TESTO EDITO
I PRETENDENTI 
.Marco Lodoli
Al citofono ha detto solo: «Luca», come uno di famiglia, e io ho aperto. Anche la porta di casa ho aperto, e mentre l’ascensore scendeva e poi risaliva con quel ronzio che impedisce ogni riflessione, sono andato veloce al bagno per darmi una sciacquata alla faccia e ai denti. Tempo per indossare una camicia pulita, una giacchetta benestante, un paio di scarpe lucidate come si deve non ce n’era. Allo specchio ho provato a sorridere amichevolmente, a tirar fuori dalle occhiaie un’espressione fresca e cordiale: del resto io sono capace di trasformarmi in un attimo. Mi piace che la gente pensi di me: ecco un uomo sereno, uno che malgrado tutto è in armonia con se stesso e con il mondo. A volte riesco a modificarmi in fretta anche nel cuore: inciprio le cupezze, pettino i malumori, nascondo la sporcizia sotto il tappeto e sono un angelo. Ma con Luca com’è possibile? Lui è costola incrinata del mio torace, ombra della mia penombra, lui sono quasi io, quasi: come potrei ingannarlo? Come potrei presentarmi a me medesimo migliore di ciò che adesso sono?
- Con permesso, - dice Luca nettandosi le suole dei mocassini sullo zerbino, e ora ce l’ho davanti.
- Entra, entra.
- Non vorrei darle noia, so che è molto tardi, però...
- Non darmi del lei, mi fai sentire vecchio, e non restare li sulla porta come un salame, coraggio, entra.
- Grazie.
Non so, me lo immaginavo più alto, ma forse è l’imbarazzo che lo curva leggermente, è la timidezza. E il viso, nella fantasia me lo figuravo con tratti più marcati, invece è infantile, ancora tutto da definire. Al lobo gli avevo infilato un orecchino, ne avevo accennato di sfuggita nelle prime pagine, però in seguito non ne ho più parlato e ora l’orecchino è svanito e il buco s’è richiuso. Luca mette le mani in tasca, le toglie, oscilla come un cipressetto piantato da poco. Vieni di là, ti preparo qualcosa da bere.
Luca mi segue con passi che non pesano e non fanno il minimo rumore. Sento il suo sguardo sulla nuca, un refolo freddo, insidioso.
- Un goccio di nocino, - dico levando il turacciolo alla bottiglia.
- No, grazie.
- Non bevi niente?
- Adesso no, grazie.
- Una bella sigaretta?
- Davvero, no. Il suo appartamento somiglia al mio.
Rimane in piedi a dondolare, Luca, nonostante gli indichi la poltrona migliore. Anch’io, da ragazzo, nelle case restavo sempre in piedi, con il cappotto addosso e la sciarpa aggrovigliata sul collo, poggiato a una parete, pronto a balbettare ai seduti la mia sprezzante verità e andarmene in un secondo: verso l’aria aperta, verso spazi vergini e guerrieri. Le comodità mi innervosivano, mi sembrava di compromettermi con i cuscini e non poter più giudicare a mio piacimento. Ora no, ora mi siedo e aspetto che le cose accadano, le cose che ne sanno tanto di più.
Ma forse Luca molti miei errori li ha evitati in tempo e segue una storia sua, malattie distinte, qualche illusione in più. In fondo carica la gente sulla spider, sa ascoltare, è generoso, sfiora appena i trent’anni.
- Lei è proprio Marco Lodoli lo scrittore, vero? - domanda tenendo gli occhi tesi su un tavolino pieno di libri cominciati e lasciati li aperti come sbadigli.
- Ho scritto qualcosa.
- Romanzi scombiccherati, ma con il finale, o no?
- Più o meno, forse.
- Come la nostra vita. Su, giù, equivoci, slogature, deviazioni, promesse, arrabbiature, amorazzi, fughe, lotterie, paure, coincidenze, e all’ultimo capitolo c’è la morte.
Fino a un momento fa sentivo facilmente i pensieri di Luca, erano fatti d’una materia a me nota: molle, derapante, settimina, settembrina. Ma ora che Luca è qui in casa, in piedi, a un metro e mezzo da me, senza più orecchino, di ciò che gli vaga tra le tempie non m’arriva niente. Mi sembra più intelligente di come l’avevo lasciato e, sebbene dondolante, determinato. Negli occhi ora gli brilla uno strano risentimento, qualcosa che somiglia da vicino all’ostilità, come un fodero può somigliare a un pugnale.
- Non so, io scrivo per non pensare al peggio, - mi giustifico, ed è un’affermazione che sorprende anche me.
Ora cammina per la stanza, Luca mio, prende coraggio a ogni passo, tocca i piccoli pinguini di legno e di latta che colleziono a tempo perso, li posa, fruga tra i vecchi dischi ammassati negli scaffali, esamina i quadri, roba astratta che sta li appesa da anni e che dovrei stipate nel sottotetto.
- E’ qui che scrive i suoi romanzi?
- No, nell’altra stanza, in fondo al corridoio. C’è una scrivania, un letto per stendermi a riposare, una libreria. Qui fumo alla finestra, guardo la città, quelle colline.
- Senta... - mi dice Luca con un tono eccitato, le mani piantate sui fianchi.
- Dammi del tu, ti prego, - insisto.
- Senta Lodoli, mi risponda con sincerità, come risponderebbe alla sua coscienza.
- Ci proverò.
Luca riprende a girare, sfiora con le nocche delle dita la stoffa delle poltrone, si ferma davanti alla grande finestra, cerca nel buio della notte la città e le colline. Mi dà le spalle, spalle che tremano, mi fa un po’ paura. Quando si volta ha l’espressione disperata di chi non ha più niente da difendere ed è disposto a qualunque gesto, anche a fare del male.
- Io sto vivendo dentro al suo nuovo romanzo, non è vero?
- Calmati...
- E anche mio padre, l’Emilia, Zeta, Carlos, Bambi, sono tutti personaggi sputati giù da lei in un mondo inventato, solo per farli penare, è cosi? Sono come schiavi al remo, eh? Lei li pungola, li frusta, li spreme soltanto per far navigare la sua vanitosa barchetta di carta.
- Non è così. Ciò che resta carta va al macero.
- E soprattutto, signor Lodoli, per la sua miserevole superbia d’artista, per un capriccio da quattro soldi, lei sta facendo schiattare il mio marziano, uno che non c’entrava nulla, che se ne stava indifferente sulla luna o in nessun luogo.
- Caro Luca, calmati, io combatto insieme a voi contro la morte.
- Non dica idiozie, lei se ne sta comodo a casa, fuma, beve, mangia patatine, ascolta la radio, dorme.
- Ma io provo lo stesso sconforto che provate voi, abito la stessa battaglia...
- Lo vada a raccontare a qualcun altro. Guardi, non è per me che sono qui: io mi sento e non mi sento, è come fossi di fumo e di vento fin dall’inizio, una raucedine, un prurito, non molto di più. Non è per me che mi lamento. Io ci posso pure stare dentro un libro che finirà presto dimenticato sui ripiani più alti, nelle pagine che ingialliscono. Mi dà un po’ di pena, ma accetto di ricominciare ogni volta dalla prima riga, dalla pioggia che cade al Villaggio Olimpico. - E’ l’eterno ritorno dell’uguale - dico per darmi un tono.
- Non so cos’è. Per quanto assurda, io non rifiuto la mia condizione. Posso continuare per sempre a girare per la città in otto e cinquanta spider, nell’aria tiepida, anzi mi piace e in parte mi ricompensa dell’incontro a pranzo con mio padre e anche degli abbracci mollicci con la Bambi, che mi toccherà ripetere ogni volta che qualcuno leggerà il suo romanzetto. Però non faccia crepare il marziano, non si comporti da assassino. Lei ha nell’inchiostro la sorte di quel disgraziato, basta che alla fine scriva: « Fece un grande respiro, si rialzò, sorrise e volò via come un palloncino». Noi staremo tutti li, con il naso all’insù, felici di vederlo svanire oltre le nuvole...
- Non è possibile, mi dispiace - Ora anch’io sono in piedi, anch’io cammino nervosamente, mi appoggio alle poltrone, davanti a Luca faccio gesti insensati, da scimmia allo specchio.
- Perché? Non decide lei tutto quello che deve accadere in questa vicenda? Sia un padrone giusto, allora, non licenzi nessuno in malo modo. E poi, se quel marziano non la scampa, neanche la mia vita avrà un senso, lo capisce? Rischio di vivere perennemente un giorno inutile, amaro...
- Mi dispiace.
- Non ripeta mi dispiace come un imbecille, si prenda le sue responsabilità di scrittore, capovolga il destino.
Mi sento a disagio quando le persone mi puntano un dito contro: sembra che mi spingano dentro la mia scatoletta, e che dopo caleranno il coperchio. Preferisco i gesti vaghi, l’imprecisione che ha porte e finestre sempre aperte, tetti di paglia, gente in tutte le stanze, senza colpe.
- Faccia qualcosa, delinquente, porco, scrittore di merda, inventi un finale diverso. La supplico in ginocchio... - e come un chierichetto sconvolto vorrebbe davvero gettarsi ginocchioni a terra, ma io glielo impedisco, lo raddrizzo a braccia.
- Caro Luca, credi che sia in mio potere abolire la morte? Io la subisco e la maledico come ogni essere dell’universo. Posso solo arginarla nella mente per un poco, stordirla con una storia che confonda, sviarla su una pista falsa, moltiplicare le impronte, i personaggi, i ramoscelli spezzati, fin quando non si accorgerà del trucco e mi tornerà addosso: ma forse sarà più stanca. - Lei ci usa come cavie.
- Non è cosi, io vi vorrei forti, illuminati, siete i miei coraggiosi avamposti.
Sospira, Luca, e s’agita come una fiamma di candela: - Ma come sarà questa morte, signor Lodoli, brutta, fèroce?
- Non chiamarmi signor Lodoli, chiamami Marco, almeno provaci.
Da solo Luca si stappa la bottiglia del nocino e ci si attacca per una decina di secondi: un rivoletto scuro, sanguigno, gli cola dall’angolo della bocca. - Come sarà la morte?
- Non lo so, non lo so, anch’io devo aspettare il mio momento.
- Ma quella del marziano, come sarà? Cosa gli soffocherà il cuore, un’enorme seppia nera, una zampata mostruosa, un avverbio, che cosa? Io che ho tentato tutto quello che potevo per evitargliela, io posso dire non lo so, ma lei che scrive questo libro deve saperlo, deve averne già paura.
- Credo che ognuno incontrerà la sua morte senza sorprendersi, secondo la strada che ha percorso fino a lì. E il marziano è stato di sicuro una bella persona, manda ancora nell’aria suoni dolci. Su, concediamoci un caffè.
Mentre Luca s’aggrappa di nuovo al nocino, lo sospingo verso la cucina, metto l’acqua a bollire e preparo sul vassoio due tazzine di porcellana, ci abbino la zuccheriera e la cuccuma del latte, dispongo i cucchiaini d’argento e i biscotti, come in un presepe. Luca si siede sullo sgabello, con le mani chiuse tra le cosce e le spalle calate. Non dice più niente, muove solo un po’ la testa come fanno i bambini pensierosi. Si guarda la caviglia nuda, là dove inesauribile la vena tambureggia.
- Io resterò sempre vivo, allora, - dice stringendo i denti.
- Non sei contento?
- Dopo le battaglie i greci legavano i nemici sopravvissuti ai corpi dei morti. Una parte si dimena pazzamente, l’altra irrigidisce, e qualcuno guarda e ride.
- Io non rido, Luca, io sono tra voi.
- Allora venga con me a casa, mi aiuti a sperare, senza di lei non posso nulla.
- Non posso.
- Può benissimo.
Rovescio due dosi di caffè in polvere e due zollette nelle tazzine, ci verso sopra l’acqua bollente, guardo il fumo che sale e s’intreccia casualmente, respiro quell’odore sparso e nero come un pensiero senza bordi, come un romanzo incerto che forse sarebbe meglio versare nel lavandino, disperdere nelle tubature notturne, via nelle fogne, insieme a topi e ladri, agli scarti, ai desideri incompiuti, allo sperma che non feconda, all’affanno degli evasi, all’oscurità tremenda, alla democrazia degli escrementi, al cielo sotterraneo. Invece lo tracanno d’un fiato, il mio caffè; invece dico:
- Allora staremo svegli stanotte, Luca, c’è da combattere con quel po’ di fantasia che ci resta. Luca alza gli occhi buoni, annuisce.
- Sì, Marco, - dice.
Indicazioni bibliografiche
Marco Lodoli, I Pretendenti, Einaudi, 2003, pp. 164-170
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