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Nicomaco  Testo in lingua originale 
.Antonio Skarmeta
Mercoledì, durante la prima ora, hanno portato via il professor Santos. Niente di strano di questi tempi. Solo che il professor Santos è mio padre e mi ricordo bene di quel giorno perché alla prima ora abbiamo Filosofia, poi c’è Educazione Fisica e poi due ore di Algebra.
Tutti i mercoledì noi due andiamo insieme a scuola. Lui prepara il caffè e io friggo le uova e metto il pane a tostare. Papà prende il caffè forte e senza zucchero. Io lo prendo con metà latte e se anche non ci metto lo zucchero giro il cucchiaino nella tazza come se l’avessi messo. Questo mese il tempo è brutto. Fa freddo, pioviggina e la gente si copre il naso con la sciarpa. Papà ha un impermeabile chiaro, beige, come quello dei detective nei film.
Sopra la divisa della scuola mi metto una giacca di pelle nera. Le gocce scivolano sulla pelle e non riescono a bagnarmi. Per arrivare a scuola ci sono cinque isolati. Quando usciamo dall’ascensore, papà accende la prima sigaretta e se la fuma lentamente fino al portone del liceo.
Il tabacco è sufficiente giusto per arrivare fin lì, poi butta la cicca a terra e mi fa un gesto perché la schiacci con la suola delle scarpe. Poi va in sala professori a prendere il registro e quando entra nella nostra aula domanda dove eravamo arrivati la volta precedente.
La volta precedente eravamo arrivati a Platone e al Mito della Caverna. Per Platone noi uomini siamo come zombi che guardano contro la parete di una caverna le cose che accadono e che non sono altro che le ombre di cose reali riflesse da un fuoco sul fondo. Questi uomini, che non hanno mai visto le cose per davvero, credono che le ombre siano cose reali. Ma se uscissero dalla caverna e vedessero le cose alla luce del sole si renderebbero conto di aver vissuto in un mondo di apparenze e che ciò che prendevano per vero era solo un pallido riflesso della realtà.
Il professor Santos fa l’appello prima di tornare a Platone e se qualche alunno è assente mette un puntino rosso accanto al suo nome. Anche se sa benissimo che siamo venuti insieme a scuola, quando arriva alla lettera "S", dopo "Salas", dice "Santos", e io devo rispondere "presente". Mio padre sostiene che il fatto che io faccia Filosofia con lui non mi esime da nessuna delle mie responsabilità, inclusa questa cosa assurda di dover rispondere all’appello. Dice che se non studio, anche se sono suo figlio, mi boccia.
A me piace la Filosofia, anche se non mi piacerebbe fare il professore come mio papà perché bisogna alzarsi presto, fumare sigarette di tabacco nero, e pure guadagnare poco.
Prima di iniziare la lezione, mio padre si pulisce i risvolti sui quali era caduta un po’ di cenere. Poi spara la sua frase preferita:

«Perché esiste l’Essere e non piuttosto il Nulla?» E aggiunge: «Questa è la domanda da un milione di dollari. E questa è alla fin fine l’unica grande domanda della Filosofia».

La domanda che mi affligge in questi giorni, è che se non c’è l’Essere, è necessario che abbia un senso che ci sia l’Essere, perché se un senso non ci fosse, l’Essere potrebbe anche non esistere. La mia amica Patricia Bettini dice che il senso dell’Essere è di essere e basta, come dire, senza finalità di alcun tipo. E mi chiede di non complicarmi troppo la vita e di essere spontaneo. Proprio la sera prima del martedì in cui hanno arrestato mio padre, io gli ho esposto il pensiero di Patricia Bettini e papà si è indignato. Si è arrabbiato moltissimo e ha messo due volte il sale nella minestra e poi ha allontanato i piatti e ha detto che non l’avrebbe mangiata perché era troppo salata. Io ho acceso la televisione, ma la prima immagine che è apparsa è stata quella di Pinochet che baciava una donna anziana e l’ho spenta prima che mio padre la vedesse. Ne ha approfittato per dirmi di non dare troppa confidenza a Patricia Bettini perché se lei pensa che l’Essere è ciò che l’Essere è e basta, le sfugge qualcosa che nessuna ragazza intelligente potrebbe dimenticare, e cioè che gli uomini hanno coscienza, gli uomini sono l’Essere e contemporaneamente pensano l’Essere, e pertanto con il loro pensiero possono dare un senso e un indirizzo all’Essere. In sostanza stabilire dei valori assoluti, e aspirare a questi valori. Il Bene è il Bene. La Giustizia è la Giustizia, e non ci può essere «giustizia nella misura del possibile».
Secondo papi ciò che importa è l’Etica: e che fare con l’Essere.
E poi è successo che quel mercoledì, mentre si parlava del Mito della Caverna, entrarono due uomini con i capelli corti e ben sbarbati e dissero a papà di seguirli. Papà guardò la sedia sulla quale aveva lasciato l’impermeabile, e uno degli uomini gli disse di prenderlo. Mio papà lo prese e non mi guardò. Voglio dire, non so come spiegarlo, ma mi guardò senza guardarmi. Ed era strano, perché quando i due uomini portarono via mio papà tutti i ragazzi in classe mi stavano guardando. E sicuramente stavano pensando che io avessi paura. O credevano che io mi sarei gettato contro quegli uomini per impedirgli di portar via mio padre.
Ma col professor Santos avevamo previsto un simile evento. E gli avevamo pure messo il nome di un sillogismo. Lo chiamavamo "Baroco". Come dire, avevano preso papà davanti a dei testimoni, e questo voleva dire che non potevano farlo sparire come quelle altre persone che infilano in un sacco pieno di pietre e che poi buttano in mare da un elicottero. In classe ci sono trentacinque alunni e tutti abbiamo visto con i nostri occhi portar via papà. Lui dice che questa situazione è la migliore, perché di certo non lo possono ammazzare. In questo caso, è protetto dai testimoni.
Secondo il piano "Baroco", quando portano via papà io devo fare due telefonate a dei numeri che ricordo a memoria, anche se non conosco il nome delle persone. Dopodichè devo condurre una vita assolutamente normale, andare a casa, giocare a pallone, andare al cinema con Patricia Bettini, non perdere ore di lezione, e a fine mese andare alla Tesoreria a ritirare l’assegno dello stipendio.
Così quando portarono via il professor Santos io mi misi a fare dei circoletti su un angolo del quaderno e intanto sentivo crescere il silenzio attorno a me come una ragnatela. Sicuramente i miei compagni stavano pensando che io ero un vigliacco, che per puro istinto avrei dovuto saltare loro addosso e difendere il mio vecchio. Ma il fatto è che papà mi ha detto cento volte che lui non ha paura di niente, tranne che possa accadere qualcosa a me. E qui tutti sanno che un ragazzo di diciassette anni è sparito da mesi e ancora non è tornato. Sono costretto a ingoiare quegli sguardi perché non posso spiegare ai miei compagni di classe che sto applicando il sillogismo "Baroco". Se mio padre l’avessero fatto sparire senza testimoni, allora dovremmo applicare il sillogismo "Barbara" e io forse sarei disperato.
Dopo che si portarono via il professor Santos venne il preside Riquelme e ci fece fare un esercizio di comprensione del testo, e quando poi arrivò l’intervallo io andai in bagno. Non volevo parlare con nessuno. Non volevo che nessuno mi parlasse.

Chiamai il primo numero e non rispose nessuno. Questo era il telefono da cui avrebbe sempre dovuto rispondere qualcuno. Se non c’era nessuno era perché la persona che avrebbe dovuto rispondere era stata arrestata. Allora composi il secondo numero. Risposero, e secondo il sillogismo "Baroco" non domandai con chi stavo parlando, e non dissi il mio nome. Dissi solo che avevano preso il professor Santos. L’uomo all’altro capo della linea disse che se ne sarebbe occupato lui. Chiese solo se ci fossero stati testimoni. Certo che c’erano testimoni. In classe siamo in trentacinque e io sono il trentunesimo dell’elenco. Nella "S". La "S" di Santos. Allora va bene, disse l’uomo. E ripetè che se ne sarebbe occupato lui.
Io so perfettamente cosa vuol dire occuparsi di qualcuno in questi casi. L’uomo andrà dai preti e un prete parlerà con il Cardinale e il Cardinale parlerà col Ministro degli Interni e il Ministro degli Interni dirà al Cardinale di non preoccuparsi perché se ne occuperà lui stesso. Secondo il piano "Baroco" io non posso fare nulla, perché se vado alla polizia potrebbero arrestare pure me e se ciò accadesse il mio vecchio impazzirebbe.
Allora il mercoledì me ne torno a casa e trovo i due piatti per il pranzo messi sulla tovaglia a quadretti blu e bianchi. Accanto al bicchiere di papà c’è una bottiglia di vino rosso a metà, e vicino al mio piatto il succo di mele.
Mi seggo a tavola ma non ho voglia di andare in cucina a scaldare le patate ripiene. Rimango così una mezz’ora senza saper cosa fare, e anche senza pensare a niente. Ogni volta che incomincio a pensare prendo la forchetta e colpisco il piatto vuoto.
Alla fine vado in camera e mi stendo sul letto a leggere la rivista sportiva «Don Balón». Non le gira bene alla mia squadra preferita, la Universidad de Chile. Ed è così perché quando ha un giocatore in gamba, lo vende subito all’estero, in Spagna o in Italia, e la squadra poi va male. Fa freddo e la stufa elettrica non è accesa. Papà dice che consuma troppa energia e che non abbiamo abbastanza soldi per tenerla accesa tutto l’inverno. Allora mi copro con la coperta.

Suonano alla porta. Secondo il piano "Baroco" non può trattarsi di mio padre perché lui ha le chiavi di casa. Se sono i poliziotti, allora vengono a portar via anche me o vogliono perquisire la scrivania di papà. Salto su e vedo quel che c’è sul tavolo. È un documento indirizzato al Ministro dell’Educazione, signor Guzmán, in cui mio padre chiede che il nostro liceo, dove lui insegna e dove io studio, non dipenda più da un ufficiale dell’Esercito. Che la presenza di quell’ufficiale nella scuola più antica del Paese è un’offesa alla dignità degli insegnanti e contro la libertà d’espressione. Il documento dice "seguono le firme", ma l’unica firma che appare è quella del professor Santos. Appallottolo il documento e lo butto dalla finestra. Insistono col campanello e mi metto il cappotto. Se mi arrestano è meglio essere coperti. Sono molto freddoloso. Durante l’intervallo cerco sempre i muri esposti al sole e mi stringo nelle spalle con l’idea di poter accumulare calore. Quando apro, la persona che sta ancora col dito sul campanello è Patricia Bettini. Mi si butta addosso e mi abbraccia. Dice:

«Mio povero amore».

Poi mi chiede se ho pranzato. Le rispondo che ho avanzato le patate ripiene. Lei va in cucina e con olio, uova, formaggio e pomodoro prepara un’omelette. La divide a metà. Sulla mia aggiungo sale e poi vi intingo un pezzo di pane. Lei non mette sale perché dice che ingrassa. Ha tutta una sua teoria per fare una vita sana, disprezza il sale e il burro e va matta per il teatro di Ionesco. Ha recitato nella Cantatrice calva, nella parte della signora Smith. Vabbè, nella Cantatrice calva si chiamano tutti Smith. Ma adesso, quando finirà il liceo, non andrà a studiare Teatro, ma Architettura.

«Dobbiamo trovare tuo padre» - mi dice.
«E come?»
«Chiedendo in giro».
«Io ho fatto quel che dovevo fare».

E le racconto tutto sul sillogismo "Baroco". Lei ascolta attenta e muove la testa in segno di dissenso.

«In questi casi quelli che possono fare qualcosa non sono le persone perbene, perché han tutti paura. Devono occuparsene gli altri».
«I cattivi?»
«Nessuno è totalmente buono, né totalmente cattivo».
«Mio papà pensa che tu non abbia principi. Mentre una persona etica deve avere dei principi». «Io ho i miei di principi. Il mio principio è che voglio bene a tuo papà e che voglio bene a te». «Questi non sono principi, sono sentimenti».
«Va bene, allora i miei principi sono i miei sentimenti».

Patricia Bettini non risponde, prende dalla sua cartella un Cd e lo infila nel Sony. Si tratta di Billy Joel e la canzone è Just The Way You Are.

Ora è venerdì. Il cielo è carico di nuvole grigie e nere, ma non piove. Santiago del Cile è pesante per tutti, e tutti camminano rapidi e a testa bassa. Stanotte quasi non son riuscito a dormire e ora, mentre vado a lezione, sbadiglio dieci volte al minuto. Alla prima ora abbiamo Storia, e alla seconda Filosofia.
Così potrò dormire con la testa sul banco. Quando arrivo al portone della scuola torno a ricordarmi di papà e mi chiedo se avrà le sue sigarette di tabacco nero e se lo lasciano fumare. Vedo una cicca buttata sul marciapiede e la schiaccio con la suola della scarpa.

All’ora di filosofia entriamo in classe senza metterci in fila nel corridoio. Un paio di compagni mi battono sulla spalla e io mi arrotolo la sciarpa blu intorno al collo. Fa un freddo da lupi. Per evitare di chiacchierare con il mio compagno di banco, tiro fuori l’astuccio e mi metto a far la punta alle matite con il temperino di metallo.
Poi entra il professore di Filosofia.
Non è il signor Santos. Si tratta di un uomo giovane dalle folte sopracciglia e dal naso all’insù che porta degli occhialini rotondi come quelli di John Lennon e un blazer blu lucido. È molto magro e quasi a dimostrare di aver carattere lascia cadere con forza il registro sulla scrivania. Poi lo apre, si schiarisce la voce, e inizia a fare l’appello. Ogni volta che dice un nome e sente rispondere "presente" alza lo sguardo e fa un cenno di assenso, come se conoscesse già gli alunni. Quando dice "Santos", anch’io mi alzo in piedi, ma lui non fa nessun cenno d’assenso e mantiene lo sguardo fisso sul registro. Poi guarda il 32, Tironi, il 33, Vásquez, il 34, Wacquez e il 35, Zabaleta.
Prende un pezzo di gessetto dal contenitore sulla lavagna, lo lancia in aria, e lo riacchiappa con la mano senza guardarlo. È un gesto che lo fa sembrare ancora più giovane. Poi dice:
«Mi chiamo Javier Valdivieso. "Valdivieso", come lo spumante Valdivieso. Extra-Dry. Quello Demi-Sec non mi piace, è troppo dolce. Ho visto le annotazioni del professor Santos e so che siete già arrivati ai presocratici e a Platone. Perciò oggi cominceremo con Aristotele. L’Etica di Aristotele. Scrivete: "Nessuna delle virtù etiche si produce in noi naturalmente in quanto nessuna cosa naturale si modifica da sola. Per esempio, la pietra che naturalmente cade verso il basso se la lasciamo andare. E la pietra non potrà mai andare verso l’alto: anche se la tirate diecimila volte, la decimillesima volta cadrà verso il basso. Al contrario, le virtù non si producono per natura, né contro natura, perché l’uomo ha la capacità naturale di riceverle e di perfezionarle mediante l’utilizzo. Così, praticando la giustizia noi diveniamo giusti, e il nostro comportamento nei pericoli e l’abitudine a essere coraggiosi o ad aver paura è ciò che fa di noi dei codardi o dei coraggiosi". Mercoledì faremo un compito su Platone e sul Mito della Caverna», dice.

All’uscita da scuola mi sono fermato all’angolo perché non avevo voglia di tornare a casa. Se papà non c’è sono molto poco diligente. Non lavo i piatti dopo cena, e le stoviglie sporche si accumulano in cucina. Mi è venuto in mente il numero di telefono dell’uomo che doveva parlare con il prete. Forse aveva già delle informazioni. Ma non dovevo chiamarlo da casa. Mi misi ad aspettare che liberassero il telefono pubblico. Strofinai la moneta da cento pesos nel palmo della mano sino a che il metallo non si scaldò.
Stavo facendo quello quando mi si avvicinò il professor Valdivieso.

«Un caffè, Santos?»
«Perché?»
«Perché fa freddo».

Camminammo fino alla pasticceria Indianapolis e ci appoggiammo al bancone guardando le cosce della dipendente fasciata in una minigonna due taglie in meno della sua. Quando ci portarono il caffè fumante, il professore prese la tazza con due mani per scaldarsele, e io mi versai dello zucchero in una quantità che avrebbe sicuramente causato un rimprovero da parte di Patricia Bettini.

«Santos - disse allora - questa non è una situazione facile per me. Non è colpa mia se mi è toccato proprio lei nella classe dove suo padre faceva lezione».
«Non è nemmeno colpa di mio papà» - risposi.
«Ho accettato l’incarico non per complicare la vita a suo padre, ma perché la vita deve andare avanti. I nostri figli devono essere istruiti, accada quel che accada».
«Un’educazione etica» - dissi.
«A me non importa quali idee politiche avesse suo padre».
«Niente di particolare. La sua idea di fondo era quella di stare contro Pinochet».
«Vede. Non è possibile che suo padre mescoli una contingenza politica come quella che sta vivendo il Paese con la filosofia di Platone, che visse più di duemila anni fa».
«Non so di che mi sta parlando, professor Valdivieso».

Bevve un sorso di caffè e la schiuma del latte gli sporcò le labbra, che si pulì con la manica. Vidi che il telefono pubblico del caffè si era appena liberato e strinsi la moneta dentro la tasca. Lui prese dalla giacca un foglio di carta ripiegato e lo aprì sul metallo del bancone. Era un testo manoscritto. Lo lesse ad alta voce, ma avvicinandosi a me, in modo confidenziale:

«Perciò si può dire che i cileni sotto la dittatura di Pinochet sono come i prigionieri della caverna di Platone. Vedono solo ombre della realtà, ingannati da una televisione svilita, mentre gli uomini illuminati sono rinchiusi in oscure prigioni».
«Dove l’ha preso, professore?»
«Sono gli appunti di un suo compagno di scuola, Santos. Il ragazzo li ha consegnati al preside».
«Infami!»

Girai con così tanta forza il cucchiaino nel caffè che il liquido traboccò sul piattino. Dietro la cassiera c’era una piccola mensola con sigarette di tutte le marche. C’erano pure quelle di tabacco nero che fumava mio padre. Se solo avessi saputo dov’era gliene avrei portato un pacchetto.

«Spero, Santos, che lei non mi porti rancore per aver occupato il posto di suo padre».
«No, assolutamente, signor Valdivieso».
«Lei sa bene che questa è la migliore scuola di tutto il Cile e che entrarci, per un giovane professore, è motivo di orgoglio ed è una tappa importante per la sua carriera professionale».
«Non si preoccupi».
«È che avrei preferito esserci entrato in altre condizioni. Per esempio vincendo un concorso pubblico e non per designazione del Rettore».

Portai la tazza alle labbra e vi soffiai sopra. Era ancora troppo caldo. La posai sul bancone e rimisi nella tazza il caffè che era finito nel piattino.

«Se lei non avesse accettato - gli dissi - il posto l’avrebbe preso qualcun altro».
«Il problema sta proprio lì, Santos. Prima che lo proponessero a me, il posto l’hanno offerto alla professoressa Hugues e alla dottoressa Ramírez. Ma perché sorride, ragazzo?»
«È stata molto bella la sua lezione su Aristotele, professor Valdivieso. Mio padre è un grande ammiratore dell’Etica nicomachea. È per questo motivo che mi ha battezzato "Nico". "Nicomaco" sarebbe stato troppo».

L’uomo si tolse gli occhialetti John Lennon e si fregò le palpebre.

«A proposito - disse - vedrò di compensarle il danno che in qualche modo le ho procurato».
«No, signore. La prego di non preoccuparsi. Io sto bene. Benissimo».

Ma quando finalmente riuscii a fare la telefonata, non stavo più bene, e neppure benissimo. I preti non erano riusciti a sapere in quale carcere fosse finito il professor Santos.

Patricia Bettini non vuole venire a letto con me finchè non terminiamo le secondarie. Lei vede la fine della scuola come una liberazione. Si immagina tutte le cose belle della vita contemporaneamente: l’università, il sesso, e, naturalmente, la fine di Pinochet. È come quando i cattolici fanno un fioretto. Si è messa in testa che se supera i prossimi sei mesi, avrà un punteggio alto al diploma, entrerà ad Architettura e Pinochet verrà rovesciato.

Il martedì eravamo d’accordo per vederci e non ci siamo visti. Il pomeriggio dello stesso giorno telefono e la voce mi dice mi dispiace molto, ragazzo, ma non ho nessuna notizia di tuo padre. Il mercoledì, sul presto, come la settimana precedente, pioviggina. Per il viale passano gli autobus diretti verso il Barrio Alto, dove vanno gli operai, le donne di servizio, i giardinieri, a lavorare nelle case dei ricchi. I tubi di scappamento sputano verso l’alto il fumo della combustione, che si mescola al grigiore dell’aria immobile. Sembra che nessuno faccia qualcosa per cambiare le cose. Sono paralizzati come me. In realtà, obbedisco a papà. Lui è professore di Filosofia e se ha detto che dobbiamo seguire il sillogismo "Baroco", gli credo. Per un attimo faccio un sogno, mentre guardo il marciapiede davanti al collegio per vedere se trovo una cicca accesa da spegnere. Sogno a occhi aperti di entrare in classe, sono leggermente in ritardo, e il professor Santos sta facendo l’appello, e quando pronuncia il mio nome rispondo presente.
Sono un po’ in ritardo ma riesco lo stesso a ricevere il foglio con le domande che il professor Valdivieso distribuisce. Chiede di spiegare come si fa a salire dal mondo delle ombre a quello luminoso delle idee, a partire dal Mito platonico della Caverna. I miei compagni lavorano in silenzio e rapidamente riempiono la prima pagina. Ogni volta sento lo schiocco del foglio quando girano pagina per scriverci dietro. Conosco il Mito della Caverna in lungo e in largo e con papà certe volte abbiamo letto i Dialoghi di Platone e lui faceva Socrate e io il suo interlocutore, ma invece di rispondere rimango a pensare a Patricia Bettini, all’impermeabile di papà che lui ha preso dalla sedia quando lo hanno portato via, e alle parole della canzone di Billy Joel Just The Way You Are.
Quando mancano cinque minuti alla fine dell’ora, credo di essere riuscito a ricordare per intero la prima strofa della canzone di Billy Joel e la scrivo sul foglio del compito mentre la canticchio.
Don’t go changing, to try and please me
You never let me down before
Don’t imagine you’re too familiar
And I don’t see you anymore

I wouldn’t leave you in times of trouble
We never could have come this far
I took the good times, I’ll take the bad times
I’ll take you just the way you are.

«Come va, Santos?» - mi domanda Valdivieso, quando gli consegno il compito.
«Siamo qui» - rispondo, ed esco in cortile con gli altri compagni.

Piove. Il telefono all’angolo è libero e ho la moneta in mano, ma non chiamo. Vado verso casa pensando che mi mangerò un pomodoro ripieno di tonno. In un negozio compro del pane e una mela. Mi piacciono quelle verdi, perché sono acide.
In ascensore qualcuno ha scritto con un pennarello nero "Resistenza" e dall’altro lato qualcuno con un coltello ha inciso il nome "Nora". Sto per aprire la porta dell’appartamento quando questa si apre dall’interno. Lì, nell’ombra, c’è Patricia Bettini. È vestita con la divisa della sua scuola privata, e cioè ha una camicetta celeste, una cravatta blu, una gonna a quadretti e calze bianche che le arrivano alle cosce. È curioso, ma ogni volta che qualcosa mi sorprende, faccio finta di non essere sorpreso. Trovo cool essere così. E ho ragione a esserne colpito: la mia amica non ha mai avuto le chiavi dell’appartamento.
Mentre prendo le chiavi in mano accadono due cose: la bocca di Patricia Bettini si allarga in un sorriso che non nasconde l’imperfezione dei suoi denti davanti che sono lievemente più grandi degli altri, e il professor Santos che compare dietro di lei con una sigaretta tra le labbra. No. L’ho raccontato male, prima appare una nuvola di fumo e subito dopo appare il professor Santos con una sigaretta tra le labbra.
Ci abbracciamo in silenzio e forse io mi attardo di più a stringerlo che lui me. Allora penso che vuole guardarmi e mi scosto un poco e il mio vecchio mi chiede come sto e io ho la mela verde in una mano e la chiave nell’altra e gli dico la stessa cosa che ho detto a Valdivieso: «Siamo qui».
In sala da pranzo ci sono tre posti apparecchiati e l’antipasto è in tavola: prosciutto ripieno di avocado su foglie di lattuga. Papà allunga una mano per spegnere la sigaretta nel posacenere e mi accorgo che la sua pelle è coperta di bruciature. Quando si rende conto che me ne sto rendendo conto copre la mano con l’altra e le sfrega l’una con l’altra con entusiasmo come se si dovesse preparare a un banchetto. Ma io gli prendo con decisione la mano e gli guardo a lungo le cicatrici.

«È che in carcere non c’erano portacenere e i ragazzi spegnevano le sigarette in qualsiasi posto - sorride -. Ma niente di grave. Tutto all’interno del sillogismo "Baroco"».
«E tu?»
«Benissimo, papà».
«È l’ultimo del mese. Sei andato a incassare l’assegno?»
«Me ne sono scordato».
«Perché sarebbe molto interessante sapere se l’assegno c’è o no. Spero solo che non siano riusciti a bloccarlo».
«Dopo pranzo ci vado».
«Va bene».

Patricia Bettini va in cucina a prendere la bottiglia di vino rosso e mio padre si pulisce una briciola di tabacco che gli era rimasta sul labbro.

«Mi ha portato via lei» - dice.
«Come?»
«Chiediglielo tu».
«Come hai fatto a portarlo via, Patricia Bettini?» - le dico mentre riempie il bicchiere di papà.
Lei si gratta la fronte con il tappo della bottiglia.

«Ho parlato con della gente, Santos».
«Con gente cattiva, immagino».
«Lasciala in pace, Nico. Non viviamo nel mondo delle idee platoniche. Nella realtà, il Bene è mescolato al Male».
«Ma in proporzioni distinte».
«Sì, figlio mio, in proporzioni distinte. Ma non sei contento di vedermi?»
«Certo, papà».
«E allora?»
«Va tutto bene, papà».
«Allora mangiamo».

Quel pomeriggio vado alla Tesoreria. Faccio dieci minuti di coda e effettivamente c’è un assegno per il professor Rodrigo Santos. Lo ritiro, lo metto nel portafoglio, compro la rivista «Don Balón» e mi accorgo che in mezzo c’è un poster con due dei miei idoli: Rossi e Platini. Il giorno seguente ho lezione di Filosofia. Il professor Valdivieso restituisce i compiti corretti con inchiostro verde e per il voto mette un enorme numero rosso.
La mia canzone di Billy Joel ha ottenuto la votazione più alta: un Sette.

Quando torno a casa papà, giustamente, mi chiede del nuovo professore di Filosofia e io gli dico che è una persona per bene. Gli racconto che mi ha dato Sette nel compito sul Mito della Caverna. Papà non può evitare che la sua professionalità venga fuori e chiede che gli mostri il compito. Glielo allungo, e quando lo prende, lascia la sigaretta sul bordo del posacenere. Ne approfitto per fare un tiro, e poi la rimetto al suo posto.

«E questo cosa vuol dire, Nico» - mi domanda pallido.

Io non so se ridere o piangere.

«Giustizia nella misura del possibile, papi» - rispondo, staccando dalla rivista il poster di Rossi e Platini.

Traduzione di Paolo Collo
Partecipa alla serata del
.27 maggio






Musica di
.Nicola Stilo


 
 
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