TESTO EDITO
I PROFESSORI E ALTRI PROFESSORI 
.Marco Lodoli
Appena sono salita in macchina mi sono innamorata.
È bastato uno sguardo su quell’uomo con la giacca di velluto e le mani grandi aperte sulle ginocchia un po’ consumate dei pantaloni, e subito ho sentito uno scroscio d’acqua gelata nella colonna vertebrale e un calcio in mezzo al petto.
E pensare che non volevo nemmeno iscrivermi a scuola guida. Se ero arrivata a trentacinque anni senza sapere nulla di precedenze e divieti, perché cominciare adesso a pormi tante regole?
Ho sempre avuto uomini che mi sono venuti a prendere a casa, e mi piaceva farli aspettare di sotto, spiarli dalla finestra mentre fumavano nervosi o indispettiti, e poi vederli venirmi incontro scodinzolando e aprirmi la portiera della macchina con ansia e devozione.
Mi piaceva che mi dicessero è tardi amore, tardissimo, il film sta per cominciare, gli altri saranno già a tavola, se ci perdiamo l’inizio del concerto non potremo più entrare, se ci perdiamo l’inizio della serata non potremo più recuperare, e poi sentire a occhi chiusi la macchina che correva veloce per accorciare il tempo, la mano impaziente sul cambio, vicino alle mie gambe, le ruote che aggredivano le curve.
Quando la vita si rincorre, io sto bene. Sento la lepre e i cani, il batticuore della fuga e della caccia, il vento sul viso. Avverto che i minuti se ne vanno rapidissimi e che bisogna cercare di stargli dietro con l’anima tra i denti. Da sola forse non ce la farei, io sono incostante, debole, capricciosa, sono brava solo a rubare i rossetti nelle profumerie, ma c’è sempre stato un amante che si è scapicollato per me, che ha trovato scorciatoie per arrivare in tempo al treno che parte, anche se il treno non c’è. Quando il tempo si ferma, rimane solo la malinconia, un lago immobile e una sedia sulla riva: si sta lì a sentirsi invecchiare senza un motivo, e il lago diventa sempre più piccolo, somiglia a una pozzanghera, allo sputo di un miserabile, i piedi diventano freddi e nella testa l’unico pensiero è che tutto è inutile, tutto è già perduto. Poi un giorno mi sono guardata allo specchio e ho visto le prime rughe sotto gli occhi. Un uomo che doveva passare a prendermi non è venuto, ha telefonato con una scusa ridicola ed è cominciata la paura.
Presto non verrà più nessuno, ho pensato, devo imparare a correre da sola. Devo prendere la patente.
Mi sono iscritta alla scuola guida sotto casa, ho frequentato con insofferenza le prime lezioni di teoria, cartelli, divieti, obblighi, poi mi hanno detto domani signorina comincia a guidare, l’istruttore che le spiegherà tutto la aspetta alle tre qui davanti, sia puntuale.

Questo è il mio lavoro: ce ne sono di migliori, sicuramente di più redditizi, però questo è il mio lavoro.
Non ricordo nemmeno com’è che è iniziato, qualcuno mi ha presentato a qualcun altro e a un certo punto ho indossato una giacca di velluto, mi sono seduto su una vecchia macchina dalla parte del passeggero e non sono più sceso.
Cambiano gli anni, le stagioni, e al volante ogni cinquanta minuti cambia il conducente: sono ragazzi che hanno fretta, dicono di sapere già tutto, di aver guidato la macchina del padre o del fratello in qualche strada bianca di campagna, è facile, prima, seconda, frizione, acceleratore; si lamentano perché qui non c’è la radio con la musica e i vetri che calano pigiando un bottone, poi mi raccontano tante cose che io non vorrei sapere, ma che ascolto con pazienza.
Una moretta alla prima lezione mi ha raccontato di essere incinta, non sapeva chi fosse il padre: ci fermammo vicino ai cassonetti del mercato di Ponte Milvio perché doveva vomitare. Un altro invece odiava i genitori, li vorrei uccidere a bastonate, diceva, stringeva forte il volante e rideva coi denti cattivi. E in tanti mi hanno parlato dei loro amori, di quanto andavano male, di come si sentissero già delusi a diciott’anni. La vita è uno schifo: questa è la frase che è volata più spesso tra il cruscotto e il vetro, come quegli uccelli che entrano in casa e sbattono contro le pareti senza trovare l’uscita, e mettono addosso l’angoscia. Ne ho ascoltate tante di storie senza muovermi dal mio sedile, sono un prete in un confessionale a quattro ruote. Vorrei conoscere le parole che servono a risolvere i problemi di questi ragazzi, o almeno a consolarli, e a volte qualche frase mi viene alle labbra, ma mi sembra così diversa da quelle che loro potrebbero apprezzare, così fuori luogo, che preferisco tenermela per me. Per esempio vorrei dire: nel tempo libero io costruisco copie in miniatura dei grandi monumenti, la Torre di Pisa, la Mole Antonelliana, il Ponte di Rialto, la Reggia di Caserta, le faccio con piccole pietre sagomate una a una e tanta colla. Ci passo le serate, mi dimentico di esistere. E vorrei dire anche che il mondo è un’illusione, e forse non esiste fuori dalla nostra testa. Invece dico soltanto tieni entrambe le mani sul volante, metti la freccia a destra, pigia la frizione fino in fondo, respira con calma e guarda sempre la strada, guardala bene.

Sono entrata nella macchina e mi sono innamorata. Credo che accada sempre cosi, senza un motivo né una spiegazione. Una sfera rotola e tocca un’altra sfera, e non sa chi l’ha spinta, e dove sarebbe finita se l’urto non l’avesse fermata. Lui mi ha detto buongiorno e poi è tornato zitto. Il silenzio mi mette in imbarazzo, mi fa sentire in colpa. Improvvisamente avverto la pena della vita, quello stare li in mezzo ai giorni che ci ammazzeranno, e mi sembra terribile non avere niente da dire, nemmeno una domanda da fare, tacere e basta. Per questo io parlo tanto e sto con gente che chiacchiera ancora più di me. Siamo rimasti un minuto così, parcheggiati sul bordo della strada a bocca chiusa. Allora io ho pensato: forse la lezione è già cominciata e non me ne sono accorta. Mi sentivo in soggezione, come davanti a una porta chiusa. Lui era cosi bello, con le mani bianche e curate aperte sulle ginocchia, qualche capello grigio tra le tempie, l’aria assente. Sul vetro cominciava a cadere qualche goccia di pioggia, batteva, s’allargava e colava giù, e poi ha preso a piovere più forte, le cose oltre il vetro si deformavano: avrei voluto muovere le spazzole del tergicristallo, ma non sapevo come si faceva.
Si metta la cintura di sicurezza, ha detto l’istruttore, e la sua voce non aveva inflessioni né calore. Adesso accenda: un giro di chiave e un colpo d’acceleratore. Ho obbedito. L’automobile ha fatto un balzo in avanti e si è spenta. Non so se imparerò mai, ho detto, dovevo pensarci prima, forse ormai è tardi per imparare.
Riproviamo, ha detto, e quel plurale mi ha rincuorata.
Sono riuscita a far partire la macchina e a mettere le prime marce, mi sono sentita brava, speravo in un complimento. Speravo che mi dicesse: ce la farà, ha dei begli occhi, tutti sanno guidare, ha delle belle gambe.
Tante volte gli uomini mi hanno portato sulle loro macchine in posti dove non passa nessuno, a Forte Antenne o nelle stradine scure del Villaggio Olimpico, e a poco a poco i vetri si appannavano per i fiati caldi e i desideri. Erano uomini sposati, di sicuro a casa loro non si poteva andare, erano storie consumate di nascosto, scomodamente, mani tra i vestiti, paura, piaceri rubati in dieci minuti, fazzoletti di carta. La fretta mi eccitava, per un momento il cane e la lepre erano una cosa sola, le carni si fondevano, in macchina faceva freddo e caldo contemporaneamente, le parole non significavano più nulla, diventavano suoni, ansimi, ed era bello.
Poi quegli uomini fumavano una sigaretta con il finestrino abbassato, mi chiedevano se avevo voglia di bere qualcosa, ma lo vedevo che a loro non importava più nulla, che quello che volevano avere l’avevano ottenuto e il resto era solo una coda annoiata, parole di buona educazione per non passare da mascalzoni. Bevevamo in silenzio un gin tonic al Caffè delle Muse o alla Pace, il mio maschio sbirciava l’orologio di nascosto, e dopo un poco io dicevo è tardi, riportami a casa. Tutto bene? chiedeva preoccupato. Tutto bene, stai tranquillo. Quasi sempre sparivano in una sera sola, a volte richiamavano per un secondo o terzo incontro.
Io andavo sempre e quando tornavo mi veniva da piangere. La fretta dà emozioni, ma lascia troppo tempo vuoto.
Ora guidavo io e l’istruttore non mi correggeva, dunque stavo andando bene. Con le mani ogni tanto faceva il gesto che significa: piano, piano. Sono cosi belle le sue mani, le dita lunghe, le unghie chiare e rotonde, i polsi forti. Vorrei sentirle su di me, sono certa che mi calmerebbero, e se sono fredde io le riscalderei con la mia pelle.

Ho una nuova allieva, una donna giovane, o forse una vecchia ragazza. Si chiama Milena, è tanto che la aspettavo, la aspettavo senza nemmeno saperlo, come se l’attesa fosse una parte di me, e appena l’ho vista ho capito che era arrivata. È vestita bene, come le donne belle, ha le unghie lunghe laccate di rosso, le scarpe con il tacco alto, un profumo troppo forte, come un bel mazzo di fiori un po’ sfatto. Non vuole parlare di sé, non pretende di saper già guidare, e per questo migliora. Io la controllo con i miei pedali, a volte freno un poco oppure pigio la frizione affinché la marcia entri più dolcemente: e andiamo. Il giro è quello solito, via Flaminia, corso Francia e giù verso il Villaggio Olimpico, dove le strade sono semideserte e si possono provare parcheggi e manovre. Li c’è tanta quiete.
Quando Milena sale in macchina per la lezione, io mi sento importante. Mi sembra che lei abbia una fiducia totale in me, forse solo perché non ha alcuna fiducia in se stessa. Tiene la schiena staccata dal sedile, si protende verso la strada e affronta le curve mordendosi le labbra dipinte: mi guarda spesso dagli angoli degli occhi, come per essere rassicurata, e io faccio di sì con la testa. Mi sembra così indifesa questa donna, eppure è bella come una principessa indiana. Penso che tra dieci lezioni lei se ne andrà per il mondo e io avrò altri allievi, ed è un pensiero che mi fa sentire male.
Sento che dentro di lei passano delle onde fragorose: si alzano, schiumano e scompaiono come le onde che in mezzo al mare aperto non sostengono nessuna barca e non arrivano su nessuna spiaggia, che nessuno vede.
Quando deve provare una manovra difficile, le mani sul volante le tremano un poco: ma le tremano un poco anche quando la strada è completamente dritta.
Immagino che abbia un fiore rosso tatuato su una scapola, tanti libri comprati e non letti, un frigorifero grande e vuoto.
A volte poggio la mano sull’angolo alto dello schienale, i suoi capelli neri e ondulati mi sfiorano le dita: ed è come se la vita mi sfiorasse.
Tra poco m’innamorerò di lei, so che da qualche punto lontano della mente sta arrivando il permesso di lasciarmi andare al sentimento dell’impossibile.
Intanto ho cominciato a costruire un modellino di una baita di montagna che copio da un servizio fotografico di una rivista sulle case più belle d’Italia. Stavolta uso pezzetti di legno, fiammiferi, piccole stoffe, schegge d’ardesia, ovatta. E come se costruissi la nostra minuscola casa, perché lo so che noi due siamo persone piccole.

Questa sera Sisto mi ha insegnato la partenza in salita. E un’operazione molto difficile, basta un piccolo errore e si scivola indietro, oppure si balza in avanti e il motore si spegne. Sisto mi ha spiegato tutto per bene, con le parole giuste e con calma, una volta sola. Bisogna tirare il freno a mano e poi lasciarlo andare lentamente, mentre con il piede, altrettanto lentamente, si dà gas: i due gesti devono essere compiuti in perfetta sincronia, come se fossero un gesto unico, un solo pensiero. L’importante è non farsi prendere dall’agitazione e non avere paura. Ci tenevo a fare le cose come si deve, a non deludere il mio maestro.
Aveva piovuto e la strada era sdrucciolosa: io almeno la sentivo così, e anche dentro mi sentivo così, con tante immagini di fallimenti che slittavano una sull’altra in un fondo di foglie morte.
Spero di farcela, ho detto.
Lo faccia e basta, senza pensarci troppo, mi ha risposto Sisto, e mi ha sorriso.
La vecchia automobile della scuola guida, la Uno rosso sbiadito, era inchiodata sulla salita di via Pezzana. In cima, molto più in alto, c’è il caffè di piazzale delle Muse, con quella bella veduta sulla valle e sul Tevere, il caffè dove tanti uomini, dopo il sesso, mi hanno portato per un aperitivo. Loro sapevano bene come si rilascia un freno a mano, come s’inganna una donna.
Coraggio, mi ha detto Sisto, un respiro profondo e via, in fondo questa non è una salita troppo ripida.
Mi ha posato una mano buona e tranquilla sulla spalla e io l’ho amato come non ho amato mai nessuno.
Ho cominciato ad allentare il freno a mano e contemporaneamente ho pigiato l’acceleratore: sentivo il rombo del motore che cresceva, cresceva, il sangue che picchiava nelle tempie, calavo quella leva di metallo che bruciava nella mano e ancora non si muoveva nulla, c’era solo quel rumore sempre più forte, nella testa.
Un sussulto e la macchina si è spenta, e io mi sono messa a piangere. Volevo un uomo che con uno sguardo mi dicesse: basta che apri le cosce e io ti porto in cima al mondo. Volevo solo arrendermi a una promessa, ma anche una menzogna sarebbe andata bene.
Sisto mi ha detto: signorina, adesso riprovi. Stia dritta con la schiena, lasci fuori ogni emozione e immagini che questa giornata dipenda solo dai suoi gesti.
Sorrideva come un bambino che non sa niente e dà coraggio alla madre che vuole morire. Ho riacceso il motore, sono partita.

Milena e io eravamo sul bordo della strada, a guardare la macchina che bruciava. Le fiamme arrivavano fino in cielo, rosso su nero, e tanta gente stava affacciata alle finestre per godersi quello spettacolo. Milena mi stringeva la mano, diceva: vedi, non imparerò mai niente. E io gliela stringevo ancora più forte, e le dicevo: più di questo, cosa vuoi imparare?
A poco a poco le fiamme si attaccavano ai palazzi, e mi sembrava di averli costruiti tutti io, con le pietruzze e i legnetti dei gelati e le lunghe sere.
Che cosa vuoi imparare più di questo?
Avrei voluto raccontare questo sogno a Milena, oggi, durante la lezione, ma la vedevo concentrata sui gesti, intenzionata a capire fino in fondo come si controlla quei sistema di leve e pedali, come si va avanti e come si parte in salita, e non ho detto niente.
E poi i sogni, a chi interessano?
Sono fumi della mente, un bicchiere di troppo e si sogna l’amore, due bicchieri e si sogna il diavolo.
Milena è così bella e confusa che posso dirle solo ciò che so di preciso, e cioè come si mettono le marce, cosa significano quei cartelli colorati che ci troviamo davanti, quanti pericoli ci sono in cento metri di curve.
Credo che ora lei abbia bisogno di sapere questo e basta.
Io invece ho bisogno di sentire le sue emozioni, a volte riempiono così tanto l’abitacolo, mi premono addosso così forte, che devo aprire il finestrino per mescolarle con l’aria fresca. Talvolta ci passano accanto, più veloci di noi, motorini con una coppia di ragazzi a bordo: lui guida spigliato, una mano sul manubrio e l’altra mano agitata nell’aria, perché sta parlando di sé, del futuro, di chissà cosa; e lei da dietro lo abbraccia forte, forse non sente quasi nulla di ciò che lui sta dicendo, il vento si mangia le parole, però lo ama e io seguirebbe ovunque. Oppure sfioriamo un marciapiede dove cammina una coppia di anziani. Stanno zitti, si sono detti già tutto mille volte, e però si sorreggono ancora. Il vecchio tiene la busta della spesa, è stanco, un po’ curvo, ma vuole che sua moglie non faccia altre fatiche, almeno finché c’è lui. Mentre sto seduto al mio posto d’istruttore, noto sempre le persone innamorate che vanno per la strada. Non mi distraggono, anzi, mi fanno essere ancora più attento alla guida degli allievi, perché non vorrei mai che la macchina di cui sono responsabile producesse rovina e dolore. Vorrei che Milena restasse sempre accanto a me. Forse dovrei chiederglielo, sarebbero sufficienti poche parole dette come si deve, ma le parole mi sembrano tutte sbagliate. Più si parla, più ci si confonde e ci si allontana. Forse Milena capirà senza che io dica nulla, capirà e prenderà la sua decisione. O forse ha già capito e deciso. In fondo io cosa posso offrirle, chi sono io?
Sono un istruttore di scuola guida. Uno che sa cambiare sotto la pioggia una gomma bucata, uno che ha fatto più di settecentomila chilometri tra quattro strade del Villaggio Olimpico. Ho comprato un catarifrangente rotondo, grande poco più di un bottone. Pensavo di farci la luna sopra la nostra baita in miniatura, però ora sogno di regalarlo a Milena, le dirò tu mi fai brillare, oppure non le dirò niente.

Ha una ruga verticale tra gli occhi, Sisto, forse è arrabbiato con me. Gratto le marce, non metto sempre la freccia quando devo girare, sono così emozionata.
Aspetto le mie lezioni con ansia. Sono già pronta un’ora prima: cerco di vestirmi come credo a lui piaccia. Gonna, una camicetta bianca e un maglione da studentessa, e in più le calze nere autoreggenti che mi fanno sentire pronta a tutto. Mi trucco appena, mi guardo allo specchio cento volte, poi mi siedo sul divano e aspetto che arrivi il momento.
Mentre aspetto capita che mi chiami al telefono un uomo: ride, dice cose senza senso che vorrebbero essere divertenti, parla una lingua che non capisco più e poi m’invita a uscire per sprecare una serata insieme.
Non posso, non mi va.
E lui continua a parlare, a insistere, e io dietro al suono della sua voce vedo una terra vuota, deserta, un campo di sassi che non finisce mai.
Non posso, non mi chiamare più.
E allora lui, prima di riattaccare, mi dice una cosa cattiva. Mi dice: hai trentacinque anni, sei quasi una povera vecchia.
Lo vorrei richiamare subito, farmi portare in quel campo di sassi che non finisce mai, lasciare che la sua macchina si accosti a un muro, farmi toccare per sentire di esistere. Però non lo faccio.
Ho la mia lezione, penso, il mio orgoglio.
Sono agitata, nervosa, insicura, mi sento brutta e perduta, ma quando salgo in macchina la calma di Sisto subito mi tranquillizza.
Cerco di guidare con naturalezza, quasi che la mia voglia di andare e la macchina fossero una cosa sola, come mi suggerisce Sisto. Lui ha le spalle larghe, le scarpe grosse e quella ruga tra gli occhi che m’intimorisce. Vorrei poggiare le mie labbra su quella ruga, farla sparire con un bacio.
Quando Sisto mi dice qualcosa, giri piano a destra, vada dritto, stia attenta a quella motocicletta, io rido per fargli capire che mi piace tanto quello che dice. Forse sembro stupida, non lo so.
Una volta sola mi ha parlato di sé. Mi ha raccontato che suo padre era stato muratore e aveva costruito quelle case a schiera, per le Olimpiadi del Sessanta.
Sono bellissime, ho detto.
Ora altri muratori stanno costruendo l’auditorium, e allora ho aggiunto: la vita è un cantiere infinito, e Sisto ha detto: qui c’è sempre tanta polvere.

Oggi abbiamo investito un bambino. Da un giardinetto è schizzato all’improvviso sotto le ruote, Milena ha frenato, io ho frenato, ma non c’è stato nulla da fare. L’urto è stato forte.
Il bambino era disteso sull’asfalto, non si muoveva.
Era uno zingaro, aveva i capelli lunghi e sporchi, una camicia azzurra da uomo che si gonfiava di vento, due scarpe da ginnastica tra loro diverse, un mattone nella mano.
Milena piangeva a dirotto, batteva i piedi e non osava avvicinarsi: io invece mi sono chinato su quel corpo, l’ho toccato.
È morto, diceva Milena, è colpa mia.
Era come se guardassi la scena da una finestra del Villaggio Olimpico: mi vedevo inginocchiato accanto al bambino, vedevo Milena che disperata andava avanti e indietro sul marciapiede, vedevo l’erba gialla per la siccità e il cielo chiaro e senza nuvole, la macchina rossa.
Quando tassello dopo tassello costruisco i miei monumenti in miniatura sono altrettanto concentrato e assente, osservo dall’alto le Piramidi e le cupole millenarie, le controllo e le proteggo.
Sentivo Milena pronunciare piangendo il mio nome.
Sentivo il vento prendere una voce tra gli alberi.
E poi ho visto il bambino alzarsi, come la traccia di gesso di un morto che si stacca dall’asfalto e ricomincia a vivere. Aveva gli occhi impauriti e tremava. Si strofinava la testa con il mattone che stringeva nella mano.
- Come stai? - gli ho domandato.
Milena adesso era vicino a noi, carezzava il bambino sul viso, gli baciava le mani, gli chiedeva perdono.
Il bambino ha cominciato a parlare nella sua strana lingua, aveva un dente d’oro che brillava in mezzo ai denti neri, e tra tante parole incomprensibili ne brillava una, ripetuta di continuo: bene. Ogni volta che quel bene appariva, Milena mandava un sospiro di sollievo.
- Dobbiamo portarti all’ospedale? - ho detto, e il bambino scuoteva la testa, ripeteva bene bene con la voce un po’ roca, da vecchio.
Voleva solo andarsene, si liberava dagli abbracci di Milena e voleva andare via, come se non fosse accaduto nulla. Faceva ciao con la mano per chiudere lì quell’incidente. Aveva un musino da topo che ha fretta di tornarsene nel suo buco.
Milena era talmente spaventata che l’avrebbe lasciato andare, perché lei non può stare a lungo davanti a un dolore, soffre troppo e deve chiudere gli occhi, io l’ho capito.
Prima di salutano, voleva regalargli delle caramelle, dei soldi, non so, piangeva di nuovo e scavava con frenesia nella sua borsa elegante e piena zeppa di cose.
Il bambino ha dato a entrambi un bacio sulle guance, come una spinta piccola e umida. Dall’alto ho visto che gli mettevo una mano protettiva sulla spalla.
- Come ti chiami? - gli ho domandato.
- Miro, - ha detto, o almeno io ho capito così.
- E dove abiti?
- Ostia.

Sisto ha aperto lo sportello e ha lasciato che il bambino salisse in macchina con noi. Io avrei preferito di no, lo so che è un pensiero meschino, ma sentire quel bambino silenzioso dietro di me, sul sedile posteriore, e immaginare che mentre guido, io che guido così male e posso sbattere contro qualcosa ogni momento, mi può avere forse un’emorragia, e può sputare sangue, forse morire, mi riempie il cuore d’ansia, mi fa sentire minacciata.
Però Sisto ha detto lui viene con noi a prendersi un bel gelato, e io ho obbedito.
Ha detto: adesso andiamo al mare, conosco un bar dove fanno buoni gelati.
Ma io non sono in grado di guidare fino al mare, è lontano, e poi l’ora della lezione è quasi finita, dobbiamo riportare indietro la macchina.
Non importa, ha detto Sisto, e mi ha sorriso in quel suo modo semplice e rassicurante. Adesso non torniamo indietro, adesso andiamo avanti. Cento metri alla volta e arriviamo al mare.
E così, piano piano, ho imboccato il lungotevere, dove c’era tanto traffico. Mi sono tenuta sulla destra, facendo attenzione alle macchine parcheggiate e ai motorini che s’infilavano d’improvviso. Nei sottopassaggi ho acceso i fari, forse non era necessario, ma secondo me quella breve ombra sotterranea andava affrontata con le luci accese. Sudavo dalle tempie e tra le gambe. Quando sono apparse le sagome di Castel Sant’Angelo e di San Pietro, è stato come se le vedessi per la prima volta, come se fossi una pellegrina che ha traversato a piedi l’Europa per arrivare fin qui. Erano le mie conquiste, ed erano bellissime.
Per superarmi, un furgone mi ha stretto, e di nuovo ho avuto paura di perdere il controllo, di sfasciare tutto, ma sono riuscita a piegare un poco le ruote e poi a riprendere la strada.
Lo zingarello ogni tanto mi soffiava da dietro nei capelli, e mi sembrava un vento favorevole che rinfrescava il sudore. Poi una scarica di panico mi riattraversava il corpo, era come se una torma di topi impazziti passassero di corsa nelle mie cantine, e allora avrei voluto lasciare il volante, scendere e cercare un uomo che mi riportasse indietro.
Guardavo Sisto, e lui con la mano mi faceva segno di proseguire. Ci stiamo avvicinando al mare, diceva, e io pensavo: ci stiamo allontanando da casa e da tutto ciò che conosco. E così ho lasciato alle spalle Trastevere, l’isola Tiberina, Porta Portese, la Piramide, San Paolo. Qualche automobilista nervoso suonava rabbiosamente il clacson perché andavo troppo piano o perché ondeggiavo incerta in mezzo alla carreggiata, e quando mi superava mi lanciava da dietro il finestrino minacce che gli deformavano il viso.
Tra me e Sisto si è inserita come un cuneo la faccia triangolare del bambino. Ora sorrideva, ripeteva bene bene, e guardava con gli occhi stretti a fessura la città che si srotolava attorno a noi come un tappeto orientale. Ero io che lo srotolavo, pigiando i pedali e girando il volante. Fai così e così, mi ha detto Sisto, e due schizzi d’acqua. hanno bagnato il vetro, e il tergicristallo lo ha ripulito dalle croste e dai moscerini. Ora era tutto ancora più chiaro e luminoso. Il traffico pareva più scorrevole, la strada più facile. Ho fatto ripartire gli schizzi e le spazzole, e il bambino ha battuto le mani come davanti a un gioco divertente. Poi ha messo un braccio sulle mie spalle e l’altro sulle spalle di Sisto e ha cominciato a cantare nella sua lingua una canzoncina che non avevo mai ascoltato, una filastrocca allegra.
Siamo arrivati all’Eur e abbiamo continuato il nostro viaggio verso il mare. Mettevo le marce superiori, acceleravo un poco, ho persino superato un piccolo gruppo di ciclisti che procedeva in fila indiana. Non pensavo più a niente, solo a guidare bene. I pini romani ai lati della strada correvano insieme a me.
Tra poco saremmo arrivati al mare di Ostia e mi sentivo emozionata, come se il mare fosse una sorpresa grande che Sisto avesse preparato proprio per me, il premio che mi ero meritata per averlo portato così lontano.
Quando il mare è apparso laggiù, in fondo allo stradone, rosso e azzurro al sole del tramonto, lo zingarello ha gridato di gioia e io ho baciato il volante.
Abbiamo aperto i finestrini ed è entrata un’aria che sapeva d’estate e d’amore.

Abbiamo preso tre grandi gelati in un bar qualunque, ma io ho detto che quello era posto dove facevano i gelati migliori dell’intero litorale, e Milena ha subito riconosciuto che era vero, che in vita sua un gelato così buono non l’aveva mai mangiato. Il bambino ha finito il suo in un minuto e ne ha voluto un altro.
Ci siamo incamminati sul lungomare, tra la gente che passeggiava dopo una giornata di lavoro. Milena teneva per mano Miro e ha cominciato a raccontare di alcune spiagge bellissime dov’era stata, un anno fa e ancora prima, in Spagna, in Grecia, in Marocco, ma poi ha interrotto il suo racconto, come se non avesse alcun senso. Il vento le incollava la gonna leggera alle gambe e le scompigliava i capelli, e lei rideva di quei dispetti. Anch’io ho preso per mano Miro, mi sembrava che tramite lui potevo stringere la mano di Milena. Mi piaceva che fossimo lì, a camminare insieme, a interrompere con i nostri corpi vivi la corsa del vento.
Siamo scesi sulla spiaggia. Due bagnini in canottiera stavano rimettendo a posto le sdraio e gli ombrelloni. Gli ultimi bagnanti s’infilavano i vestiti sui corpi un po’ sporchi di sabbia, sistemavano nelle borse di plastica colorata thermos e racchette, spegnevano le radio.
Un grosso cane nero stava scavando una buca nella sabbia, come se cercasse qualcosa. Forse tutti i cani fanno cosi, non lo so. Quando ci siamo avvicinati, il cane ci ha fatto le feste. Aveva un collare di metallo, ma credo che fosse abbandonato. Lo zingarello lo ha carezzato sotto il muso e il cane gli ha leccato la mano, è corso lontano e subito è ritornato con un bastone in bocca. Gliel’ho rilanciato due o tre volte: lo riportava sempre, ce lo lasciava tra i piedi e poi si sdraiava obbediente, aspettando un altro lancio.
- Vai a cercare il tuo padrone, - gli ho detto, ma il cane rimaneva lì, tra di noi, con le onde più lunghe che lo bagnavano sotto la pancia, e muoveva la coda.
- Volete foto, scatto foto? - ha detto un omino con i sandali e la pelle olivastra, un indiano o un bengalese che aveva una polaroid appesa al collo.
- No grazie, - ho risposto girando lo sguardo verso il mare.
- Una bella foto, una foto sola. Per favore.
- Davvero, non ci serve, e poi ormai è quasi buio.
- Foto ricordo, tutti insieme, padre madre figlio e cane, Tutti insieme. Bella famiglia in foto. Io scatto, cinque euro.
- Ti prego, lasciaci in pace.
- Bella famiglia, bella foto. Cinque euro.
- Dài, facciamolo contento, - ha detto Milena.
Ci siamo messi in posa. Io ho abbracciato Milena e lei si è stretta a me, e Miro si è messo tra di noi, aggrappato alle mie gambe, e il cane si è seduto, con la testa ben dritta.
- Un sorriso, tutti un sorriso vero, - ha detto il bengalese, e poi il lampo del flash mi ha accecato. La foto è uscita ronzando dalla macchina. Il bengalese ce l’ha consegnata prima ancora che l’immagine emergesse dal nulla, gli ho dato i soldi ed è andato via. Siamo apparsi in un minuto: eravamo tutti lì dentro, stretti e sorridenti in quel quadrato minuscolo. Per un attimo ho pensato ai miei monumenti in miniatura, così perfetti e inutili. E ho pensato anche che il mare può entrare in un secchiello, se il secchiello è sfondato, e che un giorno può contenere tutta la vita, se è un giorno rotto dall’amore.

Sisto sventolava la foto per asciugarla meglio, e io avevo paura che la nostra immagine svanisse, che se la rubasse il vento.
- È venuta bene, - ho detto, e lo zingarello ha ripetuto bene bene, e il cane ha abbaiato forte. Poi siamo tornati alla macchina: si riconosceva facilmente tra le altre, perché dietro ha la scritta SCUOLA GUIDA.
Sisto camminava con il suo passo lento che sembra prendere le misure alla strada, e mi ha toccato la mano, quasi per caso, ma non per caso, e io mi sono sentita felice come non mi era mai successo. Mi sembrava che oltre a guidare lui mi avesse insegnato tante altre cose, anche se non avrei saputo dine neanche una.
Il bambino si è sdraiato sul cofano della macchina. Il vento gli gonfiava la camicia. Era scalzo, aveva un’aria assente, perdeva sangue dal naso.

Di nuovo mi sembrava di guardare tutto dall’alto, c’era Miro steso sul cofano scuro della macchina, il sangue, il vento, il cane che abbaiava, io e Milena immobili e vicini, il mare nero di Ostia, e per terra il catarifrangente che volevo passare nella mano di Milena e mi è caduto: ora rotolava alla luce del lampione come un attimo che per un attimo brilla e poi si ribalta e scompare.
Indicazioni bibliografiche
Marco Lodoli Marco Lodoli, I professori e altri professori, Einaudi, 2003, pp. 42-57
.Chiudi .Stampa .Segnala