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da La terre et le ciel de Jacques Dorme  Testo in lingua originale 
.Andreï Makine
Lei parlava lentamente, interrompendosi come per ascoltare il vento che levigava la steppa o per accompagnare con lo sguardo un uccello nel cielo di luglio. O forse quelle pause corrispondevano, nella sua memoria, a lunghi mesi che non portavano nessuna notizia di Jacques Dorme? Io lasciavo errare la vista lungo un fiumiciattolo da cui ci arrivava un velo di frescura, oltre i rami dei salici e degli ontani che ci proteggevano sotto il loro setaccio ondeggiante. Gli argini erano screpolati per il caldo, la corrente quasi immobile sembrava ridursi a vista d’occhio, aspirata dal sole. Immaginavo al suo posto un’ampia distesa d’acqua, in un lontano mese di maggio, un lago notturno e le due figure di bagnanti stagliate sul blu livido di un temporale muto.
Le restavano poche cose da dirmi. Non parlò dei suoi combattimenti a Stalingrado, sapendo che a scuola ce li raccontavano ogni anno, attraverso le testimonianze di veterani. Né dell’inferno vissuto dietro le linee del fronte, in borgate trasformate in vasti ospedali di campagna. Dalla partenza di Jacques Dorme, nei tre anni che erano durati i suoi voli sulla Siberia, aveva ricevuto quattro lettere. Trasmesse di mano in mano, da militari in trasferta: l’unico modo di spedire qualcosa dal deserto polare dov’era di stanza la sua squadriglia e soprattutto di eludere la vigile caccia alle spie.
Il lavoro dei piloti sulla linea "Alaska-Siberia", l’Alsib, era doppiamente segreto. Durante la guerra, bisognava nasconderlo ai Tedeschi. Dopo la guerra, ai Sovietici stessi: la guerra fredda era cominciata e il popolo non doveva assolutamente sapere che gli imperialisti americani avevano fornito all’alleato russo oltre ottomila aerei per il fronte dell’Est. Tutto quello che Alexandra avrebbe saputo, sarebbe venuto da quelle quattro lettere, da un’unica foto e dalle conversazioni con un compagno cui Jacques Dorme aveva chiesto di ritrovarla, un impegno che gli uomini della squadriglia prendevano fra loro, pensando ai propri cari. C’era anche quel viaggio che avrebbe tentato all’inizio degli anni Cinquanta, nella speranza di ritrovare il luogo della sua morte. Ne avrebbe ricavato poche cose: il ricordo di una regione a stento accessibile, quadrettata qua e là dai reticolati dei campi, e in risposta alle sue domande, un mutismo prudente, un’ignoranza reale o simulata.
Seppe tuttavia farmi immaginare - quasi rivivere - l’epoca di quel ponte aereo occultato al mondo. Fra gli itinerari percorsi o sognati della mia vita, l’Alsib fu uno dei primi a inscrivere in me il suo spazio e la sua vertigine. Cinquemila chilometri di Alaska fino a Krasnoïarsk, nel cuore della Siberia, una ventina di aeroporti poggiati sul permafrost della tundra e i loro nomi, misteriosi come quelli delle tappe di una caccia al tesoro: Fairbanks, Nome, Ouelkal, Omolon, Seïmtchan... La violenza dei venti artici che buttavano a terra gli uomini e li trascinavano sul ghiaccio dove la mano non trovava nulla cui aggrapparsi. L’aria, a meno sessanta, in cui la bocca mordeva uno sciame di lame di rasoio. Squadriglie che si davano il cambio, da un aerodromo all’altro, senza giorni di riposo, senza diritto alla debolezza, senza la scusa delle intemperie, delle tempeste magnetiche, del sovraccarico degli aerei. Le piste di atterraggio costruite dai prigionieri dei campi, i terreni intorno, gibbosi dei loro cadaveri coperti di brina che non ci si prendeva la pena di contare. L’unico calcolo verteva sul numero di aerei guidati da ciascun pilota: oltre trecento per Jacques Dorme, secondo la lettera del settembre 1944. E, una somma più discreta, il numero di aviatori morti schiantandosi al suolo: oltre un centinaio, tra cui il suo, il giorno di capodanno del 1945.
Alexandra aveva probabilmente intuito più di quanto le lettere e le conversazioni le lasciassero sapere. Non aveva partecipato al veglione con i colleghi ferrovieri il 31 dicembre 1944. Una prescienza paziente, subdola, la soffocava. Era come una voce che si era spenta laggiù, nei confini ghiacciati della Siberia, una voce che non rispondeva più. Quando, qualche mese dopo, un amico di Jacques Dorme sarebbe venuto ad annunciarle la verità, lei non avrebbe osato parlare del suo presentimento, per paura che quello ci vedesse «delle superstizioni da donnicciola». Ne avrebbe parlato a me, con un sorrisetto triste, e io sarei arrossito, non osando dirle fino a che punto le credevo, credevo a ognuna delle sue parole, e soprattutto a quella premonizione che provava la forza con cui si erano amati.
Non avevo allora (né so se l’ho oggi) una migliore definizione dell’amore di quella specie di preghiera silenziosa che collega due esseri, separati dallo spazio o dalla morte, in un’intuizione permanente dei dolori e degli istanti di gioia vissuti dall’altro.

Il dolore era, quel giorno, esaminare un pesante Douglas C-47 che erano riusciti a braccare come una bestia ferita seguendo le tracce di un filo di sangue: nonostante una tempesta di neve, sul versante roccioso su cui l’apparecchio si era schiantato, quella lunga scia fulva, il colore del carburante, sgorgata in mezzo al bianco infinito. Colore caldo in quel mondo di ghiaccio. Vite calde, annientate di colpo, e di cui Jacques Dorme ricordava ancora i volti, le voci... La stretta di mano di quel pilota che, prima di salire sull’aereo, gli aveva parlato del figlio di tre anni rimasto a Mosca. Una calda stretta di mano.
Con quel freddo, qualsiasi liquido gelava nelle viscere delle macchine. L’olio si rapprendeva in gelatina. E perfino l’acciaio diventava fragile come vetro. L’aria tentava di dissolvere gli aerei nella sua sostanza di cristallo. I piloti passavano vicinissimi alla zona che batteva tutti i record del freddo terrestre: «Meno settantadue gradi!» aveva annunciato a Jacques Dorme il suo meccanico russo con una punta di orgoglio.
La gioia era imparare una tecnica per lottare contro la crosta di ghiaccio che, in volo, si ispessiva e a poco a poco rivestiva tutto l’aereo. Bisognava cambiare di continuo il regime del motore: le vibrazioni, variando, incrinavano il ghiaccio.
La gioia era pensare che una decina di aerei in più si sarebbe diretta verso Stalingrado dove l’esito della battaglia dipendeva forse da quei dieci apparecchi arrivati in tempo. O perfino da quell’unico caccia guidato da lui, da quell’Aircobra appesantito, date le distanze siberiane, da un serbatoio supplementare di seicento litri sotto la fusoliera. Non era uno stupido, sapeva che nel mostruoso corpo a corpo di due eserciti, di quei milioni di uomini che si massacravano a Stalingrado, quel pezzo di lamiera non contava granché. Eppure, a ogni volo, quella certezza impulsiva tornava: era grazie a quell’aereo che una vecchia casa di legno con rami di marasco sotto le finestre non sarebbe stata distrutta.

Nell’aprile del 1944 diventò, come si diceva nel linguaggio dei piloti, un "leader". Ai comandi di un bombardiere - un Boston o un Boeing 25 - guidava ormai una decina o quindicina di Aircobra, sentendo in ben altro modo il peso che quella piccola squadriglia avrebbe avuto nel bilancio della guerra.
La gioia era nella fiducia che gli altri avevano in lui, nella luce convalescente del sole polare che si mostrava sempre più a lungo, nella devozione della gente a terra che, con tempo di blizzard, segnalava le piste con rami di pino. E anche nel pensiero che quei voli in capo al mondo contribuivano alla liberazione del suo paese natale.

Un giorno, gli fu dato di provare uno shock che nessun rischio mortale avrebbe provocato. Era appena atterrato e, ancora intorpidito da diverse ore di volo, vide una colonna di prigionieri che costeggiava l’aerodromo. Da una settimana, dal mattino fino al calar della notte, quegli uomini spaccavano il ghiaccio, installavano delle lastre di acciaio, le ricoprivano con la ghiaia delle nuove piste. Quella sera si allontanavano in fila indiana, in mezzo ai cumuli di neve ammassati dal vento. Le guardie li scortavano, i mitra puntati verso quella massa umana intirizzita e barcollante di fatica. Jacques Dorme li seguì con lo sguardo, cercò gli occhi degli altri piloti ma quelli lo evitavano, ansiosi di sistemarsi al riparo dal vento, di mangiare... Una mitraglietta fece fuoco nel momento in cui anche lui stava varcando la soglia. Vide ciò che aveva preceduto il colpo. Un prigioniero era scivolato e, per non cadere, si era un po’ scostato dalla fila in marcia. Una guardia sparò a bruciapelo, il colpevole cadde, la colonna si paralizzò per un istante, poi riprese il suo movimento traballante. Jacques Dorme si lanciò verso la guardia, lo scosse, gridò la sua ira. E sentì una voce atona: «Applicazione del regolamento.» Poi, più bassa, con un tono di disprezzo astioso: «Ne vuoi un paio nei coglioni?» Un pilota afferrò Jacques Dorme sotto il braccio, lo trascinò fermamente verso quelli della squadriglia...
Durante la cena sentì che le voci erano falsate dall’impossibilità di confessare, e dalla vergogna. La vergogna che uno straniero avesse visto. L’unica cosa vera che avrebbe imparato a quella cena, sarebbe stato il "regolamento", le parole ripetute meccanicamente dalle guardie prima della partenza della colonna dei prigionieri: «Un passo a sinistra, un passo a destra, o sparo senza intimazioni.»
Durante la notte, nella carlinga buia di un Douglas da trasporto che li riconduceva alla base, restò sveglio, con i pensieri che tornavano incessantemente su quello strano paese di cui parlava già bene la lingua, che credeva di conoscere a fondo e che non capiva, che rifiutava a volte di capire. Lo paragonò alla Francia e fece allora una riflessione che lo lasciò perplesso. Anche quel paese era occupato. Come la Francia. No, peggio della Francia, perché era occupato dall’interno, dal regime che lo governava, dallo spirito di quel regolamento: «Un passo a sinistra, un passo a destra...»
Il ricordo di quella morte impediva la gioia semplice che provava prima: la luminescenza tenue, azzurrognola del cruscotto dei Boston, ben più piacevole della luce cruda degli aerei russi, il confort quasi superfluo della cabina e, all’atterraggio, una meccanica perfettamente obbediente. Scendendo sulla pista, ricordava ora la fila indiana dei prigionieri e quello fra loro che aveva inciampato su un sentiero di ghiaccio.

Si ricordò di lui alla fine del mese di agosto del 1944, ma in modo nuovo. Quel giorno, tutti i suoi compagni, i piloti e i meccanici, lo festeggiavano dalla mattina: si era saputo della liberazione di Parigi. Rispondendo alle loro felicitazioni, Jacques Dorme si chiedeva che cosa sapessero della Francia. Nelle loro esclamazioni ricorrevano la Comune di Parigi, Maurice Thorez e, velato di obbrobrio e deformato dall’assenza di suoni nasali in russo, il nome del maresciallo Pétain. Non cercava nemmeno di spiegare, sentendosi finalmente libero dal peso della sconfitta francese che a volte, nelle conversazioni, la gente sembrava rimproverargli. Ora ridevano e dicevano che, una volta cacciato Hitler, il popolo francese avrebbe regolato i conti con i capitalisti e si sarebbe messo a costruire il comunismo. Un po’ assordato dalle loro voci, immaginava quale genere di libri avessero potuto leggere sulla Francia. Il racconto di Alexandra gli tornò alla memoria: quella raccolta di testi che aveva scovato nella biblioteca di una città siberiana, dove aveva obbligo di residenza. Testi di autori francesi tradotti in russo, tra cui una poesia, un vero "inno alla GPU"...
Nella monotonia del volo, immaginò Parigi, la festa popolare, le finestre spalancate su un bel cielo estivo. E soprattutto i caffè all’aperto, una vita di tavolini e chiacchiere, una vita leggera, fatta di frammenti di parole, di scambi di sguardi, della connivenza dei corpi che si sfiorano... Sotto le ali del Boston, attraverso un sottile strato di nuvole, svettavano le creste dell’infinito altopiano della Kolyma, ancora leggermente colorato di verde e animato di corsi d’acqua. «Tra qualche giorno, pensò, tutto questo sarà bianco. E senza vita...» Sarebbero rimaste solo quelle file di rettangoli, i baraccamenti e le torrette di osservazione di un campo, fedele richiamo per i piloti in mezzo a quella dismisura montagnosa senza segnalazioni di rotta. Unico punto di riferimento, le migliaia di vite umane concentrate in quel nulla. Rivide mentalmente i tavolini rotondi dei caffè all’aperto e si disse che l’autore dell’"inno alla GPU" doveva essere seduto, in quel preciso istante, a uno di quei tavoli, doveva parlare a una donna, ordinare del caffè o del vino, commentare il passato, criticare il presente, esaltare il futuro. Jacques Dorme capì di colpo che non si sarebbe mai potuto raccontare a quell’autore l’infinito che si stendeva sotto le ali dell’aereo, né il regolamento «un passo a sinistra, un passo a destra», né la morte del prigioniero che aveva inciampato... No, impossibile. Provò come uno spasmo muscolare che serrava le mascelle. Laggiù, al loro tavolino di caffè, stavano parlando un’altra lingua. Fu durante quel volo che per la prima volta Jacques Dorme si vide straniero nel paese in cui era nato.

Non riconobbe subito l’uomo in pelle nera. Del resto somigliava ben poco al piccoletto inquisitore che aveva ucciso Witold. Ancora meno al secondo, il grassone isterico che ordinava il decollo di un aereo sovraccarico. Quei due imperversavano quando la guerra sembrava persa, avevano più paura dei soldati che minacciavano. L’uomo che Jacques Dorme vide nel dicembre 1944 aveva già la sicurezza di un vincitore. Era basso e magro come il primo, ma il suo cappotto di pelle era foderato di una spessa pelliccia. Ne scrollò i risvolti quando un po’ di brina cadde da un’elica di cui voleva conoscere, nessuno ne capiva il perché, le caratteristiche. La sua curiosità sconcertava. I piloti avevano l’impressione di subire un interrogatorio le cui domande troppo semplici erano solo un mezzo per confondere l’interrogato. Ogni tanto sorrideva e Jacques Dorme notò che nello stesso istante il sorriso scompariva dagli altri volti.
L’uomo ispezionava gli aerei, faceva le sue strane domande che si sarebbero giudicate stupide se non avessero avuto un doppio fondo. Non ascoltava mai fino alla fine, sorrideva. Tutti capivano che era venuto perché la guerra stava per finire e a Mosca avevano bisogno di ricordare chi comandava. Tuttavia i piloti non potevano indovinare che presto gli Americani che avevano consegnato tutti quei Douglas, Boeing e Aircobra sarebbero ridiventati dei nemici e che tutti quelli che avevano partecipato a quel ponte aereo sarebbero stati sospetti. L’uomo in pelle nera era venuto a individuare i disorientati, a prevenire il contagio ideologico.
Alla fine della sua ispezione, convocò i responsabili della base e i «leader» delle squadriglie. Parlò dell’allentamento della disciplina comunista, del calo della vigilanza di classe ma soprattutto fustigò i gravi errori nell’organizzazione dei voli. «Il comando ha tollerato un’anarchia totale, scandì. I bombardieri volavano negli stessi gruppi dei caccia e degli aerei da trasporto. Vi invito caldamente a mettere fine a questo disordine. I caccia devono volare con i caccia, e i bombardieri...»
I piloti si lanciavano occhiate furtive, si sfregavano la fronte. La speranza segreta era che l’uomo in pelle scoppiasse di colpo a ridere ed esclamasse in tono scherzoso: «Ci siete cascati, eh!» Ma la sua voce restava accusatoria e metallica. Quando parlò degli itinerari di volo tracciati in maniera scorretta, uno dei piloti intervenne, in ritardo, come gli ci fosse voluto del tempo per decidersi: «Ma, compagno ispettore, un Boston ha dei mezzi di collegamento molto più...» Voleva dire che un bombardiere era attrezzato meglio di un caccia per la navigazione. L’uomo in pelle abbassò la voce, bisbigliò quasi e quel sibilo minaccioso troncò la parola al pilota con più efficacia di un urlo: «Vedo, compagno tenente, che i contatti con il mondo capitalista le sono stati molto utili...»
Per qualche istante di silenzio pesante, non si sentì che la sferza del blizzard accanirsi contro i vetri e lo stridio della ghiaia che i prigionieri versavano su una pista. Molto fisicamente, attraverso la pelle, Jacques Dorme sentì la fragilità della frontiera che separava, in quel paese, un uomo libero, quel tenente che taceva guardandosi le grandi mani poggiate sul tavolo, dai prigionieri che avevano come unica identità un numero cucito sulla giacca felpata.
«Bene, per quei contatti, si vedrà dopo la vittoria, riprese l’ispettore. Ma ora, bisogna rimettere ordine in questo casino. Questa mappa vi indica gli itinerari più diretti tra gli aerodromi. D’ora in poi passerete per Zyrianka e non per Seïmtchan. Centinaia di chilometri guadagnati e un grosso risparmio di carburante. Mi chiedo perché i capi di squadriglia non ci abbiano pensato prima. A meno che il percorso più lungo non gli sia stato suggerito dai rappresentanti americani...»
Nessuno disse nulla questa volta. Sulla carta, tracciata con diligenza da scolaro, una riga dritta partiva dall’Alaska e attraversava la Siberia. Nella sua logica geometrica passava più vicino a Zyrianka, molto a nord del tragitto abituale. Era uno degli aerodromi ausiliari, o meglio una pista d’emergenza, prevista per i giorni in cui quelle di Seïmtchan sparivano sotto le tempeste di neve. La matita dell’uomo in pelle aveva solcato con un tratto le terribili catene di montagne Tcherski, deserti artici, contrade ancora più inesplorate delle regioni sorvolate dall’itinerario dell’Alsib... Rimasti soli, i piloti guardarono a lungo la mappa con quella riga cocciuta di matita. La sua assurdità era troppo chiara per parlarne. «La linea del Partito...», mormorò il tenente che era intervenuto prima.
Sapevano che l’ispettore non poteva rientrare a Mosca senza rendere conto dei maneggi ostili che aveva scovato, degli errori che aveva rimediato. Tutto il paese funzionava così: denunciare, fustigare, battere dei record e superare i piani. Perfino la Pubblica Sicurezza cui apparteneva l’ispettore («La GPU...», pensò Jacques Dorme) doveva strafare, arrestare più persone del mese precedente, fucilare più dei colleghi...
Discussero brevemente della composizione dei voli per l’indomani poi andarono a dormire. Fuori, nel buio della notte polare, i prigionieri continuavano a scavare la terra gelata di una nuova pista.

Dopo un’ora di volo, Jacques Dorme trasmise questo messaggio al gruppo di aerei che dirigeva: «Seguite il secondo. L’atterraggio a Z. è impossibile. Direzione S.» Durante la notte, era riuscito a convincere quelli della sua squadriglia che la miglior soluzione era di andare, come al solito, a Seïmtchan. Lui solo sarebbe atterrato a Zyrianka, da dove avrebbe chiamato la base. L’ispettore che sarebbe partito l’indomani non avrebbe avuto il tempo di fare un’indagine.
Fece una lenta virata a destra e, nella penombra cinerea che indicava il giorno, vide le luci degli Aircobra deviare verso sud.

I minuti trascorsero, unendo a poco a poco l’uomo alla sua macchina, accordando i sobbalzi dell’acciaio alla pulsazione del sangue. Il corpo si offrì alla vita meccanica, scomparve nella cadenza del motore che, alle spalle del pilota, modulava di tanto in tanto il frastuono delle vibrazioni. Lo sguardo si perdeva nel grigiore di quel giorno il cui sole non sarebbe sorto, poi tornava verso la luminosa linea punteggiata del quadro degli strumenti. L’uomo era parte del movimento dell’abitacolo volante e, al tempo stesso, assente. O meglio, presente in un altrove, lontano da quel cielo di cenere, da quelle montagne Tcherski che cominciavano a scaglionare i loro deserti ghiacciati. Un altrove fatto di una voce di donna, dei silenzi di una donna, della calma di una casa, di un tempo in cui sentiva di trovarsi da sempre. Quel tempo si dispiegava lontano da quello che succedeva nell’aereo, intorno all’aereo. La violenza del vento costringeva a manovrare, la brina ostacolava la vista. A un certo punto fu evidente che le piste di Zyrianka erano rimaste più a nord-est e che avrebbe dovuto volare a una quota inferiore, a rischio di urtare una cresta, osservare, concentrarsi, non cedere al panico. Quell’altrove che percepiva gli dava la forza di restare calmo, di evitare l’avvitamento, una maledizione per gli Aircobra, di non controllare ogni secondo il livello del carburante. Di non ridursi all’uomo che vuole a ogni costo salvarsi la vita.
Avrebbe mantenuto la sensazione di quella lontananza fino alla fine, fino alla luminescenza viola della luce boreale che infuocava il cielo.

Traduzione di Annamaria Ferrero
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.27 maggio






Musica di
.Nicola Stilo


 
 
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