TESTO EDITO
IL BALLO DELLA VITTORIA 
.Antonio Skarmeta
Il 13 giugno, giorno di Sant’Antonio da Padova, il presidente decretò un’amnistia per i delinquenti comuni.
Prima di liberare il giovane Ángel Santiago, il direttore del carcere chiese che glielo portassero. Giunse con l’arroganza e la brutale bellezza dei suoi vent’anni, il naso altero, una ciocca di capelli che gli cadeva sulla guancia sinistra, e rimase in piedi sfidando l’autorità con lo sguardo. La grandine colpiva i vetri attraverso le sbarre e scioglieva lo spesso strato di polvere accumulata.
Lo studiò in un batter d’occhio, quindi abbassò lo sguardo sugli scacchi e si accarezzò a lungo il mento pensando quale sarebbe stata, a questo punto, la mossa migliore da fare. - E cosi te ne vai, ragazzino, - disse con accento malinconico, senza smettere di guardare la scacchiera. Poi sollevò il re e pensieroso si mise la piccola croce della corona nello spazio tra i denti superiori. Aveva indosso il cappotto; una sciarpa dì alpaca color caffè, e un bel po’ di forfora sulle sopracciglia.
- Proprio così, direttore. Mi son dovuto digerire due anni qua dentro.
- È chiaro che non dirai che sono passati volando
- Non sono passati volando, signor Santoro.
- Ma quest’esperienza avrà ben avuto qualcosa di positivo.
- Me ne vado con un paio di progetti interessanti.
- Legali?
Il ragazzo giocava a dare dei calcetti allo zaino in cui teneva sue poche cose. Si levò una cispa dall’angolo di un occhio e sorrise ironico cancellando con quel gesto la veridicità della sua risposta.
- Assolutamente legali. Perché mi ha mandato a chiamare, signore?
- Due cose, - disse il funzionario, dandosi dei colpetti sul naso con il re. - Io sto giocando con i bianchi e tocca a me muovere. Qual è la mossa successiva per accelerare lo scacco matto ai neri?
Il giovane guardò con disprezzo la scacchiera e si grattò annoiato il naso.
- E quale sarebbe la seconda cosetta, direttore?
- L’uomo rimise il re sulla casella e sorrise con una tristezza così profonda che le labbra gli si piegarono come se fosse sul punto di piangere.
- Lo sai.
- Non lo so.
Il direttore sorrise:
- Il tuo progetto è uccidermi.
- Lei, non è così importante per la mia vita perché io possa dire che il mio progetto sia ucciderla.
- Però è uno di quei progetti.
- Non c’era motivo, la prima notte, di sbattermi nudo in quella cella piena di bestie. È una cosa che ti rimane addosso, direttore.
- Dunque, mi ucciderai.
Ángel Santiago aguzzò i sensi per l’improvviso timore che qualcuno stesse ascoltando quella conversazione e che una sua risposta avventata potesse mettere in pericolo la sua libertà.
Cauto, disse:
- No, signor Santoro. Non la ucciderò.
L’uomo prese la lampada a braccio che pendeva sulla scacchiera: e la fece ruotare per proiettare la luce come un riflettore della polizia sul viso del ragazzo. La tenne cosi a lungo senza dire nulla e poi l’abbassò; manovrandola per fare in modo che il fascio di luce sciabolasse da un muro all’altro.
Inghiottì saliva e la voce suonò rotta.
- Per quel che mi riguarda, la mia partecipazione, quella notte, fu un atto d’amore. Uno diventa matto di solitudine dietro queste sbarre.
- Stia zitto, direttore.
L’uomo si mise a camminare per la stanza, come per cercare altre parole sul pavimento di graniglia. Infine si piazzò di fronte al giovane, e con drammatica lentezza si sfilò la sciarpa. Senza guardarlo negli occhi, gliela offrì con improvvisa umiltà.
- E vecchia, ma ripara.
Ángel la stropicciò tra le dita con gesto schifato. Per evitare il volto di Santoro, fissò la foto del presidente della Repubblica, l’unica cosa che adornava quel muro roso dall’umidità.
- È una buona sciarpa. Di alpaca. Alpaca peruviana.
Scosso da un brivido, sollevò lo sguardo e affrontò gli occhi del ragazzo.
La frase « atto d’amore » aveva acceso il volto del giovane come se avesse bevuto dei combustibile. Una macchia scarlatta gli copriva le orecchie.
- Adesso posso andarmene, signor Santoro?
L’uomo fece per avvicinarsi a salutarlo, ma la gelida espressione sul volto di Ángel lo trattenne. Allargò le braccia con un gesto rassegnato, come per implorare simpatia.
- Prenditi la sciarpa, ragazzo.
- Mi ripugna avere una cosa sua.
- Dai, prendila. Abbi un poco di compassione.
Il giovane decise che qualsiasi cosa sarebbe stata meglio che ritardare la propria uscita. Andò verso la porta trascinando la sciarpa. Lì si fermò, e dopo essersi inumidito le labbra con la saliva, disse:
- Deve giocare pedone sei regina, i neri si mangiano il pedone, e lei piazza l’alfiere davanti alla dama. Scacco.
Indicazioni bibliografiche
Antonio Skármeta, Il ballo della vittoria, Einaudi, 2005, pp. 3-5
Titolo originale: El baile de la Victoria
Traduzione di Paolo Collo
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