, come di prima che inventassero le parole.

Altri invece già cantavano, tutta la folla cantava, credimi verrà il giorno o qui nella terra degli avi, o Sion mia meraviglia, o sui monti brilla la nostra luce, o da Metullah al Neghev, ma mio padre che non sapeva cantare o forse non conosceva le parole di quei ritornelli, mio padre invece di tacere liberò tutta la sua voce in quell’urlo lungo fino in fondo ai suoi polmoni aaaahhhhhhhhhhhhh e quando finiva l’aria inspirava di nuovo, come chi affoga, e riprendeva a urlare, quell’uomo che avrebbe tanto desiderato diventare un distinto professore ed era altro che degno di diventarlo, adesso invece era tutto solo un aaaahhhhh. E io vidi stupefatto la mano di mia madre che passava sul capo sudato di lui e sulla nuca e subito la sentii, la sua mano, anche sul mio capo e sulla schiena perché forse anch’io, senza rendermene conto, mi ero messo a dar manforte all’urlo di mio padre, e la mano di mia madre continuava ad accarezzarci entrambi, forse per quietarci o forse no, forse non per quietarci, forse dal profondo anche lei cercava di partecipare con lui e con me al nostro urlo, insieme a tutta la via e a tutto il vicinato e a tutta la città e a tutto il paese, anche la mia malinconica madre questa volta faceva del suo meglio per prendere parte (no, certo non tutta la città, solo tutti i quartieri ebraici, perché invece Sheikh Jarakh e Katmon e Baqaa e Talbiyeh quella notte certamente udirono noi ma si avvolsero in un silenzio che forse assomigliava molto a quello terrificante che era calato su tutti i quartieri ebraici prima che fosse noto l’esito della votazione. A casa Siluani, a Sheikh Jarakh e a casa dei genitori di Aisha a Talbiyeh e a casa di quel signore del negozio di abbigliamento da donna, quell’adorato Geppetto con le pesanti borse di lacrime sotto gli occhi buoni, a casa loro quella notte nessuno festeggiò. Udirono le voci di gioia dai quartieri ebraici, forse si misero alla finestra a guardare qualche sparuto fuoco artificiale che spezzò il buio del cielo, in silenzio e a denti stretti. Persino i pappagalli tacquero. E anche la fontanella della vasca in giardino. Anche se né Katmon né Talbiyeh né Baqaa ancora potevano sapere che nel giro di cinque mesi sarebbero caduti, deserti e intatti nelle mani degli ebrei, e in tutte le case di pietra rossastra con le volte e le tende e le nicchie e gli archi sarebbero arrivati dei nuovi inquilini).

Poi in via Amos e in tutta la borgata di Kerem Abraham e negli altri quartieri ebraici vi furono danze e lacrime, comparvero bandiere e slogan scritti su teli di stoffa, e macchine che suonavano il clacson e Verso Sion prodigio e bandiera, Qui nella terra degli avi e da ogni sinagoga sbucavano i suoni dello shofar, del corno di montone, i rotoli della Torah furono tirati fuori dall’Arca santa e portati in festa nella danza, e A Yavne in Galilea, Cantate guardate e vedete/questo grande giorno e più tardi, alle ore piccole della notte, si aprì improvvisamente il negozio del signor Auster e si aprirono tutti i chioschi in via Sofonia e in via Gheulla e in via Chanselor e in via Giaffa e in via King George, aprirono i bar di tutta la città e ancora all’alba distribuivano gratis bevande leggere e dolci e torte e anche bevande alcoliche, e di mano in mano di bocca in bocca passavano bottiglie di succo e birra e vino, e c’erano sconosciuti che si abbracciavano per le strade e si baciavano piangendo, e poliziotti inglesi sbigottiti trascinati anche loro nelle danze e ammorbiditi con pinte di birra e liquore, e sui corazzati dell’esercito britannico gente in festa che s’arrampicava e issava in cima bandiere di uno stato che non era ancora nato ma quella notte, a Lake Success, era stato deciso che sarebbe potuto nascere. E sarebbe nato, sì, dopo ancora centosessantasette giorni e notti, il venerdì 14 maggio del 1948, ma uno su cento di tutta la popolazione ebraica, uno fra cento uomini e donne e anziani e bambini e poppanti tutti compresi, uno fra ogni cento di quei danzatori festanti che bevevano e piangevano di felicità, uno su cento di quel popolo giubilante quella notte di festa per le strade, sarebbe morto nella guerra che gli arabi intrapresero meno di sette ore dopo la decisione dell’Assemblea generale a Lake Success. In loro aiuto arrivarono, alla partenza dell’esercito inglese, le forze della Lega araba, battaglioni di fanteria e mezzi corazzati e artiglieri e aerei da combattimento e bombardieri: da sud e da est e da nord invasero il paese gli eserciti regolari di cinque stati arabi, con l’intenzione di porre fine allo stato entro un giorno o due, dal momento della dichiarazione.
Ma, mentre galleggiavamo dentro la notte del 29 novembre 1947, io a cavalcioni sulle sue spalle, fra cordoni di gente che festeggiava ballando, mio papà mi disse, non come per chiedermelo, no, me lo disse piuttosto come per puntellare la sua stessa percezione del momento, disse mio padre: tu guarda solo bimbo mio, guarda solo ben bene figliolo, con sette occhi guarda per favore tutto questo, perché questa notte figliolo tu non la dimenticherai sino alla fine della tua vita e di questa notte racconterai ai tuoi figli nipoti e nipotini, ancora per molto tempo dopo che noi ormai non saremo più qui.
Bibliographic references
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli, 2005, pp. 426-430
Titolo originale: A tale of love and darkness
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