TESTO EDITO
IL PAESE DELLE MAREE 
.Amitav Ghosh
La caduta

Il giorno volgeva al termine quando in lontananza una barca da pesca spezzò l’orizzonte visivo di Piya, interrompendo il ritmo della sua ricognizione. Dapprima non fu che un puntino sulle lenti del binocolo, una macchiolina immobile ancorata al largo di una confluenza di molti fiumi. Dopo un po’, quando il punto si ingrandì, Piya riconobbe una piccola imbarcazione tipo canoa con un tendalino arrotondato a poppa. Sembrava che a bordo ci fosse solo un pescatore. Faceva i movimenti di chi lancia una rete, dritto in piedi per il lancio e curvo per tirar su il pescato. Piya aveva passato tre ore in posizione "di sforzo", a prua della lancia. Con il binocolo appiccicato agli occhi, aveva scandagliato l’acqua in attesa che un balenio nero o grigio infrangesse la fosca superficie. Ma fino a quel momento la ricognizione era stata infruttuosa: nessun avvistamento in tutto il pomeriggio, nessuno. C’era stato un attimo di speranza, ma si era esaurito con la fulminea apparizione a filo d’acqua di una pastinaca che si era lanciata in aria con la coda che la seguiva come un aquilone. Poco dopo c’era stato un altro falso allarme. Mej-da era corso sul ponte tutto eccitato, gesticolando come se avesse visto un delfino. Ma in realtà la sua attenzione era stata catturata da un branco di coccodrilli che si crogiolavano al sole su una striscia fangosa. I motivi per cui glieli aveva fatti notare si chiarirono quando Mej-da si sfregò le dita come per dire che meritava una mancia. Piya, infastidita, lo cacciò via con un gesto perentorio.
Aveva individuato i coccodrilli molto prima di lui, naturalmente, li aveva visti quando distavano ancora un paio di chilometri. Erano quattro, ed enormi: dal muso alla coda il più grosso doveva essere lungo all’incirca come la lancia. Si era domandata come sarebbe stato imbattersi in uno di quei mostri e il solo pensiero le aveva provocato un brivido involontario.
A parte ciò, nulla che fosse degno di nota. Pur non sapendo cosa aspettarsi, non aveva previsto un vuoto simile. Che un tempo quelle acque avessero ospitato un gran numero di delfini era risaputo. Lo avevano testimoniato numerosi zoologi del diciannovesimo secolo. William Roxburgh, lo "scopritore" del delfino del Gange, aveva esplicitamente detto che i delfini d’acqua dolce del Gange giocavano nel «labirinto di fiumi e insenature a sud e sud-est di Calcutta». Ed era esattamente il punto in cui lei si trovava, eppure, dopo ore di attenta osservazione non aveva ancora adocchiato il suo primo delfino. Né aveva visto molti pescatori: in quel viaggio Piya sperava infatti di incontrare dei barcaioli esperti, ma quel giorno c’erano state ben poche occasioni. Aveva visto numerosi cargo e traghetti sovraffollati, ma pochissimi pescherecci, così pochi da far pensare che fosse una zona vietata alla pesca. Quella specie di canoa in lontananza era la prima imbarcazione che vedeva dopo molto tempo ed era evidente che sarebbero passati a non più di duecento metri. Cominciò a domandarsi se valesse la pena di fare una deviazione.
Piya sganciò il telemetro dalla cintura. Somigliava a un binocolo mozzato, con due lenti a un’estremità e una sola lente d’ingrandimento dall’altra. Mise a fuoco quest’ultima inquadrando la barca e premette un pulsante per verificare la distanza esatta. Dopo un attimo, accompagnata da un bip, giunse la risposta: un chilometro e cento metri.
Piya non vedeva bene il pescatore ma le pareva avesse l’aspetto brizzolato dell’uomo di mare esperto: intorno al mento e alla bocca c’era una spolverata di bianco che faceva pensare a una peluria ispida o una barba. Aveva una specie di turbante avvolto intorno al capo, ma il corpo era nudo salvo un telo passato fra le gambe e fissato in vita. Era scheletrico, quasi deperito, un uomo invecchiato sull’acqua, che giorno dopo giorno ha consegnato la sua carne al vento e al sole. Si era imbattuta in molti pescatori così su altri fiumi e quasi sempre erano stati fonte di buoni spunti e informazioni utili. Decise che valeva la pena di perdere qualche minuto per mostrargli le sue schede.
Già due volte gli aveva chiesto di fare una deviazione, ma dopo l’episodio dei coccodrilli Mej-da, che era al timone, si era fatto ancora più ostile e in entrambe le occasioni l’aveva ignorata. Ma stavolta intendeva farsi valere.
Mej-da e il forestale sedevano spalla a spalla dietro il vetro della timoneria. Lasciando la prua, andò ad affrontare i due uomini. Vedendola avvicinarsi, Mej-da abbassò gli occhi, confermando con i suoi modi furtivi che stavano parlando di lei.
Piya estrasse una scheda e andò a piazzarsi proprio di fronte a Mej-da. «Stop!» disse, premendo il palmo di una mano contro il vetro. Gli occhi di Mej-da seguirono il suo dito che indicava la barca, ora chiaramente visibile davanti a loro. «Dirigiti laggiù...» disse, «verso quella barca. Voglio vedere se riconosce questo». Sollevò la scheda, in modo che capissero. La porta della timoneria si spalancò e il forestale uscì sistemandosi i calzoni cachi. Traversò il ponte e si sporse oltre il parapetto, riparandosi gli occhi con una mano. Mentre scrutava la barca assunse un’espressione accigliata, sputò nell’acqua e sussurrò qualcosa al pilota. Ci fu fra i due un rapido scambio di parole, poi Mej-da annuì e girò il timone. La prua della lancia cominciò a virare in direzione della barca.
«Bene», disse Piya, ma il forestale la ignorò, era totalmente concentrato sull’altra imbarcazione. L’intensità del suo sguardo la colpì, c’era qualcosa di predatorio nei suoi occhi che rendeva difficile credere che stesse facendo tutto ciò solo per soddisfare i suoi desideri.
In lontananza il pescatore, in piedi, stava facendo un altro lancio: la barca era rimasta dov’era e si faceva un po’ più grande ogni volta che incrociava il suo orizzonte visivo, distava ora meno di un chilometro. Tenne il binocolo puntato mentre la lancia virava. Si sarebbe detto che finora il pescatore non si fosse accorto di loro, ma quando fu chiaro che la lancia stava cambiando direzione, interruppe ciò che stava facendo e guardò verso di loro con occhi improvvisamente allarmati. Piya riusciva a vederli, nella cornice scura del viso. Poi il pescatore si voltò e parve muovere le labbra come se stesse parlando a qualcuno. Piya rimise a fuoco e vide che non era solo sulla barca, come aveva creduto: c’era un bambino con lui, forse un nipote. Il ragazzino era accovacciato a prua. Immaginò che fosse stato lui ad avvisare il pescatore dell’approssimarsi della lancia. Puntava un dito verso di loro rannicchiandosi come se fosse terrorizzato.
Pochi secondi e fu chiaro che l’uomo e il bambino erano spaventati. L’uomo tirò fuori un paio di remi e cominciò a remare freneticamente, mentre il ragazzino traversava di corsa la barca per andare a nascondersi sotto il tendalino di poppa. Fino a quel momento la barca si trovava a una cinquantina di metri dalla bocca di uno stretto canale, una distanza che poteva essere colmata con poche robuste vogate. Fu in quella direzione che ora si mosse. Le foreste che orlavano il canale erano semisommerse dalla marea e la barca era abbastanza piccola per seminare la lancia puntando dritto verso le mangrovie. Il livello dell’acqua era ancora piuttosto alto e li avrebbe condotti al sicuro nel folto della foresta. Là sarebbero stati ben nascosti e avrebbero trovato una via di fuga.
C’era qualcosa di incredibile in quella situazione. Anche sull’Irrawaddy e sul Mekong succedeva che i pescatori s’impaurissero alla prospettiva di essere interrogati da estranei, soprattutto quando c’era odore di ufficialità. Tuttavia non aveva mai incrociato un peschereccio che avesse di fatto tentato la fuga.
Piya guardò alla sua destra. In piedi a prua, il forestale imbracciava il fucile. Era andato a prenderlo mentre lei esaminava la barca. Ecco spiegata la reazione del pescatore. Voltandosi verso il forestale, si avvide del dito sul grilletto. «Cosa ci fa con quello?» disse. «A cosa le serve?» Lui la ignorò e lei alzò la voce: «Metta via quell’arma. Non ce n’è bisogno». Il forestale la zittì con un gesto brusco e urlò qualcosa a Mej-da. Il rombo del motore aumentò immediatamente e la lancia rollò in avanti per raggiungere la barca.
In quel momento Piya capì che la situazione era completamente fuori del suo controllo e persino al di là della sua comprensione. L’unica spiegazione plausibile era che il pescatore stesse pescando in acque proibite, e ciò poteva giustificare l’inseguimento. Quali che fossero le ragioni, toccava a lei mettere fine a quella caccia: il suo lavoro sarebbe stato compromesso se si spargeva la voce che interferiva con la vita della popolazione locale.
Voltandosi verso la timoneria, fece segno a Mej-da di fermare immediatamente. «Stop! Fermiamoci qui!» Stava per andare da lui, quando il forestale si mise a urlare in direzione della barca. Aveva spianato il fucile, adesso, e minacciava chiaramente di fare fuoco.
Piya lo guardò sbalordita: «Cosa diavolo crede di fare?» Si lanciò su di lui e lo prese per il braccio cercando di deviare la canna del fucile. Ma lui fu più svelto, alzò il gomito e la colpì alla clavicola facendola barcollare all’indietro. La scheda illustrativa le sfuggì dì mano mentre si risollevava, stringendosi la spalla dolorante.
Il pescatore aveva smesso di remare e Mej-da spense il motore mentre la lancia accostava alla barca. Il forestale lanciò una cima e, al suo ordine, il pescatore la legò alla barca. Il ragazzino, notò Piya, osservava tutto dal suo nascondiglio, nell’oscurità del tendalino di poppa.
Il forestale abbaiò una domanda che strappò al pescatore un borbottio di risposta. Evidentemente gli era piaciuto, perché si voltò verso Mej-da con un sorriso soddisfatto. Fra i due ci fu un rapido scambio, poi il forestale si rivolse a Piya e in tono di accusa sputò la parola «bracconiere».
«Cosa!?» disse Piya. Anche se fosse stata disposta a credergli, quell’accusa non era credibile. Scosse il capo: «Stava semplicemente pescando, ecco quel che faceva!»

[...]

Vedendola, il pescatore ebbe un sobbalzo. Fino a quel momento era così concentrato sulla guardia forestale che non si era accorto che sulla lancia ci fosse una donna. Sembrò improvvisamente imbarazzato. Si tolse il copricapo di tela e lo srotolò facendoselo ricadere intorno al corpo come una tenda. Quando se lo strinse in vita, Piya si accorse che il telo scambiato per un turbante era, in realtà, un sarong arrotolato. C’era dell’attenzione in quel gesto, un riconoscimento della sua presenza che la toccò: le sembrò il primo contatto umano normale da quando era salita sulla lancia. Malgrado la stranezza della situazione, si sentì a un tratto ansiosa di vedere come avrebbe reagito alle immagini della sua scheda.
Si abbassò piegandosi su un ginocchio e quando le loro teste furono alla stessa altezza gliela mostrò. Avrebbe voluto rassicurarlo con un sorriso ma i loro sguardi non si incrociarono. Lui diede un’occhiata alla scheda e subito dopo a lei, indicando con una mano la sorgente del fiume. Un gesto così rapido e concreto che per un istante pensò che avesse frainteso. Allora lo guardò negli occhi e lui annuì col capo come per dire, è là che li ho visti. Ma di quale specie? Gli rimise la scheda sotto gli occhi convinta che avrebbe indicato il delfino del Gange, la specie più comune. Invece, con sua sorpresa, puntò il dito sull’immagine dell’Orcaella brevirostris, il delfino dell’Irrawaddy. Disse qualcosa in bengali e mostrò sei dita.
«Sei?» disse lei, eccitatissima. «Sei sicuro?».
Indicazioni bibliografiche
Amitav Ghosh, Il paese delle maree, Neri Pozza, 2005, pp. 51-58
Titolo originale: The Hungry Tide
Traduzione di Anna Nadotti
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