TESTO EDITO
LA MUSICA DI UNA VITA 
.Andreï Makine
Mi sveglio, ho sognato una musica. L’ultimo accordo svanisce in me mentre mi sforzo di distinguere la pulsazione delle vite stipate in questa lunga sala d’attesa, in questo miscuglio di sonno e stanchezza.
Il volto di una donna, là, vicino alla finestra. Il suo corpo ha appena fatto godere ancora un uomo, i suoi occhi cercano tra i passeggeri il prossimo amante. Un ferroviere entra veloce, attraversa la sala, esce dalla grande porta che dà sui binari, sulla notte. Prima di richiudersi, il battente getta nella sala un violento turbine di neve. Quelli che si sono sistemati vicino alla porta si riassestano sulla loro sedia stretta e dura, si rialzano il bavero del cappotto, scrollano freddolosamente le spalle. Dall’altra parte della stazione giunge un sordo scoppio di risa, poi lo stridio di una scheggia di vetro sotto un piede, un’imprecazione. Due soldati, colbacco tirato indietro sulla nuca, cappotto sbottonato, si aprono un varco attraverso il mucchio di corpi raggomitolati. Modi diversi di russare si rispondono, alcuni comicamente accordati. Uno strillo di bambino si stacca nitido dall’oscurità, si esaurisce in piccoli gemiti di suzione, tace. Una lunga lite smussata dalla noia prosegue dietro una delle colonne che sostengono una balconata di legno verniciato. L’altoparlante, sul muro, gracchia, fischia e all’improvviso, con una voce stranamente intenerita, annuncia il ritardo di un treno. Un’ondata di sospiri percorre la sala. In verità, più nessuno aspetta niente. « Sei ore di ritardo... » Potrebbero essere sei giorni o sei settimane. Il torpore ritorna. Il vento sferza le finestre con pesanti raffiche bianche. I corpi sprofondano contro la rigidità delle sedie, gli sconosciuti si stringono gli uni contro gli altri, come scaglie di un unico carapace. La notte mescola i dormienti in un’unica massa vivente - una bestia che assapora con tutte le sue cellule la fortuna di trovarsi ai riparo.
Dal mio posto vedo male l’orologio appeso sopra la biglietteria. Il quadrante del mio, girando il polso, coglie il riflesso dell’illuminazione notturna: l’una meno un quarto. La prostituta è sempre al suo posto, la sua sagoma si staglia sul vetro illividito dalla neve. Non è alta, ma molto larga di fianchi. Sovrasta le file di viaggiatori addormentati come un campo di battaglia coperto di morti... La porta che dà sulla città si apre, i nuovi arrivati portano il freddo, il disagio degli spazi battuti dalla bufera. Il magma umano rabbrividisce e, controvoglia, accoglie queste nuove cellule.
Io mi scuoto, cercando di strapparmi da quell’agglomerato di corpi. Di strappare quelli che mi circondano dall’indistinzione della massa. Quel vecchio appena arrivato che, senza ambire a una poltroncina in questa stazione affollata, stende un giornale sulle mattonelle sudice di mozziconi e neve sciolta, e si conca, schiena contro il muro. Quella donna il cui scialle dissimula i lineamenti e l’età, un essere inconoscibile annegato in un cappottone informe. Un attimo fa, ha parlato nel sonno: poche parole supplichevoli venute forse da anni remoti della sua vita. « L’unico indizio umano che mi resterà di lei», mi dico. Quell’altra donna, quella giovane madre piegata sul bozzolo del suo bambino, che sembra avvolgere in un alone invisibile di apprensione, di meraviglia, di amore. A pochi passi da lei, la prostituta, intenta a negoziare coi soldati: il farfuglio eccitato dei due uomini e il suo sussurro un po’ sprezzante ma caldo e come intriso di gustose promesse. Gli stivali dei soldati scalpicciano sulle lastre del pavimento, s’indovina, fisicamente, l’impazienza che provoca quel corpo dal culo largo e pesante, dal petto che gonfia il cappotto... E, quasi all’altezza degli stivali, il volto di un uomo che, mezzo scivolato dal sedile, il capo rovesciato, dorme, la bocca socchiusa, un braccio che tocca terra. «Un morto su un campo di battaglia», mi dico di nuovo.
Lo sforzo che faccio per salvare da tutto questo anonimato qualche figura individuale si affievolisce. Tutto si confonde nell’oscurità, nella luminescenza torbida, giallo sporco, del lampione sopra l’uscita, nel nulla che si espande a perdita d’occhio intorno a questa città sepolta sotto la tormenta. «Una città degli Urali», mi dico, tentando di collegare questa stazione a un luogo, a una direzione. Ma la velleità geografica si rivela ridicola. Un punto nero perso in un oceano bianco. Questi Urali che si estendono su duemila? tremila chilometri?, questa città, da qualche parte lì in mezzo e, a est, l’infinito siberiano, l’infinito di questo inferno di neve. Anziché situarle, il mio pensiero smarrisce sia questa città sia la sua stazione su un pianeta bianco, disabitato. Le ombre umane che scorgevo intorno a me si fondono di nuovo in un tunica massa. I respiri si mescolano, il borbottio dei racconti notturni si spegne nel ritmo regolare del sonno. Il mormorio della ninnananna recitata più che canticchiata dalla giovane madre mi giunge insieme ai parlottare dei soldati che seguono la prostituta. La porta si richiude dietro di loro, la ventata di freddo attraversa la sala. Il mormorio della giovane madre si colora di un velo di vapore. L’uomo che dorme con la testa rovesciata emette un lungo rantolo e, svegliato dalla propria voce, si raddrizza bruscamente sulla sedia, fissa a lungo l’orologio, si riaddormenta.
So che l’ora che ha appena guardato non aveva alcun significato. Non avrebbe manifestato più stupore constatando che era passata tutta una notte. Una notte o due. O un mese. O un anno intero. Nulla di neve. Più vago di un nessun luogo. Una notte senza fine. Una notte rigettata sul marciapiede del tempo...

[...]

Due giorni prima del concerto, tornò alla casa della cultura della fabbrica, per l’ultima prova. « La generale », come aveva annunciato ai suoi durante il pranzo. Lavorò tutto il pomeriggio, risuonò il programma per intero e si fermò, ricordandosi il consiglio di sua madre: a forza di provare, si perdeva a volte quell’intima vibrazione di novità, quel pizzico di miracolo o di prestidigitazione di cui l’arte non può fare a meno. «E come la fifa, - aggiungeva lei - Se uno non ne ha per niente, è cattivo segno... »
Sulla strada del ritorno, pensò a quella paura benefica, a quel brivido stimolante. Gli era mancato, quella volta, durante la prova. « Suonare in quel bagno di vapore... », si giustificava. La giornata era pesante, lattiginosa, torrida. Una giornata senza colori, senza vita. « Senza fifa», si disse sorridendo. Sua madre gli parlava anche di quei giovani attori che affermavano di non avere mai fifa e a cui Sarah Bernhardt prometteva con ironica indulgenza: «Aspettate un po’, vi verrà col talento. . . »
Perfino sotto il verde dei viali, ristagnava quel torpore afoso, attutendo i rumori, avviluppando gli alberi, le panchine, i pali dei lampioni in un riflesso grigio, quello di una giornata già vissuta, nella quale si fosse rientrati per errore. Aleksej lasciava il viale principale per prendere una scorciatoia quando da un filare d’alberi sbucò una figura che riconobbe subito: il loro vicino, un pensionato che si vedeva spesso seduto in cortile, chino su una scacchiera. Ora, avanzando con passo frettoloso e stranamente meccanico, gli veniva dritto incontro e, tuttavia, sembrava non notarlo. Aleksej stava per salutarlo, stringergli la mano, ma l’uomo, senza guardarlo, senza rallentare il passo, andò oltre. Fu all’ultimissimo istante di quell’incontro mancato che le labbra del vecchio si mossero leggermente. A voce bassa, ma molto distintamente, sussurrò: « Non torni a casa! » E camminò più in fretta, svoltò in una via trasversale.
Aleksej restò un attimo interdetto, non credendo alle proprie orecchie, non capendo nemmeno quanto aveva appena sentito. Poi si precipitò dietro al vecchio, lo raggiunse vicino a un incrocio. Ma prima che avesse potuto chiedergli un chiarimento il vicino bisbigliò, sempre evitando il suo sguardo: «Non torni! Vada via! Si mette male laggiù». E il vecchio sgusciò, con il semaforo già rosso, davanti a un’auto che gli suonò il clacson. Aleksej non lo segui. Aveva appena visto in quel volto che lo evitava la maschera dal lungo naso.
Riprendendosi, constatò fino a che punto le parole del vecchio erano assurde. « Si mette male laggiù». Che delirio. Un incidente? Una malattia? Pensò ai suoi genitori. Ma perché allora non dirlo chiaramente?
Esitò, poi, invece di entrare direttamente nei cortile, fece il giro dell’isolato, sali nell’edificio di fronte, le cui finestre, dalla tromba delle scale, davano sulla facciata di casa loro. All’ultimo piano, non c’erano appartamenti, solo l’uscita che portava ai tetti. Conosceva questo posto d’osservazione per averci fumato la sua prima sigaretta. Perfino quella sensazione vagamente criminosa vi aleggiava ancora: attraverso una stretta finestrella, si vedeva tutto il cortile, la panchina dove i pensionati leggevano il giornale o giocavano a scacchi, e, premendo la tempia contro i vetri, si distinguevano le finestre della camera dei suoi e quella della cucina. E si mescolava a quello spiare il gusto delle prime boccate di tabacco.
Passò un lungo istante con il viso incollato al vetro. La facciata gli era nota fino a ogni cornice, fino alle goffrature delle tende alle finestre. Le foglie di un tiglio che arrivava fin quasi all’altezza del loro appartamento stavano immobili nel calore opaco della sera e sembravano aspettare un segno. C’era, per una sera di maggio, stranamente poca gente in cortile. Quelli che l’attraversavano scivolavano via in silenzio e sparivano rapidi nella sonnolenza delle viuzze. Perfino la tromba delle scale restava muta, pareva che nessuno uscisse né entrasse. L’unico rumore: il cigolio di quella piccola bicicletta su cui un bambino pedalava, instancabile, intorno a un’aiuola di campanule. Nel momento in cui si fermò, alzò gli occhi. Aleksej trasalì, si allontanò dalla finestrella. Gli sembrò che il bambino lo fissasse, con uno sguardo preciso, duro, uno sguardo da adulto. Aveva un volto adulto, quel bambino. Un piccolo adulto sornione sulla sua bicicletta.
Il cigolio delle ruote riprese. Aleksej trovò stupida la propria paura. Stupida come quell’attesa dietro un vetro impolverato, stupida come l’avvertimento di quel vecchio giocatore di scacchi che doveva averlo scambiato per qualcun altro.
Ebbe voglia di scendere in fretta, di rincasare e superare di corsa la propria paura. « La fifa», sogghignò in silenzio, e si precipitò giù per la scala. Ma, due piani sotto, sì fermò. Una coppia era appena entrata e iniziava a salire, obbligandolo a retrocedere verso il suo rifugio. Osservò di nuovo le finestre dell’appartamento, quelle dei loro vicini di sotto, e di colpo capi cosa lo tratteneva lì...
Indicazioni bibliografiche
Andreï Makine, La musica di una vita, Einaudi, 2003, pp. 7-10, 31-34
Titolo originale: La Musique d’une vie
Traduzione di Annamaria Ferrero
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