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Bible Stories  Original text 
.Jonathan Safran Foer
L’AMORE È CIECO E SORDO
Adamo ed Eva vissero insieme felici per molti anni. Poiché era cieco, Adamo non dovette mai vedere i baffi di Eva, né i suoi denti storti, né i seni molli e percorsi dalle vene. E poiché era sorda, Eva non dovette mai sentire quanto era stupido suo marito, quanto era irragionevole e arrogante, insomma un vero disastro. Così era bene.
Un giorno la coppia felice venne a sapere di una mela che guariva da tutte le ignoranze. Ignorando l’idea che non sempre l’ignoranza è un male mangiarono entrambi del frutto. Oh, certo, ottennero una conoscenza assoluta. Finalmente Eva riuscì a capire lo scopo del dolore (non ha nessuno scopo) e Adamo comprese il libero arbitrio (dipende dalle regole che stabilisci). Capirono la gelosia e la finitudine, il calcolo multivariabile e come mai si ride per cose non divertenti. Inoltre furono guariti: lui dalla cecità e lei dalla sordità. E anche dalla loro felicità coniugale.
In che cosa, si chiesero entrambi, sono andato/a a cacciarmi?
Prima litigarono, poi si disperarono, poi si lanciarono oggetti, poi discussero su chi era proprietario di che cosa. Così era male. Si urlarono improperi dai lati opposti del Giardino in cui si erano a vicenda esiliati.
Sei brutta!
E tu sei stupido e cattivo!
In privato pregavano Dio affinché rendesse loro la non-vista e il non-udito. Pregarono: «Facci tornare quelli che eravamo». Ma Egli si rifiutò, o li ignorò, o semplicemente le loro preghiere non arrivarono mai a Lui perché era a Sua volta cieco e sordo.
Né ad Adamo né a Eva importava di avere ragione, e neppure della profusione di cose belle che potevano essere viste o sentite nel mondo. Nessun quadro, nessun libro e nessuna musica - nemmeno la natura stessa - erano in grado di dar loro sostegno, se non avevano anzitutto la felicità.
Una sera Adamo andò in cerca di Eva, mentre gli animali a cui era stato dato il nome da poco facevano i loro primi sogni. Eva lo vide e si avvicinò a lui.
«Sono qui», gli disse, poiché gli occhi di Adamo erano coperti di foglie di fico. Egli tese davanti a sé le mani per toccare la faccia e i seni di lei.
Eva gli disse: «Sei saggio e buono».
Adamo le rispose: «E tu sei bella». Anche se lei non sentì, perché si era riempita le orecchie di foglie di fico arrotolate.

L’ORA PIÙ FELICE DI MATUSALEMME
Matusalemme ebbe 969 anni per pensare al suo testamento, ma fu solo nell’ultima ora della sua vita che incominciò a fare correzioni. Invero, non mi sembra cosa giusta, pensò mentre si protendeva verso il suo lapis e il suo prossimo respiro, dividere tutto in parti uguali fra i miei figli. Non hanno uguali necessità, e onestamente non voglio a tutti ugualmente bene. Alcuni non mi sono neppure simpatici. Non voglio che il mio ultimo atto in questo mondo sia imposto dall’etichetta. Farò a modo mio una volta per tutte. E cancellò il testamento. Ma d’altronde, pensò, dividere le mie cose in parti che non siano uguali susciterà fra loro molte inutili gelosie, e io dovrei adoperarmi per evitare che la mia morte sia causa di un gigatesco mal di testa, quindi suppongo che la miglior cosa sia fare quello che ci si aspetta da me. Alla fine, è soltanto una questione di soldi. E riscrisse il testamento. Oppure, pensò, mentre cancellava il testamento, potrei semplicemente escludere i figli e lasciare tutto a quella brava donna di mia moglie. Gli sembrò un’idea così buona che lo scrisse. Però... neppure lei vivrà in eterno, e voglio davvero addossarle il peso, o l’occasione, di scegliere le cose su cui io adesso non mi so decidere? E le mie mogli precedenti, allora? Cancellò il testamento. E ancora, i miei amici? Che in fondo sono quelli che mi sono sempre rimasti fedeli. Non dividerò i miei averi con loro solo perché non abbiamo in comune il sangue o i fluidi del corpo? No, non mi sembra giusto. Riscrisse il testamento. Rifletté. Capovolse il lapis e cancellò. Ma allora, i meno fortunati di me? Mi si offre la possibilità di fare qualche buona azione nel mondo. A me, che ho ricevuto tanto. Quale miglior momento per restituire? Li avranno chiamati i bisognosi per qualche motivo, o no? Capovolse la matita e riscrisse il testamento. Cazzo. La sinagoga. Capovolse la matita. Cazzo, i progressisti. Capovolse di nuovo la matita pensando, e pensando, e ripensando...

VOLATILI
Non trascorse gran tempo che i più forti fra gli animali cominciarono a mangiare i più deboli, a due a due. All’inizio Noè provò a tenerli separati e per poco non ci rimise lui la pelle nel tentativo di salvare un animale di una specie che non esiste più. Ma alla fine accettò la realtà che le scorte di cibo scarseggiavano e che alcuni dovevano essere sacrificati per permettere agli altri di sopravvivere. Quando il mondo fu asciutto gli animali più forti ormai erano diventati come bamboline russe - nei loro ventri c’erano animali con altri animali nei ventri - e gran parte delle specie che erano entrate nell’arca erano estinte.
Quando la pioggia cessò Noè mandò fuori una colomba che tornò con un ramoscello d’ulivo come questo. Mandò fuori di nuovo la colomba che tornò con un altro ramoscello d’ulivo. La mandò fuori di nuovo, e stavolta la colomba non tornò. Era il segno che c’erano abbastanza terre emerse per ricostruire il mondo.
Sulla terra gli animali trovarono impossibile perdere le abitudini che avevano preso durante la loro disperazione. Anche se non era più necessario per sopravvivere i forti continuarono ad attaccare i deboli. I deboli si unirono, si strinsero gli uni agli altri, non potevano consumare un pasto senza pensare, almeno alla lontana, che poteva essere l’ultimo. Neanche Noè riuscì a scuotersi dalla disperazione. Una sera era in piedi vicino alla finestra, incapace di prendere sonno (praticamente non dormiva mai). I rami degli alberi si allungavano verso l’alto, e sentì un frullo allo stomaco che scambiò per fame, anche se si era rimpinzato un’ora prima.
Non era fame, ma bensì il ricordo della colomba. Noè l’aveva mandata fuori dall’arca per la terza volta, e quando era tornata con un altro ramoscello d’ulivo nel becco le aveva spezzato il collo e l’aveva portata in segreto giù in cucina. La sensazione che ebbe vicino alla finestra era il flebile battito d’ali della colomba, quella colomba che era ritornata senza dargli la minima ragione di credere che la Terra fosse di nuovo pronta per la vita animale.

LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL DI BABELE
Mentre veniva eretta contro il cielo la leggendaria Torre di Babele, sotto terra vi fu una contro-costruzione. A scavare sempre più a fondo - usando solo semplici badili e le mani nude - era un’altra civiltà: coloro che vivevano in silenzio. I rabbini dicevano i sermoni in silenzio e le loro congreghe facevano pettegolezzi, sussurri e lamenti in silenzio (battendosi, una volta all’anno, il petto in silenzio). Il commercio veniva praticato in silenzio - le contrattazioni si effettuavano a labbra immobili. Gli amanti gemevano in silenzio. Ai matrimoni, i quartetti suonavano in silenzio: i violoncellisti passavano archetti senza corde su violoncelli senza corde, gli arpisti arpeggiavano su crini inesistenti. I bambini nascevano in silenzio (piangevano, ma silenziosamente), e le persone morivano in silenzio (in silenzio pronunciavano le ultime parole). Quanto alla Torre, nessuno veniva capito.
La Torre fu distrutta per la sua arroganza, ma il tunnel non venne risparmiato per la sua umiltà. (Dopo tutto le preghiere erano silenziose. Come le imprecazioni.) A un certo punto coloro che scavavano le estreme propaggini della galleria sbagliarono una curva ed emersero. La luce inondò la galleria e gli abitanti - che nella loro vita non avevano mai visto il giorno - restarono accecati, piansero, e uscirono nel mondo e crebbero e si moltiplicarono.

IL SACRIFICIO
Abramo accompagnò Isacco in un luogo appartato e alzò un coltello. Gli angeli piansero e le loro lacrime caddero sugli occhi di Abramo, accecandolo. Mentre il coltello stava per cadere venne un pastore che disse ad Abramo che Dio era soddisfatto della sua dimostrazione di fede. La moglie di Abramo, Sara, apprese che Abramo aveva portato via Isacco per offrirlo in sacrificio e si mise in cammino per cercarli. Quando arrivò a Hebron fu informata che suo figlio era stato risparmiato. La buona nuova fu un’emozione troppo grande per lei, e morì.
Quando Isacco seppe della morte di sua madre gli occhi gli si riempirono di lacrime che non evaporarono mai più. Tutto quello che vide per il resto della sua vita - ogni foglia d’erba, ogni maledetto frutteto - lo vide attraverso la pellicola della morte di sua madre.
In quanto ad Abramo, la sua dimostrazione di fede gli costò la fede. Come segno del tradimento di Dio, si circoncise. Circoncise Isacco. E quando i suoi figli ebbero dei figli, praticò il taglio anche a loro.

LA BENEDIZIONE
Quando Isacco invecchiò la vista cominciò a venirgli meno. Ogni mattina gli si stendeva davanti agli occhi un nuovo strato di velatino nero, e non di lì a poco non riuscì più a distinguere i suoi figli Giacobbe ed Esaù.
Essendo il più vecchio, Esaù aveva diritto alla benedizione paterna per la primogenitura di famiglia. Essendo il più scaltro, Giacobbe era deciso a portargliela via. Si circondò sotto le vesti di strati di carne e si coprì le braccia di lana per ingannare il padre ed essere scambiato per il più virile Esaù.
Si accostò al letto del padre. Fuori, le canne sventolarono svelando il ventre del vento. «Sono io», disse Giacobbe. «Esaù. Sono pronto per la tua benedizione».
Isacco impartì la sua benedizione a Giacobbe.
Ma Isacco non si fece imbrogliare. Non era neanche cieco. Non aveva nessuna difficoltà a distinguere i suoi figli, le sue gioie più grandi, e poi anche un padre cieco può vedere i suoi figli. Diede a Giacobbe l’ultima benedizione di un padre, che non è la primogenitura, ma la sua resa. Fu per lo stesso motivo che - poche ore dopo, e in perfetta salute - morì.

IL VELO
Giacobbe si innamorò di Rachele e voleva sposarla. «Certo», rispose il padre di Rachele, «ma prima dovrai lavorare per me per sette anni». Giacobbe accettò. Sette anni dopo, sollevando il velo della sua sposa alla cerimonia nuziale, scoprì che il padre di Rachele lo aveva giocato dandogli in moglie un’altra delle sue figlie, Lia.
«Io volevo Rachele», disse Giacobbe al padre di Rachele.
«Altri sette anni», gli rispose il padre di Rachele.
E Giacobbe accettò.
Sette anni dopo la faccia sotto il velo apparteneva alla cugina di Rachele. Non era brutta, né debole, né ignorante. Giacobbe l’aveva conosciuta bambina e poi ancora, anni dopo, nelle vicinanze di un pozzo. Quel pomeriggio parlarono per ore di come, malgrado tutta la vita che avevano alle spalle, si sentivano giovani; e di come, malgrado tutta la vita che avevano davanti, si sentivano vecchi.
«Io volevo Rachele».
Sette anni dopo sposò la seconda cugina di Rachele.
«Io volevo Rachele».
«Altri sette anni».
Lavorò per il padre di Rachele per sessantatré anni, prima di alzare il velo e vedere la faccia di Rachele. Non era più una fanciulla, ma una vecchia. I suoi occhi si erano nascosti nella faccia e i capelli grigi le nascondevano le orecchie, rughe profonde cercavano di nascondere la bocca tra le loro pieghe. Nel vecchio volto di lei Giacobbe vide la propria mortalità, e fu un altro motivo per amarla.
Quella notte, quando furono insieme nel letto, Giacobbe chiese a Rachele di coprirsi la faccia con il velo. Lei obbedì e lui glielo scostò, svelando la sua faccia. Le chiese di rifarlo e lei obbedì. E lui svelò nuovamente la sua faccia. Spostò il velo sui suoi seni e li svelò. Svelò le sue spalle e il suo ventre. Svelò le sue caviglie e le ginocchia e le cosce e che bello, pensò spostandosi verso l’alto, che lì ci fosse già un velo di peluria. Svelò la bocca di lei prima di velarla ancora, questa volta con la sua bocca.
Trascorsero la loro vita insieme seguendo il principio del velo sollevato, cercando sempre di scelarsi a vicenda. Di punto in bianco Jacob usciva dalla casa per poi chiamare Rachele dal cortile: «Ti amo, e torno in casa!». Nel mezzo di un colloquio Rachele esclamava: «Oh sei tu! Sono così contenta che sia tu!»
E quando, dopo anni, Giacobbe perse la memoria, la perse anche Rachele. Passavano tutto il giorno insieme, sul divano, a sfogliare gli album di fotografie delle loro vite. Non ricordavano più gli amici né i parenti né il vestito viola che a Rachele piaceva tanto mettersi per ballare, né il sentiero alberato verso il mare: ma quelle persone, quei loro oggetti e quei luoghi continuavano a colmarli di felicità come il sole dopo morto continuerebbe a scaldare la terra per otto miracolosi minuti.
Giacobbe aveva comprato un vaso per Rachele. O lei lo aveva comprato per lui. Non ricordavano. Non importava. Era lì. E anche se continuavano a volerlo riempire di fiori restava sempre vuoto. «Che bellissimo vaso», si dicevano a vicenda tornando a compiacersi del vaso, all’infinito. Passavano i giorni notando degli aspetti, nel vaso, che avevano notato solo un momento prima, toccandolo esitanti, teneri, come se fosse la prima volta. «È davvero incredibile», dicevano ogni volta più convinti. «Che cosa abbiamo fatto per meritarci una cosa tanto bella?»

LE TENEBRE VISIBILI
«Lascia partire il mio popolo», ripeté Mosè al Faraone dopo aver colpito il popolo del Faraone con un’altra terribile piaga. «Non lascerò partire il tuo popolo», rispose il Faraone a nome del suo popolo. Questa volta Dio scagliò sugli Egiziani la piaga della cecità. Camminavano per le strade - madri di bambini, i loro bambini, nonni - a braccia tese, gridando: «Le tenebre! Le tenebre!» E così quella piaga fu nota come piaga delle tenebre.
A ogni Pasqua, quando raccontiamo l’episodio delle piaghe d’Egitto intingiamo le dita nel vino e poi tocchiamo i nostri piatti trasferendo su di esse un tocco di dolcezza, a ricordo di tutti coloro ai quali, nella Storia, abbiamo inflitto grandi sofferenze in cambio della nostra salvezza. «Siamo salvi! Siamo salvi!» diciamo, a noi stessi e l’uno all’altro. E così quella piaga adesso è nota come la nostra salvezza.

L’IMITAZIONE DI CRISTO
Quello in cui state guardando è lo specchio in cui guardò Gesù il mattino della sua crocifissione. Se aveste davanti a voi un muro, il muro che Gesù guardò prima di essere condotto a morte, non ci pensereste così tanto. Se fosse una spina della sua corona, o i chiodi che trattennero i suoi palmi alla croce o la sua immagine in un sudario, o anche le spoglie dello stesso Gesù, non provereste la stessa emozione che ora vi fa guardare in questo specchio. E allora, che cos’è che pensate di vedere?

traduzione di Massimo Bocchiola
Performs on
.14 June






Music by
.Rita Marcotulli


 
 
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