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Bridges and Trenches  Original text 
.Amitav Ghosh
Fa uno strano effetto pensare che la caduta del muro di Berlino, nel 1989, venne salutata come la convalida del "capitalismo" e l'inizio di una nuova era di armonia nella storia del mondo. Ripensandoci a quindici anni di distanza, direi che l'esperienza del mondo in questo periodo è piuttosto la riprova del fatto che un capitalismo del tutto privo di vincoli porta inevitabilmente a guerre imperialistiche e all'espansione degli imperi. Se così non fosse, il regno quasi incontrastato di un singolo sistema dovrebbe essere un'epoca, se non di pace universale, quanto meno di sostanziale accordo sui mezzi per garantirla.
Siamo invece testimoni dell'esatto contrario. Ci ritroviamo in un periodo di tremenda instabilità e paura, e con la prospettiva di una proliferazione di malcelate guerre coloniali. Si direbbe che la crescente interconnessione del mondo in cui viviamo abbia creato tante divisioni quante ne ha cancellate.
Divisioni ed estraneità ci sono sempre state, questo è ovvio. Ma gli antagonismi del mondo contemporaneo sono diversi da quelli del passato per almeno una ragione importante: oggi siamo tutti vicini di casa; tutti abbiamo una vaga idea di ciò che accade dietro le tende delle finestre delle altre case del villaggio. L'inimicizia dei vicini di casa è molto diversa dall'estraneità di coloro che non si conoscono affatto, e produce un tipo di odio e di ostilità che è antico e nuovo nello stesso tempo.
Scrittori come me appartengono alla schiera di coloro che devono incessantemente attraversare le divisioni, le frontiere e i confini del nostro mondo barricato, perché le circostanze della vita e del lavoro ci costringono ad abitare i conflitti del nostro tempo. L'atto stesso di tradurre in un'altra lingua una realtà concepita in una lingua diversa ci ricorda permanentemente quanto profonde siano le differenze e quanto difficile sia conciliarle, non solo nel mondo reale, ma perfino in un atto dell'immaginazione. Ho convissuto con tali conflitti per molto tempo, eppure non ne ho mai sentita la presenza in modo così tangibile com'è accaduto mentre scrivevo il mio ultimo romanzo, Il paese delle maree. Ironia vuole che, di tutti i miei libri, questo sia il più lontano dalla corrente principale dei fatti del mondo. Ha inizio in una piccola barca su un fiume del Bengala, ed è un tentativo di abitare un luogo e una situazione la cui stessa esistenza, in un certo senso, costituisce una sfida a quella parte del mondo che sa tutto, consuma tutto, conquista tutto.

Nei giorni di pioggia accade talvolta che un raggio di sole s'insinui tra le nubi costringendoci a guardare l'ambiente circostante con occhi diversi. In tali momenti di illuminazione ciò che è normale diventa prodigioso e i paesaggi familiari sembrano improvvisamente ignoti. Ho sperimentato qualcosa del genere nel gennaio del 2000, su un tratto di fiume a non più di sessanta chilometri da Kolkata (Calcutta), la città in cui sono nato. È una zona dell'India conosciuta come i Sundarban e, pur conoscendoli e frequentandoli regolarmente fin dall'infanzia, è stato come se vedessi il fiume e la foresta per la prima volta.
Un mito indiano racconta che quando il Gange discese per la prima volta dal cielo, il suo acqueo furore era tale che avrebbe distrutto la terra se il dio Shiva non fosse intervenuto imbrigliandolo fra le proprie chiome arruffate. Sulla mappa, quei lacci sembrano reggere fin quasi alla fine del viaggio del fiume, infatti solo quando si avvicina al golfo del Bengala il Gange riesce a liberarsi dai vincoli e si divide in centinaia, forse migliaia di tortuosi corsi d'acqua. Il risultato sono i Sundarban, un'immensa fascia di foreste di mangrovie che congiunge le piane alluvionali di due dei maggiori fiumi del mondo, il Gange e il Brahmaputra: un vasto territorio semisommerso dove le acque dell'Himalaya si mescolano con le correnti marine.
I Sundarban sono in realtà un gigantesco arcipelago creato dall'enorme ammasso di limo che il Gange e il Brahmaputra sottraggono alla terra scendendo verso il mare. Nei Sundarban non ci sono confini netti tra acqua dolce e acqua salata, tra fiume e mare. Le maree penetrano nell'entroterra per oltre cento miglia e ogni giorno migliaia di ettari di foresta spariscono sott'acqua per riemergere molte ore dopo. In certi periodi dell'anno il mare irrompe nei Sunderban con tale velocità che le maree formano "bore", onde alte da tre a nove metri che spazzano i canali come uno tsunami. Le correnti sono così poderose da modificare quasi quotidianamente la forma delle isole: talora l’acqua strappa via interi promontori e penisole, talora solleva argini e lingue di terra dove prima non c'era nulla. Là dove emergono nuove terre, cominciano immediatamente a germogliare colonie di mangrovie. Molte specie di mangrovie si propagano attraverso polloni detti pneumatofori, virgulti appuntiti che sbucano dal fango come lance: ogni argine dei Sundarban è punteggiato da migliaia di queste lance. Le mangrovie sono così prolifiche che una foresta è in grado di rigenerarsi nell’arco di pochi anni. Malgrado la sua straordinaria densità, dal punto di vista umano questo tipo di foresta non è dissimile da un deserto. Sono pochissime le specie di mangrovie che danno frutti commestibili e la vegetazione offre ben poco al sostentamento umano. Quanto all'acqua, è onnipresente, ma è troppo salmastra per essere bevuta, e le pozze d'acqua dolce sono rare quanto i pozzi nel deserto.
Una foresta di mangrovie è un mondo a sé, totalmente diverso dai boschi dei climi temperati o dalla giungla tropicale. Non ci sono alberi frondosi avvolti dai rampicanti, né felci o fiori selvatici; non ci sono cacatua vocianti o pappagalli. Le mangrovie sono alberi relativamente bassi, rari i tronchi che superano i sei metri. Le foglie sono resistenti e coriacee, i rami nodosi e il fogliame fittissimo. La visibilità è poca, l’aria ferma e fetida. Non c'è nulla di invitante, per uno straniero. Non c’è un solo momento in cui l’essere umano non si senta minacciato dall'estrema ostilità di questo territorio che con scaltrezza, ingegno e determinazione tenta di distruggerlo o bandirlo. Eppure è un paesaggio con una sua maestosa e stupefacente grandiosità, dove l'orizzonte può aprirsi all'improvviso in panorami mozzafiato; dove il cielo, l'acqua e la terra sono connessi da scintillanti distese di luce purissima. Stando a un'etimologia, "Sundarban" significa semplicemente "bella foresta". Ma si tratta, come nei versi di Yeats, di una bellezza terrificante, vendicativa, perché ogni anno, in queste foreste, decine di persone vengono aggredite e divorate dalle tigri, e molte di più vengono uccise dai coccodrilli, i serpenti e gli squali. Si tratta, in altre parole, dell'unico posto sulla terra dove l'uomo è più spesso preda che predatore.

Provate a immaginare che cosa significhi avventurarsi tra le mangrovie dei Sundarban. Vi avvicinate a un'isola in una barca a remi di basso pescaggio - qualunque altra imbarcazione si incaglierebbe negli spessi banchi di fango lungo le coste. Giunti a destinazione, cercate di spingere la barca il più in alto possibile sul'argine che costituisce la soglia dell'isola. Nel momento stesso in cui approdate vi ritrovate ad affondare in una coltre di argilla alta fino alla vita, o al ginocchio (l'altezza varia con la corrente). Qui il terreno è un sedimento di sabbia finissima triturata nelle viscere dei fiumi che lo hanno estratto dalle pendici dell'Himalaya. Il vostro piede sparisce non appena lo posate a terra, e il fango ci si richiude sopra. Risalite l'argine con esasperante lentezza, torcendo un piede nell'argilla mentre vi bilanciate sull'altro. Sempre sapendo che la vostra andatura offre un'allettante occasione ai coccodrilli che dimorano in queste acque. I coccodrilli dei Sunderban sono tra i più grossi del mondo, raggiungono anche i nove metri di lunghezza. Malgrado le dimensioni gigantesche, queste creature dalle zampe corte e dal ventre piatto sono in grado di nuotare nel fango con una rapidità e un'agilità eccezionali. Un essere umano praticamente immobilizzato nel fango è una facile preda, non per nulla gli argini fangosi sono il terreno di caccia prediletto dai coccodrilli. Andando verso la foresta lo spessore del fango diminuisce, il che non rende necessariamente più sicuro il vostro passo. Poco oltre la riva il terreno erutta milioni di virgulti di mangrovia, alcuni così taglienti da squarciare i vostri piedi nudi. Mentre cercate di orientarvi tra i virgulti è più che probabile che vi imbattiate nelle orme di una tigre. Nei Sundarban succede di rado che gli esseri umani riescano a vederle - sono molte le guardie forestali che hanno passato qui tutta la vita e non ne hanno mai vista una - eppure le tigri sono onnipresenti ed è facile scorgere i segni della loro ubiquità. Qui sono gli esseri umani che vengono tenuti d'occhio, pedinati, seguiti.
Provate ora a immaginare cosa significhi penetrare finalmente nella foresta. L'aria è umida e pesante, ronzante d'insetti; sotto i piedi il terreno è ancora scivoloso dopo l'ultima alta marea; la vegetazione è così fitta che non vedete al di là della vostra mano; nodosi rami di mangrovia si richiudono su di voi come le sbarre di una trappola, ma una simile gabbia di legno non offre alcuna protezione perché una tigre non avrebbe difficoltà a infrangerla. In caso di aggressione sareste quasi altrettanto bloccati che sull'argine melmoso.
Gli abitanti dei villaggi che vi hanno portati qui hanno paura, una paura tangibile, e non fanno nulla per nasconderla. Al contrario, ve ne hanno già parlato distesamente, al villaggio, durante la traversata in barca, perfino mentre lottavate contro il fango. Ve l'hanno domandato più e più volte: la senti, nel tuo cuore, la Paura? Sulla loro non ci sono dubbi, non solo perché la dichiarano esplicitamente, ma perché la si vede sulle loro facce, nel loro stare perennemente all'erta. Potendo evitarlo, non sarebbero qui; nessun essere umano sfiderebbe a cuor leggero un sentimento così intenso. Essi credono che la paura li protegga dalla giungla; la paura è l'omaggio dovuto alla foresta e al suo sovrano, la tigre; è un sentimento che trova espressione in una consapevolezza così fervida che sarebbe impensabile in assenza di un rispetto, una devozione - e un terrore - assoluti.
Per la loro salvezza, gli abitanti dei villaggi si rivolgono alla dea della foresta, una divinità chiamata Bon Bibi, che si dice fosse una donna inviata nei Sunderban dall'arcangelo Gabriele per creare un equilibrio tra il regno degli esseri umani e quello degli animali. Dimostrazione esemplare di come le acque dei Sunderban cancellino le convenzionali divisioni del mondo: nulla infatti è più significativo del fatto che qui, tra popolazioni che si proclamano indù, la maggiore divinità sia una donna musulmana. Ma per i devoti di Bon Bibi la leggenda è anche una parabola degli eccessi distruttivi dell'avidità umana: il suo fondamentale insegnamento è che per trovare un equilibrio tra la foresta e le coltivazioni vanno posti dei limiti alle necessità umane. In altre parole, andare nella foresta quando c'è ancora cibo nella dispensa costituisce un invito alla propria morte. È una proibizione così assoluta da valere sia retrospettivamente sia come monito, così di un uomo che è stato aggredito e ucciso si dirà, «nella sua casa c'era ancora una ciotola di riso da cuocere, ci è andato quando non aveva nessun bisogno di andarci». E un uomo che si appresta ad andare nella foresta sapendo che in casa c'è ancora del cibo si sentirà in colpa per la sua trasgressione, così il suo passo sarà rallentato e i sensi ottenebrati, sarà dunque ancora più vulnerabile nel caso che venga effettivamente attaccato.

I Sundarban non sono una remota regione selvaggia come la foresta pluviale amazzonica e i ghiacci artici. Le mangrovie si stendono lungo i confini di una delle zone più densamente popolate del mondo. Milioni e milioni di persone affamate di terra si affollano su quei confini esercitando una costante pressione. Alcuni insediamenti devono la loro presenza a Sir Daniel Hamilton, un eccentrico scozzese che tentò di fondare in quell'area una comunità utopica, una "repubblica di credito cooperativo". Ma come spesso accade nelle comunità utopiche, l'esperimento fallì tragicamente: dopo decenni di insediamento il terreno era ancora saturo di sale, dava scarsi raccolti e non poteva essere coltivato tutto l'anno; quanto agli amministratori della proprietà Hamilton, si rivelarono sfruttatori corrotti. Dopo l'indipendenza, con l'ondata di profughi da quello che è ora il Bangladesh, la situazione peggiorò. A tutt'oggi i Sundarban restano una delle zone più povere del Bengala occidentale e del Bangladesh: due delle regioni col più alto tasso di povertà del mondo. Solo recentemente i terreni coltivabili sono stati desalinizzati e anche così non sempre sono produttivi. La maggior parte della gente sopravvive pescando granchi e gamberi. I villaggi sono periodicamente spazzati via da cicloni e inondazioni. Ci sono poche strade e quasi nessun servizio pubblico: prosperano i pirati, i contrabbandieri e i pescatori di frodo, mentre i funzionari governativi non si fanno vedere se non come strumento di estorsione.
I Sundarban non sono tuttavia solo una zona di spaventose difficoltà. Ci sono medici che dedicano la vita ai poveri, insegnanti che lottano con ogni mezzo per garantire un'istruzione, uomini e donne che si dedicano interamente agli altri. È un luogo di impegno idealistico e di strenue lotte quotidiane.

Devo il mio legame con i Sundarban a uno zio che nel 1947 divenne direttore di una scuola in quelle isole, che da allora furono per me un luogo familiare. Perché dunque nel 2000 ebbi l'impressione di vederli per la prima volta? Una ragione fu senza dubbio che ci arrivai da New York, che, politicamente e geograficamente, sta all'altro polo del globo. Forse a causa della contraddittoria realtà della mia situazione personale - ero uno del posto pur senza esserlo, ero allo stesso tempo amico e nemico, familiare ed estraneo - cominciai a fantasticare su incontri casuali tra il paesaggio stesso e alcune persone estranee tra loro, una donna e due uomini. Nei mesi successivi quella fantasia assunse una sempre maggiore urgenza, ci vedevo infatti molte analogie non solo con la mia esperienza, ma con quella di gran parte del mondo. Nell'era delle immagini elettroniche tutti, e dovunque, devono vivere faccia a faccia con il volto sconosciuto dell'altro: se gli abitanti di villaggi poverissimi e remoti sono al corrente degli stili di vita di luoghi lontani, i cittadini delle metropoli più frenetiche non si liberano mai dalla sensazione di un debole colpo alla porta, un bussare che annuncia l'esistenza di quelli che non mangiano alla loro tavola. Mi sembrava urgente e ineludibile trovare un modo di connettere i due poli del mondo, di superare il vuoto - se non si riesce a costruire un simile ponte con l'immaginazione, non c'è dubbio che non lo si costruirà mai nel mondo reale. Mi ero messo al lavoro, ma ancora una volta, l'11 settembre 2001, è intervenuta la storia - quella con la S maiuscola - dandoci l'ennesima prova dei metodi incendiari con cui i poli del nostro mondo si tormentano a vicenda. Ero a New York quel giorno, non lontano dal World Trade Center, e il mio orrore dinanzi a ciò che stava accadendo era dovuto, in buona misura, al fatto che riconoscevo in tutto ciò anche un'aggressione al nucleo più intimo della cultura dei Sundarban, che privilegia la tolleranza, l'equilibrio, lo stemperarsi delle divisioni religiose e la creazione di incroci tra culture e civiltà. Tutti valori in odio ai fondamentalisti di ogni risma, indù e musulmani, ebrei, cristiani e buddhisti. Gli zeloti che hanno attaccato il World Trade Center avrebbero disprezzato Bon Bibi e i suoi devoti, avrebbero cercato di distruggere ogni segno della sua presenza con lo stesso furore che hanno messo nella distruzione dei grandi Buddha di Bamiyan, che erano stati protetti per secoli dai musulmani della zona. La distruzione è un elemento intrinseco al credo fondamentalista: un'ideologia profondamente nichilista fondata sull'odio per tutto ciò che è inspiegabile e sconcertante.
Ma a ogni svolta della storia si presentano molteplici possibilità, molteplici scelte contraddittorie; ognuna di tali svolte costituisce un'occasione per ribadire quanto diceva Gandhi, ovvero che «dobbiamo diventare il cambiamento che desideriamo vedere nel mondo». In questo caso i nichilisti hanno avuto ciò che desideravano: diventando l'incarnazione della guerra che volevano vedere hanno visto il loro desiderio prontamente esaudito dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Da allora, gli angloamericani (con l'incoraggiamento di qualche tirapiedi) hanno fatto degli attacchi dell'11 settembre il pretesto per una trionfale riaffermazione del loro secolare progetto capitalista e imperialista. Non va dimenticato che parole come libertà e liberazione sono sempre sgorgate in abbondanza dalle labbra dei conquistatori. Con ciò non voglio negare che gli imperi e i costruttori di imperi si richiamino spesso a nobili ideali, ma richiamare l'attenzione sul fatto che ogni processo di conquista, occupazione e dominio provoca situazioni che diventano alibi per un rinvio indefinito degli ideali professati. Così alcuni giacobini sostennero la necessità della schiavitù nelle colonie francesi; così l'autore del Saggio sulla libertà partecipò all'amministrazione coloniale di centinaia di milioni di indiani; così in Iraq si concilia la tortura con la promessa di libertà. Non sono novità, negli annali dell'impero; questo tipo di libertà si accompagna sempre a un monito, un "altrimenti" che vi mette in guardia circa le vostre scelte in merito alla libertà che sta per esservi affibbiata. Così, nel XVI secolo, il Requerimiento dell'impero spagnolo ammoniva i nativi americani ad accettare volontariamente il nuovo ordine, altrimenti: «vi faremo la guerra... vi toglieremo mogli e figli e li ridurremo in schiavitù... e dichiariamo fin d'ora solennemente che la responsabilità delle morti e delle perdite che potranno verificarsi sarà vostra». Né va dimenticato che persino i difensori del commercio di schiavi sull'Atlantico si presentavano come liberatori: sostenevano infatti che la schiavitù liberava gli africani dalle tirannie del continente d'origine.
La proposta di un pacchetto capitale+impero si muove tuttora sui binari di tale ambiguità. Gli ideologi della globalizzazione amano sostenere che l'economia di mercato esporterà ovunque gli attuali standard di vita dei paesi sviluppati. Promettono che il capitalismo liberato da ogni pastoia renderà accessibile al mondo intero il sogno americano. Ma che cosa significa in pratica? Riflettiamo per un attimo sui dettagli, per esempio le famose due automobili per famiglia. Quante auto toccherebbero all'India? Diciamo quattrocento milioni? Aggiungiamone altrettante in Cina e forse altri trecento milioni nei paesi dell'area. Analizziamo nello stesso modo i dati sul consumo domestico di detersivi, pesticidi e altri prodotti chimici e domandiamoci cosa ne sarebbe del pianeta se l'India e la Cina dovessero ricalcare i modelli di consumo occidentali. Che ne sarebbe dei Sundarban e di ambienti altrettanto fragili? Che ne sarebbe della loro concezione di equilibrio ecologico, e dell'esigenza di porre un limite all'avidità?
È evidente allora che proporre l'economia occidentale come modello mondiale è una beffa ben mascherata, non perché il sistema di vita occidentale non sia gratificante e piacevole, ma perché il mondo morirebbe di asfissia. Non ci vuole molto a capirlo, e possiamo essere certi che i rivenditori del pacchetto sanno benissimo che la loro versione di capitalismo+impero darà luogo a un sistema duale: anche ammesso che gli standard di vita in India e in Cina migliorino in modo sostanziale, all'interno di tale modello non potranno mai essere gli stessi dell'"Occidente". Il futuro ipotizzato per il mondo dall'attuale incarnazione dell'Impero provocherà inevitabilmente disuguaglianza e divisioni, conflitto e guerra permanenti.
All'interno di questo tetro scenario ci sono però dei punti di luce, e ironia vuole che alcuni siano stati accesi proprio dalla guerra in Iraq. È stato durante la costruzione di questo conflitto che la maggioranza degli Europei hanno scoperto, per la prima volta in un millennio, come appare il mondo agli occhi dei colonizzati: non è una visione facile da dimenticare. Parallelamente ci sono stati rassicuranti segnali di dissenso anche all'interno del blocco angloamericano: si pensi all'inedita rottura dei ranghi di Canada e Nuova Zelanda.
Ma il punto di maggiore luce viene dall'Europa stessa, in quanto Unione Europea e in quanto tenace assertore di metodi di pace e negoziazione necessariamente lenti ed esitanti. Sottraendo il discorso alle teleologie pericolosamente illusorie dei secoli passati, l'Europa ha mostrato al mondo cosa si può ottenere concentrandosi sui mezzi e non sui fini. Solo così il mondo può sperare in un destino comune, sottratto non solo alle armi dei nuovi fautori dell'imperialismo, ma anche ai desideri e agli appetiti imperiosi che minacciano di consumare il nostro pianeta.
Questi ultimi anni sono stati anni di crisi, di ansia, perfino di disperazione. Periodi come questo sono duri per tutti ma in special modo per gli scrittori, il cui lavoro spesso sembra lontanissimo dalle turbolenze del mondo. Ciò mi è sembrato particolarmente vero mentre scrivevo Il paese delle maree. Concentrarmi sulle esperienze di un minuscolo gruppo di persone, in un remoto angolo del globo, è stato a volte tremendamente difficile: il fatto stesso di scrivere, in un momento in cui altri scendevano nelle strade protestando, manifestando, organizzando, mi sembrava del tutto inutile. Eppure, ostinandomi a raccontare quella storia mi sono convinto sempre di più dell'urgenza del compito. Perché l'azione politica, che pure è essenziale, non può di per sé fornire visioni alternative del futuro; e perché se dobbiamo pensare a un mondo diverso dobbiamo anche riconoscere la necessità di immaginarne il contenuto - e la politica da sola è inadeguata a un simile compito. Per questa stessa ragione è così importante distogliere lo sguardo dalla corrente principale degli eventi e rivolgerlo altrove, a ciò che è insolito, sconosciuto, nascosto: la confutazione definitiva delle rivendicazioni concorrenziali di fondamentalisti e imperialisti - i nichilisti e i profeti dell'avidità - risiede infatti proprio nelle contraddizioni dell'esperienza umana e nelle realtà della nostra collocazione su questa terra. Perché, come dice Rilke nella IX elegia duinese:

«Essere stati una volta, seppure solo una volta:
Essere stati terreni, non pare sia revocabile» .

traduzione di Anna Nadotti
Performs on
.16 giugno






Music by
.Danilo Rea


 
 
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