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Un divorzio civile  Testo in lingua originale 
.David Leavitt
Quando Theo aveva tredici anni, suo padre, Bernie, se ne andò di casa. Vi fece ritorno una volta sola, qualche settimana dopo, per informare la madre di Theo che non sarebbe più tornato. L’incontro successivo avvenne nello studio di un giudice a Paterson. Bernie indossava un completo grigio antracite, e aveva una nuova abbronzatura. Sylvia, la madre di Theo, pianse quando il giudice espose i termini dell’accordo per la custodia dei figli, in base al quale Bernie avrebbe visto Theo a cena il primo e il terzo venerdì di ogni mese, e Karen, la sorella di Theo, il secondo e il quarto giovedì. Nello studio del giudice tutti dovettero pensare che Sylvia stava piangendo perché riteneva che anche una relazione così limitata col loro padre avrebbe avuto un effetto deleterio sui suoi figli, ma in realtà era tutto il contrario: lei aveva pregato Bernie di passare più tempo, magari interi weekend, con Theo e Karen, e lui si era rifiutato. Un bambino dovrebbe dormire in una sola casa, disse. Nemmeno il giudice aveva apprezzato la cosa, disse Sylvia a Theo molto tempo dopo, ma che poteva fare? Non si può costringere un uomo a vedere i propri figli più di quanto desideri, anche se si può costringerlo a pagare.
Tutto questo accadeva quindici anni prima. Ora entrambi i genitori di Theo si erano risposati - Bernie due volte - e, naturalmente, erano almeno dieci anni che il vecchio accordo non aveva più alcun valore legale. Ma Theo e suo padre continuavano a vedersi, e solo a vedersi, a cena o a pranzo il primo e il terzo venerdì di ogni mese. Erano entrambi afflitti da una fedeltà assurda, quasi autistica, al vecchio accordo, oltre che da una comune convinzione che fosse necessaria un’autorità superiore per regolare la quantità di tempo che passavano insieme. Troppe ore senza un programma preciso, un’abitazione privata, l’assenza di cameriere: chissà cosa sarebbe potuto venirne fuori. Così si incontravano in posti con nomi tipo Rodeo Rick o Gold Rush Saloon. La cena di solito era alle sei.
Quella sera, sebbene Theo fosse in anticipo di venti minuti quando posteggiò la macchina nel parcheggio del ristorante, vide che suo padre era già arrivato; la Mercedes grigia di Bernie era parcheggiata di fianco all’entrata per un’uscita rapida. In un modo o nell’altro, per quanto Theo si sforzi di batterlo, Bernie arriva sempre per primo a queste cene, così da essere già seduto al tavolo quando entra suo figlio, come a suggerire con la sua zelante puntualità un comportamento irresponsabile da parte di Theo, una scheggia di se stesso, il vecchio disertore, il marito scappato di casa. Questa storia di arrivare primi è quasi un gioco tra loro, e Bernie è implacabile quanto a vincerlo; anche se Theo arriva con mezz’ora d’anticipo, Bernie sarà già al suo posto, intento a studiare il menù al solito tavolino rotondo. Mentre entra dalle pesanti porte del ristorante, Theo non può fare a meno di chiedersi se Bernie non disponga di un qualche marchingegno, come il localizzatore radar sul cruscotto della macchina, in grado di tracciare gli spostamenti dei suoi figli nell’imprevedibile notte del Jersey. È l’ora dell’aperitivo e il bar è pieno di un odore caldo e inebriante di sigarette e profumo. Theo sente lo schiocco delle lattine di birra, un suono come di nacchere, e si fa strada attraverso grotte affollate di uomini e donne un po’ brilli verso la sala ristorante, che è tanto vuota quanto il bar è pieno - anzi è completamente deserta, fatta eccezione per Bernie, che siede al centro, con le mani abbandonate in grembo e gli occhi tranquillamente puntati sul nulla.
Bernie ha una faccia rubiconda, calda di sole. Indossa una polo dai colori vivaci e un paio di jeans nuovi, ancora rigidi. I completi di lana con il loro agognato odore di legno di hickory, quegli abiti in cui Theo avrebbe voluto affondare la faccia da bambino, sono scomparsi da un pezzo, buttati via insieme alla vita d’ufficio, la segretaria, le lunghe giornate lavorative. (Bernie adesso fa le sue operazioni di borsa merci dal salotto di casa). Per qualche secondo Theo guarda suo padre senza parlare, poi gli occhi di Berny lo mettono a fuoco; si alza in piedi. «Ehi, ciao» dice stringendo la mano di Theo nelle sue, secche e scivolose come pergamena. I suoi capelli sono neri e lucidi, la faccia seminascosta da un’ampia barba che è una novità - di poche settimane soltanto. C’è una giacca di pelle dall’aria un po’ incongrua piegata sullo schienale della sedia vuota - la sedia di Theo. Per un momento la guardano entrambi, poi Bernie dice: «Oh, scusa, lascia che la sposti» e la toglie di mezzo.
Si siede. «Sono in ritardo?» chiede Theo, ammettendo più o meno la sconfitta.
«In perfetto orario» risponde Bernie. «Ma tu mi conosci, no? Da ragazzo mi chiamavano...»
«"Muoviamoci". Lo so».
«Sempre in anticipo, sempre di corsa. Bernie "Muoviamoci" Carper».
«Hai un aspetto fantastico, papà» dice Theo. «Sei abbronzatissimo.»
«Be’, sì... Kate e io siamo appena tornati dalla sua casa in Florida. Una pacchia, se te la puoi permettere».
«Altroché».
«E tu come te la passi? È dura tirare la carretta».
«Durissima».
«Hmm». Bernie sta per aggiungere qualcosa quando arriva una cameriera portando due immensi menù plastificati che, per il momento, nascondono padre e figlio alla vista reciproca. Theo si guarda intorno in cerca di un tavolo del buffet ed è sorpreso nel constatare che non c’è. Di solito Bernie preferisce i buffet, dato che con un buffet passi tanto di quel tempo ad alzarti e servirti che alla fine te ne resta ben poco per la conversazione.
«Ho già ordinato per te» annuncia Bernie mentre Theo s’immerge nel menù. «Ho pensato che non ti sarebbe dispiaciuto, visto che conosco così bene i tuoi gusti. Roast beef con salsa piccante».
«Papà, lo sai che non mangio carne di...» Poi il sorrisetto furbo. «Ah» fa Theo. «Il lato comico di Bernie Carper».
«Sai, ho un amico, un dottore, che viene qui tutti i pomeriggi perché il barista gli prepara un cocktail speciale - un daiquiri alle noci, con una grossa noce in cima, invece di una fragola».
«Dev’essere buono».
«Lo è. Almeno così dice. Solo che, ieri sera, me lo ha appena raccontato, il barista gli ha servito il suo cocktail e in cima, invece della noce comune, c’era un altro tipo di noce. Allora il mio amico gli fa: "E questo cos’è?". Al che il barista dice: "Be’, abbiamo finito le noci, quindi questo è un daiquiri di hickory, doc"».
Theo tossicchia. «Sembra uno scioglilingua. Te lo sei inventato?»
«No, non posso attribuirmene il merito».
«Lieto di sentirtelo dire».
Bernie ridacchia della propria battuta e si rimettono a esaminare i loro menù. La cameriera ritorna, questa volta portando una lavagna con i piatti del giorno scritti col gessetto in diversi colori, e la tiene alzata perché la studino. «Hai notato che di questi tempi è tutto fresco?» chiede Theo a suo padre. «Pasta fresca, pesce fresco, fagiolini freschi. Una volta la freschezza era una cosa che i ristoratori davano per scontata, invece di farsene un vanto».
«Parli come uno della mia età» dice Bernie. «Se la cosa non mi preoccupasse, direi che mi fai sentire più giovane di te».
«E con questo cosa intendi?»
«Esattamente quello che ho detto» risponde Bernie. «Sembri vecchio, figlio mio. Stanco, come se avessi bisogno di una vacanza. Peggio ancora, parli come un vecchio brontolone. Sai quell’amica di Kath che abbiamo incontrato l’altra sera al DaCapo? Be’, ha detto: "Bernie, se non vi conoscessi, avrei pensato che tu eri il figlio e lui il padre"».
Theo storna gli occhi. È sconcertato da quanto gli bruci quel commento, anche se sa che è solo un’osservazione buttata lì. Per mancanza di una reale conoscenza o comprensione della vita di suo figlio, Bernie si attacca agli indizi più vaghi, e cerca di trarne opinioni, di fabbricare consigli.
«Sei sempre vestito di tutto punto, sempre in giacca e cravatta» continua Bernie.
«Per forza. Il mio lavoro richiede che indossi un completo».
«Come no. Tu col tuo completo, e io? Io sembro un ragazzino appena tornato dal campeggio estivo! Lo sai da quanto tempo non metto più giacca e cravatta? Da quando ho detto addio a quell’ufficio, grazie tante, e mi sono messo in proprio».
«A me piacciono i completi» dice Theo. «Per quel che ricordo, ti stavano bene, eri molto attraente in doppiopetto».
Questa osservazione - sorprendentemente personale per i loro standard - coglie Bernie di sorpresa. Si gratta la testa, come per aiutarsi a ritrovare il corso dei suoi pensieri, poi annuisce, di nuovo in carreggiata. «Tornando a quel tuo lavoro, forse dovresti lasciarlo. Guadagni una miseria e non ti piace nemmeno». Si sporge attraverso il tavolo con fare cospiratorio. «Perché invece non fai quello che faccio io? È redditizio. Ti posso aiutare io all’inizio. Perché, così come stanno le cose, sembri troppo vecchio per un ragazzo della tua età. Tesoro», dice rivolto alla cameriera, «dica la verità. Chi di noi due pensa sia il padre e chi il figlio?»
«Papà!»
«Ah!» esclama Bernie, portandosi una mano alla fronte. «Hai svelato il mistero».
La cameriera ride nervosamente. «Siete entrambi così affascinanti» dice. «Avrei creduto che foste fratelli».
«Una diplomatica, non c’è che dire» commenta Bernie.
«Caspita, è interessante che lei dica questo» dice la cameriera. «Perché in effetti sto studiando relazioni internazionali all’università e intendo entrare in diplomazia».
«Dove sono certo che farà strada».
La cameriera sorride, appagata per la serata, e prende le ordinazioni. «Carina, la ragazza» dice Bernie. «Ma, personalmente non mi metterei mai con una ragazza di quell’età. No, non io. Mel Harrelson l’ha fatto, sai. Ha preso e ha lasciato moglie e figli per una ragazza di ventisei anni. Molto in gamba. Non una sciacquetta, credimi. Però, insomma: va bene per Mel, ma francamente, io non lo farei mai. Non vorrei sconvolgere i miei figli con una cosa del genere».
Ora, per quanto sia vero che entrambe le ultime mogli di Bernie erano prossime ai quaranta, Theo non riesce a capire fino a che punto suo padre creda davvero in quello che dice. A Theo non è mai parso che Bernie abbia tenuto in gran conto l’opinione dei suoi figli quando si trattava di scegliere una moglie o di lasciarla.
Il cibo arriva, la prima ordinazione della serata, preparato al volo da cuochi inoperosi e ancora svegli, e così, discutendo dei relativi meriti e demeriti dei loro piatti, Bernie e Theo riescono a svicolare da un argomento potenzialmente scabroso.
«Come sta tua madre?» chiede alla fine Bernie, quando all’uno sono rimaste solo ossa e cartilagini, e all’altro solo semi e bucce.
«Bene, credo».
«Vorrei tanto che le dicessi di togliermi dai piedi quell’impiastro di suo marito. Mi sta sempre addosso, sai. Non passa giorno che non mi spedisca una raccomandata con qualche nuova accusa. E con tutte quelle raccomandate va a finire che, se non sono in casa, mi tocca andare fino alla posta e fare la coda per ritirarle. A volte penso che lo facciano apposta, per costringermi a perdere tempo facendo la coda. Gli avvocati. Proprio un avvocato doveva sposare, dico io».
«Papà, io cerco di tenermi fuori da queste faccende».
«Dice che non ho mai pagato le tue tasse scolastiche, o quelle di tua sorella. È colpa mia se la banca fa casino e qualche assegno viene respinto? Comunque, le ho mandato fino all’ultimo centesimo di quei soldi, e posso dimostrarlo».
«Papà, davvero, non voglio entrare nel merito della questione».
«Lo so. Scusami. Non avrei dovuto parlarne. È solo che mi brucia, questa sua mania di restare attaccata al passato - deve continuare a punirmi fino all’ultimo per quello che è successo un sacco di anni fa. E insomma, guarda me. Io sono andato avanti con la mia vita, ho ricominciato tutto da capo. E sono pronto a perdonare e a dimenticare. Ma tua madre! No, lei deve continuare a rivangare il passato. A prendersela con me. Giorno dopo giorno. E dopo vent’anni, capisci bene che...»
«Quindici anni».
«D’accordo, quindici. Ma quando basta, basta, no? E invece no, lei continua a cuocere nel suo risentimento...»
«Smettila, papà».
Bernie sembra piccato. «Scusa» dice.

[...]

traduzione di Delfina Vezzoli
Partecipa alla serata del
.31 maggio






Musica di
.Franco D'Andrea


 
 
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