TESTO EDITO
IL DOLORE PERFETTO 
.Ugo Riccarelli
Appena qualche attimo prima di morire, appoggiata al nocciòlo del giardino, l’Annina emerse dall’ombra in cui la sua mente si era nascosta da molti anni e, all’improvviso, in quei brevi istanti che la morte ancora le concesse, come se fosse in volo rivide la casa col pino e la Mena che pregava appoggiata a un angolo della madia, e di fronte alla Mena vide sua madre partorirla urlando di un dolore che le sembrò perfetto, e solo alla fine, quasi spiando, scorse la propria testa uscire da quel corpo rosso e gonfio dallo sforzo, e sentì per l’ultima volta l’odore di viole del suo fratello gemello che da dentro la pancia la spingeva nel mondo.
Fu come un lampo, uno starnuto di una forza così intensa che l’Annina si dovette appoggiare con tutte e due le mani al nocciòlo per non cadere, e il suo ultimo respiro le uscì in una voce flebile, quasi un sussurro.
«Ma guarda...» disse, sorpresa da quello spettacolo stupefacente.
Poi lasciò che un sorriso le ammorbidisse la bocca, scivolò lentamente verso la base del tronco, e là si fermò per sempre.

Quando il Maestro arrivò al Colle, verso là pianura stavano finendo di costruire la stazione, e attorno a quella già nascevano le prime case del nuovo borgo. Nascevano come funghi, e la gente sembrava eccitata dall’arrivo della ferrovia che avrebbe portato il treno e il progresso. Ancora l’edificio principale non era pronto, cosicché i passeggeri dovevano scendere molto più indietro, verso il Padule Lungo, e potevano raggiungere Colle Alto cogliendo al volo qualche rara, carrozza o la gentilezza di un contadino per un passaggio su un carro trainato dai buoi.
Dalla strada che saliva verso il paese arroccato da millenni sulla collina si potevano vedere con chiarezza i campi tagliati in due dalla ferrovia: una ferita trasversale che dal Padule si ficcava in mezzo alla geometria dei poderi, delimitati dai fossi e dalle, file di cipressi. Sembrava che il mondo fosse diviso nettamente: a sinistra, lungo il nastro ancora bianco della massicciata, una moltitudine di persone, carri, attrezzi, una certa confusione di formiche che andavano e venivano fra il tracciato della ferrovia e le case in costruzione. A destra, poco oltre la stazione, dalla parte in cui già era stata posata la striscia ferrata il mondo era in pace, e sui campi divisi dal sentiero del treno si poteva al massimo scorgere qualche debole ricciolo di polvere sollevato da un aratro.
Il Maestro aveva chiesto un passaggio a un fattore sul suo carro, dopo averlo aiutato a caricare gli ultimi sacchi di fagioli sul treno che sarebbe subito ripartito verso la città. Figlio di contadini, l’odore dei legumi e il contatto con la juta rasposa per un momento l’avevano fatto sentire dì nuovo a casa, mitigando una certa sensazione di essere in qualche modo un traditore perché era l’unico, della sua famiglia, ad aver studiato.
Era arrivato da sud, da un paesino vicino a Sapri non troppo diverso da Colle, arroccato anch’esso sopra una collina, ma senza ferrovia e con più miseria. Era arrivato con due valigie: nella prima qualche mutanda, qualche paio di calze, due camicie e un vestito nero uguale a quello che indossava. L’altra era piena di libri, e pesava come un morto.
Non appena il treno si mosse, il Maestro si sentì affogare per un istante, e rimase a guardare il convoglio dei vagoni scivolare lentamente verso la direzione dalla quale era arrivato finché il fattore, le valigie già sul carro, non lo chiamò per partire. Allora si avvicinò, si pulì i palmi sui pantaloni e allungò la mano per presentarsi, come si fa tra uomini. Disse il proprio nome e il cognome, e ringraziò per la cortesia.
Il fattore non era uomo di, grandi discorsi. A sentire quella parlata strana, che mai aveva risuonato in quei luoghi, pensò che la ferrovia, oltre a portare semi e verdure, avrebbe scaricato laggiù chissà quale gente. Il mondo era grande, e ora Colle si era agganciato a qualcosa che non conosceva. Comunque quel giovane sembrava a posto. Parlava con un accento strano ma corretto. Aveva aiutato, come si usa tra persone civili, e ora alla mano che porgeva bisognava rispondere anche per l’ospitalità che, tra uomini, si deve.
Fecero il viaggio in silenzio, l’uno per l’imbarazzo verso uno straniero, l’altro perché immerso nella malinconia e intento a osservare quel mondo sconosciuto nel quale la sua nuova vita sarebbe presto cominciata.
Indicazioni bibliografiche
Ugo Riccarelli, Il dolore perfetto, Mondadori, 2005, pp. 9-11
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