TESTO EDITO
HOTEL WORLD 
.Ali Smith
Uuuuuuuuu-
oooooou che caduta che volo che capriola che corsa nel buio nella luce che tuffo che botta tonfo schianto che lancio che salto che balzo che spavento che folle strepito stridulo soffocato che poltiglia spappolata pestata rotta e squarciata che cuore in bocca che fine.
Che vita.
Che tempo.
Che cosa ho provato. Poi. Non più.
Ecco la storia; comincia dalla fine. Era il culmine dell’estate quando sono caduta; le foglie erano sugli alberi. Ora è l’inverno più profondo (le foglie sono cadute da tempo) e ci siamo, la mia ultima sera, e stasera quello che voglio più di qualsiasi cosa al mondo è avere un sasso nella scarpa. Camminare sul marciapiede qui fuori dall’hotel e mentre cammino sentire un sasso che mi sbatte qua e là nella scarpa, un sassolino aguzzo, che mi si conficca in diversi punti della pianta del piede e fa male quel tanto da essere piacevole, come grattarsi quando si ha prurito. Immaginate un prurito. Immaginate un piede e sotto un marciapiede, e un sasso, e io che schiaccio il sasso con tutto il mio peso ben dentro la pelle della pianta del piede, o contro le ossa delle dita più grandi, o delle dita più piccole, o la parte interna dell’arco del piede, o il tallone, o il muscoletto carnoso dell’avampiede che tiene un corpo eretto e in equilibrio e in movimento per tutta la superficie del mondo così dura, ancora, da mozzare il fiato.
Perché ora che il mio fiato, si può dire, è stato mozzato, mi mancano in continuazione questi dettagli pruriginosi. Li desidero più di qualsiasi altra cosa. Mi arrovello senza fine su dettagli di cui non mi sarei mai preoccupata, neanche per un istante, quando ero ancora viva. Per esempio, tanto per mettermi l’animo in pace, la caduta. Vorrei tanto sapere quanto tempo è durata, quanto con esattezza, e lo rifarei subito se mi fosse concessa la possibilità, il dono della possibilità, la possibilità di un minuto di vita, sessanta secondi interi, così tanti. Lo farei se mi fosse concessa anche solo una frazione di quel tempo con tutto il mio peso di nuovo addosso se potessi (e questa volta mi ci butterei spontaneamente uuuu-
oooou e questa volta conterei mentre cado, un elefante, due elef-ahh) se potessi provare di nuovo quella sensazione, lo schianto contro il suolo dello scantinato, da quattro piani più in alto, dai piedi alla testa, morta. Morta la gamba. Morto il braccio. Morta la mano. Morto l’occhio. Morta io, quattro piani tra me e il mondo, quattro piani sono passati perché passassi io, quattro piani sono la misura, l’altezza e la morte di, il breve addi-.
Piani piuttosto alti e spaziosi, piani piuttosto eleganti. Nessuno potrà dire che non me ne sia andata con un certo stile; le camere arredate da poco e con gusto con letti costosi e solidi e soffitti alti con le cornici al primo e al secondo piano, e una splendida tromba delle scale dietro cui, parallelamente, sono caduta io. Ventuno gradini tra un piano e l’altro e sedici per scendere fino allo scantinato; me li sono fatti tutti, cadendo. Uno spazio ragguardevole dalla folta moquette del piano più alto alla folta moquette del piano più basso anche se lo scantinato è di pietra (me lo ricordo, duro) e la caduta è stata breve, meno di un magnifico secondo per piano, calcolo adesso, tutto questo tempo dopo l’evento, il rovesciamento, il compimento. È stata una cosa bella. La caduta. La sensazione. Quell’unica botta e nulla più; il volo in fondo, giù giù fino a mordere la polvere.
Un boccone di polvere sarebbe fantastico. Voi ne potete raccogliere sempre, no?, quando vi pare, dagli angoli delle stanze, da sotto i letti, da sopra le porte. I capelli appallottolati e la roba secca e i pezzettini di quella che un tempo era pelle, tutti i meravigliosi rimasugli degli esseri che respirano triturati fino alla loro essenza e appiccicati insieme con i brandelli logori di ragnatele e le scaglie di una falena, le scaglie trasparenti dell’ala staccata di un moscone. Potete benissimo (perché potete farlo quando vi pare, se volete) impiastricciarvi la mano di polvere, appallottolare quel nonnulla di polvere tra un dito e il pollice e guardare come vi si stampina sull’impronta digitale, la vostra, unica, di nessun altro. E poi la potete togliere con la lingua; potrei toglierla io con la mia lingua, se avessi di nuovo una lingua, se la mia lingua fosse umida, e io potessi sentire il sapore di polvere per quello che è. Splendida sporcizia, grigia e d’annata, il sudiciume che la vita si lascia dietro, che si appiccica al palato e non sa quasi di niente, che però è sempre meglio di niente.
Cosa non darei per sentire i sapori. Anche solo il sapore della polvere.
Perché ora che non ci sono quasi più, sono più presente di quanto non lo sia mai stata. Ora che sono solo aria, non desidero altro che respirarla. Ora che sono per sempre muta, ahah, mi sono rimaste solo parole parole parole. Ora che non posso allungare una mano e toccare le cose, non desidero altro che farlo.
Ecco come è finita. Sono salita sul, sul. Sull’ascensore per i piatti, una stanza piccolissima che aspetta sospesa in un pozzo di niente, non mi ricordo come si chiama, ce l’ha un nome suo. Le pareti, il soffitto e il pavimento erano tutte di un metallo color argento. Noi eravamo all’ultimo piano, il terzo; lì c’erano le stanze della servitù duecento anni fa, quando nella casa c’era una servitù, dopodiché la casa divenne un bordello e lassù venivano relegate a vendere le loro mercanzie le ragazze che costavano meno, quelle più malate o già vecchiotte, e ora che è un hotel e ogni camera ogni notte ha un prezzo, le camere più piccole costano sempre un po’ di meno perché il soffitto è più vicino al pavimento all’ultimo piano dell’edificio. Ho tolto i piatti e li ho messi per terra. Sono stata attenta a non sbrodolare niente sulla moquette. Era soltanto la mia seconda sera. Me la stavo cavando bene. Mi ci sono infilata dentro, per dimostrare che potevo farcela; mi sono arrotolata su me stessa come una chiocciola nel guscio, con il collo e la testa rincalcati, schiacciatissimi contro il soffitto di metallo, con la faccia tra le braccia, il petto tra le cosce. Ero un cerchio perfetto e la stanza oscillava, la corda si è spezzata, la stanza è caduuuuu-
uuuuuta e si è frantumata al suolo, e anch’io mi sono frantumata. Il soffitto è venuto giù, il pavimento è salito per venirmi incontro. Mi si è rotta la schiena, mi si è rotto il collo, mi si è rotta la faccia, mi si è rotta la testa. Mi si è rotta la gabbia attorno al cuore e il cuore è uscito fuori. Credo che fosse il cuore. Mi è balzato fuori dal petto e mi si è conficcato in bocca. Così è cominciata. Per la prima volta (troppo tardi) ho saputo che sapore aveva il mio cuore. Mi manca il fatto di avere un cuore. Mi manca il rumore che faceva, come riusciva a diffondere il calore, come riusciva a tenermi sveglia. Giro di camera in camera e vedo letti sfatti dopo l’amore e il sonno, poi letti puliti e pronti, di nuovo in attesa di corpi che ci si infilino dentro; lenzuola inamidate con un angolo piegato, letti con la bocca aperta che dicono benvenuto, forza su, entra, il sonno sta arrivando. I letti sono così invitanti. Aprono la bocca in ogni stanza dell’hotel ogni sera per ospitare i corpi che ci scivolano dentro in compagnia o da soli; tutta la gente con il cuore che batte, che si infila in posti lasciati vuoti da altra gente che ora è andata Dio sa dove, gente che ha riscaldato gli stessi spazi appena qualche ora prima.
Sto cercando di ricordare cosa si prova a dormire sapendo che poi ci si sveglierà. È un po’ che li sorveglio da vicino, i corpi, e che osservo le cose che gli permette di fare il cuore.
Indicazioni bibliografiche
Ali Smith, Hotel world, Minimum fax, pp. 13-17
Titolo originale: Hotel world
Traduzione di Federica Aceto
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