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IL PETALO CREMISI E IL BIANCO 
.Michel Faber
Attento. Tieni la testa a posto: ti servirà. La città in cui ti conduco è vasta e intricata, e tu non ci sei mai stato prima. Puoi immaginare, da altre storie che hai letto, di conoscerla bene, ma quelle storie ti hanno illuso, accogliendoti come un amico, trattandoti come se fossi uno del posto. La verità è che tu sei un alieno, in tutto e per tutto, arrivato da un altro tempo e da un altro luogo.
Quando ho catturato il tuo sguardo la prima volta e tu hai deciso di seguirmi, probabilmente pensavi di arrivare qui e sentirti a casa. Ma adesso ci sei davvero, in quest’aria fredda, tagliente, trascinato nell’oscurità più nera, e inciampi su un terreno accidentato, senza riconoscere nulla. Scrutando a destra e a sinistra, strizzando gli occhi contro il vento gelido, ti accorgi di aver imboccato una strada sconosciuta di case buie piene di gente sconosciuta. E tuttavia non mi hai scelto a caso. Su, risparmiami la ritrosia: tu speravi che avrei soddisfatto desideri che non osi neppure nominare, o almeno che ti avrei intrattenuto un po’. Adesso esiti, ancora aggrappato a me, ma già tentato di abbandonarmi. All’inizio, quando mi hai scelto, non, ti sei reso conto fino in fondo delle mie proporzioni, né ti aspettavi che ti avrei catturato così, e così in fretta. Il nevischio ti punge le guance; piccoli sputi taglienti e gelidi che sembrano di fuoco, braci ardenti nel vento, incominciano a farti male le orecchie. Ma ti sei lasciato sviare, e adesso è troppo tardi per tornare indietro.
È un’ora livida della notte, cinerea e quasi leggibile, come pagine intatte di un manoscritto bruciato. Avanzi arrancando nella nuvola del tuo respiro esausto, e continui a seguirmi. L’acciottolato sotto i tuoi piedi è bagnato e sudicio, l’aria è gelida e acre d’alcol e di sterco che si scioglie pian piano. Da qualche luogo nelle vicinanze arrivano attutite voci ubriache, ma dal poco che riesci a capire non sono certo gli incipit forbiti di un grande dramma romantico; al contrario, ti ritrovi a confidare in Dio che le voci non si avvicinino troppo.
I personaggi principali di questa storia, di cui vorresti diventare intimo amico, non sono qui. Non ti stanno aspettando: tu non significhi niente per loro. Se pensi che abbiano intenzione di lasciare i loro letti caldi per venirti a conoscere, ti sbagli.
Ti chiederai perché ti ho condotto qui. Perché tardano tanto quelli che avresti dovuto incontrare. La risposta è semplice: i loro domestici ti avrebbero lasciato alla porta.
Quello che ti manca sono i contatti giusti, per questo siamo venuti qui, per i contatti. Una persona che non conta nulla ti presenterà a una persona che non conta quasi nulla, e quella persona a un’altra, e cosi via fino a quando potrai finalmente varcare la soglia, quasi come uno di famiglia.
Per questo ti ho condotto qui, in Church Lane, a St Giles, dove ho trovato la persona che fa per te.
Devo avvertirti, però, che partiamo dal basso, dai più vili tra i vili. L’opulenza di Bedford Square e il British Museum saranno anche a poche centinaia di metri, ma tra quei quartieri e questo corre New Oxford Street, un fiume troppo ampio per attraversarlo a nuoto, e tu sei dalla parte sbagliata. Il principe di Galles, te l’assicuro, non ha mai stretto la mano a nessuno degli abitanti di questa strada, né accennato col capo un saluto occasionale, e nemmeno, col favore della notte, saggiato le prostitute. Perché sebbene in Church Lane abitino forse più puttane che in qualunque altra strada di Londra, non si confanno certo ai gusti dei gentiluomini. Per gli intenditori, una donna dopotutto non è soltanto un corpo, e non si può certo pretendere che sorvolino sui letti sudici, lo squallore dell’arredo, i focolari gelidi e l’assenza di carrozze ad attenderli nella via.
Insomma, questo è tutto un altro mondo, dove la prosperità è un sogno esotico remoto come le stelle. Church Lane è il tipo di strada dove anche i gatti sono magri e stralunati per mancanza di cibo, dove gli uomini che si professano lavoratori apparentemente non lavorano mai e le cosiddette lavandaie di rado lavano qualcosa. I benefattori non possono fare alcun bene qui, e vengono ricacciati con la disperazione nel cuore e le scarpe sporche di merda. Un ospizio modello per poveri meritevoli, aperto con gran clamore filantropico vent’anni fa, è presto caduto nelle mani di gente di malaffare, ed è ormai in rovina. Gli altri edifici, più vetusti, anche se di due o perfino tre piani, trasudano un’atmosfera sotterranea, quasi fossero stati riesumati da una grande fossa, reperti in decomposizione di una civiltà perduta. Costruzioni vecchie di secoli si sostengo no su stampelle di tubi di ferro, ferite e acciacchi medicati con cataplasmi di stucco, imbracati con corde da bucato, rappezzati con legno marcescente. I tetti sono una disparata accozzaglia, le finestre dei piani superiori incrinate e nere come i mattoni, e il cielo sovrastante più denso di quanto sia l’aria, un cielo a volta come il tetto di vetro di una fabbrica o di una stazione ferroviaria: un tempo scintillante e tersa, ora coperta di lordura.
Comunque, dal momento che sei arrivato alle tre meno dieci di una gelida notte di novembre non sei certo propenso ad ammirare il panorama. La tua preoccupazione immediata è trovare scampo al freddo e al buio, per diventare quello che pensavi di poter essere semplicemente posando la mano su di me: uno di qui.
Bibliographic references
Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco, Einaudi, 2003, pp. 7-9
Titolo originale: The Crimson Petal and the White
Traduzione di Elena Dal Pra e Monica Pareschi
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