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Sogno  Testo in lingua originale 
.Natasha Radojcic
1.
Sogno, Tennessippiana, è un’ode, un canto, un grido, un colpo secco e netto sulla bocca, roba da rifarsi i denti nuovi, se mai ci fossero i soldi per un lusso come il dentista. Sì, il dentista! Il dentista è fratello al diavolo, direbbero i Sognatori.
Sogno, Tennessippiana, è un palcoscenico dove le ragazze di Lara possono lasciar cadere i loro abiti aderenti anche se, sotto, quello che la stoffa sbrindellata copre è ormai grigiastro e sfatto. Anche se nessun uomo brucia dalla voglia di vederlo. Sogno è un podio dove Lennie può farsi bello con la camicia nuova, fiero come un pavone, e mettersi in tasca un dollaro per rimediare un posto buono ai clienti affezionati.
Sogno è questo, le uova rotte, le lenzuola infinite, le gonne semplici e i prosciutti affumicati, i gatti bianchi, le mele bruciacchiate, le lunghe pareti della chiesa punteggiate dai ritratti di chi se n’è andato anziché far venire il mal di cuore ai suoi diletti Sognatori. Sogno è la prima morte, e l’ultimo rifugio.
È una casa per il nomade errante, per il vagabondo abbandonato. Qui tutti i barboni sono i benvenuti. Basta che non si faccia gazzarra, perché allora: Fuori tutti, ordina Lara. Qui un bicchiere è un patto fresco e i saluti durano a lungo dopo l’ultimo giro, quando tutti se ne vanno barcollando a casa. Sogno è un conforto. Aleggia intorno protettivo mentre Lara scivola sotto l’imbottita di seta comprata in saldo da Sears l’anno scorso a meno di cinquanta dollari; e l’Inglese augura la buonanotte ai suoi amati aceri; e lo Sceriffo e la sua signora, prima di addormentarsi sopra le celle vuote della prigione della contea - perché a Sogno la prigione è sempre vuota - parlano un’ultima volta della giornata; e il Sindaco parcheggia lontano per non svegliare la moglie e, Dio non voglia, la madre, la signora Sindaco senior, e poi in silenzio sgattaiola dentro casa.

Sogno non è un paese che la mattina ferve di attività. Qui non c’è fervore. Il giorno inizia lentamente, verso le nove, o le dieci. La saracinesca dell’Emporio e Forno si solleva e la signora Sceriffo, la proprietaria, mette su un bricco di vero caffè da cowboy, un’altra di quelle iniziative che ti spediscono dritto dal dentista. Sarà pure solvente per unghie, dirà lei, ma tiene all’erta e attivo tutto il giorno mio marito, il tutore della legge.
Sogno sta ancora sonnecchiando quando il signor Sindaco esce di corsa da casa mentre sua madre grida: Torna dentro a fare colazione, le prugne secche ti fanno bene!, e quando Lennie passa da Lara, perché Lennie passa sempre da Lara anche sapendo che Lara non si alza mai se non quando l’aroma del caffè della signora Sceriffo la sveglia di soprassalto dai suoi sogni pieni di piume e cigolii.
In un giorno feriale tutto è tranquillo e invariato, sopito dalla calura della Tennessippiana. Gli insetti ronzano agitati in cerca d’ombra, le macchine vanno a passo di lumaca sull’asfalto nero e molle, le signore si sventagliano in mezzo alle gambe aperte e gli uomini si asciugano la fronte con il dorso della mano già umidiccia. Poi, la domenica, il paese intero si sveglia confuso, salvo rendersi conto poco dopo che grazie a Dio è il giorno del riposo. Un sospiro di sollievo portato dall’aria calda rimbalza sui muri di cemento bagnati e tutti, tranne la signora Sceriffo e Lennie che non infrangono mai il loro tran tran (poco importa se è domenica), tornano a letto all’istante. Raramente il giorno del riposo c’è qualcosa da fare per chi non va in chiesa - ovvero, a Sogno, quasi tutti - a parte aspettare mezzogiorno quando aprono i bar. È la sera, qualunque sera, una sera feriale, il venerdì sera, il sabato o la domenica sera, la sera fresca o la sera di un giorno di canicola, è la sera che Sogno, Tennessippiana, si alza veramente. Il buio brusisce del ticchettio che fanno le chele dei gamberi rossi e del dolce cra cra delle rane canterine, i rospi saltano gioiosi nell’acqua tiepida, la musica si diffonde nell’aria e nel sudore montante e i Sognatori, tracannando alcool, alcool sempre ghiacciato, salutano l’arrivo della brezza liberatoria. E così ha inizio la loro storia.

2.
Priva di cattiveria come di attività bancarie, Sogno, Tennessippiana, era tanto ospitale quant’era povera. Chiunque sia passato per Sogno non è mai andato via affamato o con la sete. Per chi avesse bisogno di rifocillarsi c’erano le torte della signora Sceriffo e per chi avesse la gola riarsa dalla calura della Tennessippiana c’era il famoso Veleno Distillato di Lara. Altri paesi del circondario sospettavano spesso dei forestieri. Non perché i loro abitanti fossero sospettosi, o astiosi, o avessero qualche particolare risentimento contro i nuovi arrivati, ma perché ogni paese si fondava su un delicato equilibrio di congruenze. Le cose si facevano da sempre in una certa maniera e gli elementi di disturbo non erano mai graditi. Non che Sogno non avesse una sua routine: tutte le mattine lo Sceriffo innalzava la bandiera, a gambe larghe e sempre alla stessa distanza dal marciapiede, mentre il Sindaco se ne stava seduto nell’ufficio a far finta di leggere il giornale, ovviamente col bricco di caffè fumante appena fatto dalla signora Sceriffo alla sua sinistra, e Lara sul camion carico di barili di Veleno Distillato faceva in retromarcia i trenta metri del vialetto, tutti in una botta, come le aveva insegnato il suo papino prima di andarsene da Sogno e far perdere ogni traccia di sé.
Eppure, nessuna di queste caratteristiche, raramente riscontrate in un paese, era ciò che rendeva Sogno diversa da qualsiasi altro posto. C’era un segreto che tutti quanti a Sogno sapevano da sempre, di cui però non avevano mai fatto cenno né mai parlato, nemmeno fra di loro, figuriamoci poi con un forestiero: per quanto indietro si andasse nel tempo, per quanto indietro risalisse la memoria, nella storia del paese non si ricordava una sola morte ufficialmente documentata. Il Camposanto, un terreno recintato dove c’erano solo erba e qualche cespuglio, aspettava vuoto, col cancello decorato dai ritratti sorridenti di uomini e donne che una volta vivevano a Sogno e poi, prima di poter morire ed essere sepolti, si erano misteriosamente trasferiti.

A prescindere dalle particolarità di ogni paese, da quanto ogni paese possa essere originale, caratteristico e sorprendente di per sé, e diverso da qualunque altro luogo al mondo, c’è senz’altro una cosa che li accomuna tutti, quella cosa che fa di un paese un paese, ovverosia la prevedibile e inevitabile esistenza del primo cittadino. Non dev’essere per forza il più ricco - specie nel caso di Sogno - né il più forte, il più sveglio o il migliore in qualche campo, e nemmeno dev’essere un uomo: dev’essere soltanto quel tipo di persona che tutti sentono l’esigenza di rispettare. E la persona a capo di Sogno, la persona che in paese riceveva il maggior numero di assensi, era la proprietaria del bar, la rossa e solida Madam Lara, o più semplicemente Lara, come la chiamavano tutti.
Lara gestiva il Bar degli Stivali Allegri come bar a tempo pieno e circolo privato per signori nel fine settimana. Di venerdì e di sabato le ragazze ballavano in maniera provocante facendo ondeggiare fianchi e spalle avanti e indietro, cosa che si poteva ritenere impudica, senonché le loro parti intime erano completamente celate da costumi elaborati e decorosi, con tanto di stivali da cowboy. Gli altri giorni il Bar degli Stivali Allegri non era che un normale e perfino noioso bar di paese. L’edificio lercio, lurido, se ne stava piazzato al centro di Sogno, in diagonale rispetto all’Emporio e Forno della signora Sceriffo.
Lara era una donna massiccia con i capelli color carota e il viso pieno di efelidi che accompagnavano l’arancio dei capelli, portava un cinturone con due colt ed era tanto assennata quanto astuta. Quando si presentava un cliente nuovo, gli occhi di Lara valutavano svelti il valore del suo guardaroba, stimavano il gonfiore del suo portafoglio e l’orientamento dei suoi gusti. Lara era a un tempo furba come una volpe in trappola e dolce come una sposetta vergine. Ma soprattutto era determinata come le pallottole lucenti delle due colt che oliava almeno una volta al mese.
Fu un certo venerdì a tarda ora o un certo sabato di buon’ora, a seconda del momento da cui si misurava il tempo, mentre Lara sedeva da un pezzo alla sua scrivania, immersa negli affari del bar, che il cambio del vento le soffiò tra i capelli, le fece oscillare gli orecchini e catturò la sua attenzione. Quel tipo di vento secco e tagliente, che mormorava fra le sedie e le casse di liquore accatastate vicino alla finestra, non visitava mai la Tennessippiana, sicuramente non in un rovente venerdì d’agosto. Lara si interruppe, poi scacciò il pensiero e tornò alle sue carte. Non era una novità che facesse i conti a notte fonda, anzi, era una scelta accorta, e d’altronde Lara era per prima cosa una saggia donna. Con tutti i clienti che venivano da fuori e si sommavano a quelli del paese, il venerdì e il sabato erano i giorni più caotici al bar e se lei non avesse dimezzato la mole di lavoro sistemando i libri fra un giorno e l’altro, farlo dopo i due giorni di bolgia sarebbe stato troppo faticoso.

Il Bar degli Stivali Allegri era un locale onesto, messo su in un vecchio fienile. La sua fama si doveva alle ragazze che ballavano indossando stivali da cowboy; le piume e le collane e i bracciali scintillanti non concorrevano quasi per nulla a quella fama. Un tizio qualunque spossato dalla calura della Tennessippiana raramente pretendeva qualcosa in più oltre a una bibita fredda e qualche ornamento femminile. E quale ornamento migliore di un caro, vecchio stivale da cowboy per il suo occhio stanco, per le sue ciglia e sopracciglia zuppe di sudore? Quella scemenza dei lustrini brillanti alle caviglie, alle orecchie e al collo, si sapeva che a un brav’uomo faceva venire un gran mal di testa.
Lara vendeva il suo liquore. Aveva impiantato una distilleria nel sottotetto e qui nasceva il suo intruglio illegale, il Veleno Distillato, come lo chiamavano tutti, una miscela densa e scura di sorgo, miele e canna da zucchero, più la linfa di palma che Lara faceva venire dalla Florida. A volte, per Natale o un’altra ricorrenza, o per il compleanno di Lennie, ci aggiungeva un pizzico di foglie di tè o l’ananas. L’aveva battezzato lo Speciale, lo Speciale della casa. Il Veleno Distillato aveva riscosso un tale successo che lo contrabbandava a camionate oltre i confini della Tennessippiana per darlo a suo cugino, un altro proprietario di bar come lei.
Lara aveva un ufficio enorme; adorava le cose gigantesche. La scrivania d’ebano scolpito e laccato nero aveva quattro zampe di leone e, più che a Sogno, sarebbe stata bene in una fiaba con draghi e streghe. Lennie manteneva uniforme e splendida la lucentezza del ripiano. All’angolo destro, Lara aveva messo il carillon di vero marmo intagliato, il suo bene più prezioso, e quando si alzava il coperchio la stanza si riempiva degli accordi del Tema di Lara, il tema musicale del Dottor Zivago. Lara, che sotto sotto era una romantica, guardava Il Dottor Zivago almeno una volta al mese e piangeva sempre per quell’amore sfumato come se lo vedesse per la prima volta. Quando la vita diventa troppo dura, dichiarava spesso, metto quel film e ripenso ai vecchi tempi senza il minimo problema.
Dopo aver gestito per anni un’attività difficile, e gestire un bar con le ragazze, anche se solo part-time, era difficile senz’altro, Lara si era stufata dei buttafuori incapaci che bevevano troppo e vendevano sottobanco una loro porcheria indegna della fama del Veleno Distillato, o che se la facevano con le ragazze, pratica pessima per l’attività e di pessimo gusto. Un giorno, dopo aver acchiappato per un orecchio carnoso e moscio un buttafuori ladro che estorceva alle ragazze il dieci per cento e averlo cacciato dal locale, Lara aveva giurato a se stessa che della questione si sarebbe occupata lei personalmente. Aveva comprato le due colt che il venerdì e il sabato portava appese al cinturone e una piccola derringer per quando serviva al banco. Le colt fecero diventare cauti i clienti. Da quel giorno l’ordine fu stabilito e facilmente mantenuto, a parte le intemperanze di qualche sporadico ubriaco o di qualche fidanzata gelosa. Ma gelose erano solo le future mogli; una volta sposate, la gelosia svaporava e a quella si sostituiva la solida monotonia della routine. In verità, Lara teneva in piedi parecchi matrimoni, perché al Bar degli Stivali Allegri il sorriso caloroso e l’orecchio attento che i mariti non trovavano a casa erano sempre a disposizione.

3.
D’altra parte molto più a nord, dove l’attività ferveva a tutte le ore, l’appartamento newyorkese della signora Budabrovka, se non un modello di lindezza, era però un miracolo di capienza. Il bilocale, angusto e stracolmo, era stipato con efficienza tale che poteva accogliere qualunque profugo immaginabile in qualunque momento della giornata. La signora aveva lenzuola e coperte ripiegate ognuna insieme a un cuscino di piume, giacche pesanti di lana con pesanti bottoni di metallo per l’inverno, giacche a vento di ottima fattura per la primavera e l’autunno, maglioni di ogni ampiezza e lunghezza, camicie larghe o attillate, calze, maglie sia di cotone che eleganti e pantaloni di tutte le misure, con la lunghezza delle gambe regolabile perché potesse portarli chiunque: dall’uomo corpulento di centodieci chili alla ragazza magrolina di quaranta.
La signora Budabrovka era fuggita a Brooklyn da un posto imprecisato della steppa russa e conservava lo stesso forte accento del giorno in cui era arrivata. Portava una fede d’oro all’anulare destro come voleva la sua tradizione (anche se in casa non c’era un solo ritratto maschile, né si erano mai raccontate storie di uomini) e un paio di orecchini con due piccoli pendenti di corallo, ereditati da una nonna morta da tempo ma ricordata con grande affetto. Portava i capelli ingrigiti e spenti raccolti sulla testa e a differenza delle sue vicine, che facevano di tutto per nascondere il modo in cui l’età spietata divorava pian piano la loro giovinezza applicando senza posa creme, colori, balsami e correttori, lei si esponeva impavida sulla Passeggiata di Brooklyn alla luce inclemente d’inizio primavera.
Il robusto figliolo della signora Budabrovka, anche se la poveretta non sarebbe mai stata disposta a riconoscere il suo disinteresse, non le era devoto. Non andava mai a trovarla. Ma lei, come altre madri zelanti, fingeva il contrario. Tutti i mercoledì trascinava una sedia davanti al palazzo facendo finta di assicurarsi un parcheggio per l’immaginario visitatore del fine settimana. Battagliando contro il brutto tempo o contro disagi di qualsiasi genere, si portava un impermeabile di plastica trasparente per un eventuale acquazzone o un lenzuolo bianco per proteggersi dal sole implacabile e passava i pomeriggi a leggere il giornale, battendo la fede d’oro leggermente graffiata sul bracciolo di legno della sedia.

La memoria della signora Budabrovka era pari alla sua bravura di magazziniera. Non c’erano arrivi o partenze nei dintorni del palazzo che le sfuggissero e di cui non prendesse nota. Non che fosse un’impicciona vorace; tutt’altro. Ma se qualcuno aveva voglia di prendere una boccata d’aria per conto suo, o riceveva visite di amici, o si incontrava in segreto con un’amante seducente, le orecchie vispe della signora erano subito lì pronte a sorvegliare. La signora Budabrovka aveva una preparazione speciale, professionale, in quel campo; per vent’anni aveva lavorato come segretaria nella sede di Minsk del KGB con la responsabilità di sapere tutto quello che andavano facendo quelli del suo ufficio. E di cose ne succedevano parecchie, diceva sempre lei.

A notte fonda, quando tutte le persone che teneva d’occhio erano andate a letto o non erano ancora rientrate e tutto taceva, la signora Budabrovka schiudeva il proprio cuore e lasciava che nella stanza si spandesse la tristezza, la terribile tristezza e il freddo della lontana steppa baltica. Allora i suoi antenati, vittime di tante, tante morti terribili, si levavano e l’uno accanto all’altro la circondavano in quell’aria stantia, e lei li rincorreva col viso lucido di lacrime, offrendogli giacche con o senza collo, maglie con le maniche lunghe o corte, cantando dolci ninnananne in quell’aria umida e maleodorante finché tutti quanti, quelli buttati giù da un ponte, quelli infilzati con un paletto appuntito, quelli sgozzati, tutti quanti si addormentavano con lei e finalmente si placavano, in attesa della notte successiva.

4.
Il passatempo preferito della signora Budabrovka era sorseggiare tè Darjeeling con due gocce di limone fresco, preparato con cura il pomeriggio alle tre e mezza in punto. Spesso andava a cercarsi il tè a Manhattan, anche se Brooklyn, diventata a poco a poco signorile, adesso vantava un negozio esclusivo di commercianti di tè e un commesso con un vero accento inglese raffinato. Ma la signora Budabrovka sosteneva che nonostante il buon gusto degli inglesi nella scelta dei tè, lei non sopportava di fare acquisti da chi parlava con la pronuncia giusta per antonomasia.
«Sembrano seduti sulla piastra rovente dove si scalda l’acqua e troppo impauriti della loro voce per gridare» diceva. «Io preferisco l’americano sgrammaticato. Per le mie orecchie antiche è come sentire un usignolo».
Debbie Pilon, nata Brady, amica del tè preferita della signora Budabrovka nonché sua vicina di casa, era sempre stata una cittadina rispettabile. Era buona, onesta, gran lavoratrice, affidabile, umile e parsimoniosa. Ricordava i nomi di tutti, era sempre educata, andava a trovare i suoi vicini di casa più anziani e chiedeva notizie dei loro nipoti, stando attenta a ricordare fin nei minimi particolari i leggendari progressi che facevano crescendo: i loro eroici primi passi, pari solo a quelli di Ercole; i denti caduti e lasciati al topolino senza neanche una lacrima; le frasi intricate, complesse e perfino filosofiche che affrontavano con disinvoltura già molto prima del secondo compleanno. Debbie viveva convinta che Brighton Beach pullulasse di nonne di piccoli geni.
I capelli di Debbie, come più o meno tutto di lei, rientravano nella media anche per la lunghezza, arrivandole alle spalle; non erano nemmeno particolarmente folti e il colore era il solito, triste castano. Dalla madre, rinomata per la bellezza, e dalla nonna, famosa per l’allegria, non aveva ereditato nulla e viveva senza che nulla la distinguesse nell’aspetto o nel portamento, tranne il fatto che era buona. Debbie era smisuratamente buona e anche le zitelle in pensione della Passeggiata, le irriducibili più perfide in assoluto, inacidite dalla prospettiva sempre più remota di trasferirsi in Florida, anche loro concordavano all’unanimità: Debbie era una ragazza dolcissima e l’interrogativo sconcertante sul come e quando avesse dimorato nell’occupazione equivoca di spogliarellista, e come mai sapesse che esisteva lo strip-tease malgrado l’ambiente sano da cui proveniva, restava un interrogativo senza risposta.
Debbie abitava nel trilocale al primo piano, proprio di fronte alla signora Budabrovka. La bellissima mamma di Debbie, che per breve tempo era stata sposata con un giocatore d’azzardo dai denti regolari che a Debbie risultava essere suo padre, aveva abitato in quell’appartamento tutta la vita, fino alla morte prematura avvenuta quand’era ancora giovane. Stessa cosa la nonna di Debbie, una famosa cuoca assai alla mano che aveva sposato un corpulento poliziotto irlandese ed era l’unica femmina della famiglia che in tante generazioni aveva avuto un matrimonio felice. Il padre di Debbie, biscaiolo dai denti perfetti e il sorriso simmetrico che senza motivo andava in giro con un bastone da passeggio col pomo a testa d’aquila, esisteva soltanto sull’unica fotografia mezza bruciata che Debbie aveva salvato da uno dei tanti attacchi di malumore di sua madre, quando qualsiasi oggetto legato al suo fortunato matrimonio veniva purificato col fuoco.

Da bambina Debbie balbettava e ogni tanto aveva l’occhio pigro. Andava male in scienze, ma in prima elementare, nonostante quest’inefficienza, eccelleva in lettura. A sei anni Debbie conosceva tutto l’alfabeto, sapeva pronunciare qualsiasi parola e ogni giorno non vedeva l’ora di andare a scuola. I problemi arrivarono quando alle parole sulla pagina si affiancarono altre parole, poi vennero i numeri insieme ad altri numeri e l’aula diventò dura come una scarpa da quattro soldi. Debbie penava sulle frazioni, analizzava versi complicati di poesie che parlavano di cose misteriose per lei incomprensibili. Ripeteva ogni verso, lo scriveva, si scarabocchiava qualche formula sulla mano per potersela ricordare, in camera sua lasciava bigliettini gialli dappertutto ma bastava che si voltasse un attimo e aveva già dimenticato che cosa c’era scritto sopra. Si addormentava sui compiti, col viso infilato in un libro e il pennarello della sua nota a margine che le stampava l’appunto su una guancia. Debbie dormiva e sognava di prendere d’assalto i numeri, col viso contratto dalla sofferenza, finché la madre non la scuoteva dicendole: Va’ a giocare. E se ci fosse stato un voto per la bravura nelle corse in toboga, Debbie avrebbe preso molto più che in matematica e in inglese, dove giganteggiava la sufficienza risicata.
Alla fine, l’incantevole mamma di Debbie, già afflitta da un male incurabile all’intestino che di lì a poco l’avrebbe uccisa, rinunciò all’istruzione della figlia e la mandò in una scuola per estetiste in cui Debbie scoprì la manicure francese e i romanzi rosa. Lesse e rilesse Stagione di passione, che parlava di una ragazza bella, intelligente e ostinata che sposava un uomo ricco dopo aver conquistato il suo eterno amore. Non importava che la storia fosse sempre la stessa; ogni volta che arrivava alla fine, Debbie già fremeva dall’emozione di ricominciarla. Era fortunata; c’è gente meno favorita dalla sorte che legge di vicende liete una, magari due volte, e poi la storia perde mordente e non la colpisce più. Alla luce fioca del suo lume da notte col disegno sbiadito di Bambi, accanto al marito che affondava a poco a poco nel suo consueto sonno da bourbon, Debbie piangeva lacrime di felicità per l’amore rinato della sua eroina.

I trascorsi amorosi di Debbie erano tanto infausti quanto il suo passato scolastico. Debbie aveva amato e perduto un brav’uomo e si era sposata con l’uomo sbagliato. La signora Budabrovka e la signora Flanagan, le due sapientone arcinemiche che si erano autoproclamate autorità in materia di storie del quartiere, concordavano sul fatto (cosa non da poco per le due) che Debbie soffriva di un male sciagurato e insopportabile, ma comune al sesso femminile: il troppo amore non corrisposto.
«L’amore infelice rovina sempre le brave ragazze» annuiva la signora Flanagan, scuotendo il mento gigantesco con costernazione sincera. «È una cosa tristissima per una ragazza perdere il primo amore. Anche se era armeno».
«Armeno? Macché!» borbottava la signora Budabrovka per tutta risposta. «Che dici! Jimmy era greco».
«Armeno, greco, è uguale! Meglio tutto, piuttosto che quel marito tremendo. Povera creatura».
Come sempre, la signora Budabrovka aveva ragione. Jimmy era greco, era arrivato giovanissimo dalla Grecia a bordo di un transatlantico e avrebbe voluto sposare Debbie fin dal primo momento, quando l’aveva vista inciampare sulla soglia dell’alimentari e poi scusarsi con la gente rimasta infortunata.
La loro storia aveva avuto vita breve, perché Debbie non era riuscita a dire a Jimmy com’era finita a fare un mestiere disonorevole, non aveva potuto ammettere di essere caduta in basso, e così aveva rifiutato la sua proposta di matrimonio senza dare spiegazioni. Gli aveva detto solo: No, non posso proprio. Jimmy Mac, col cuore infranto dal rifiuto, si era alzato dalla panchina del parco, si era asciugato le mani sui pantaloni di velluto a coste come se fossero stati pieni di briciole, si era scusato senza guardarla negli occhi ed era sparito dalla sua vita. Debbie aveva nostalgia di Jimmy. Pensava a lui tutti i giorni e ricordava quando, qualche momento prima del suo rifiuto, lui le aveva preso la mano e le aveva sussurrato parole affettuose vicino al palmo, e lei si era messa a ridere perché le parole le facevano il solletico. Parecchi anni dopo l’addio di Jimmy Mac, le era arrivata una scatola con dentro uno scoiattolo di gomma e un biglietto - Spero che sei felice - attaccato a una piccola noce che lo scoiattolo teneva fra le zampe. Debbie aveva dato allo scoiattolo il nome di Bjorn e la sera ci giocava, cullata dal brontolio monotono delle russate al bourbon di suo marito, finché non si addormentava.

Il marito di Debbie portava bei vestiti e aveva l’occhio crudele e spento di un assassino. Il suo viso era grassoccio e spietato. Il signor James Pilon si professava francese di origine, ma non convinceva del tutto. Più che l’origine francese, era l’autenticità di tutte le sue affermazioni che veniva messa in dubbio: James Pilon era un bugiardo. Un giorno, nella vetrina di una lavanderia a gettone, aveva visto Debbie che stirava una piega diritta come un fuso sulla manica di una maglietta. Debbie era svelta a piegare il bucato come un serpente cattivo era svelto a mordere. Pilon aveva una certa predilezione per il bucato pulito e lo considerava uno dei pilastri della bella vita; l’altro pilastro erano i piatti puliti. Chiedendo in giro aveva scoperto che l’occhialuto e goffo oggetto dei suoi interessi aveva un passato discutibile ma stava riguadagnando rispettabilità e, grazie al fatto che varie generazioni della sua famiglia erano vissute nello stesso appartamento, ora pagava un affitto più basso di una settimana di stipendio. Pilon, che era un furbo, ci aveva visto l’occasione rara di condurre un’esistenza pulita e alla portata delle sue tasche e perciò il giorno che aveva conosciuto Debbie fingendo di domandare indicazioni, si era complimentato più volte con lei per i suoi occhiali. I complimenti gli avevano fruttato un invito a cena e un cinema, dove era rimasto seduto nascondendo la sua angoscia durante le scene amorose, e già alla fine della settimana le aveva chiesto la mano. A casa sua non pagava l’affitto da sei mesi ed era solo questione di tempo, poi il lucchetto dell’ufficiale giudiziario avrebbe innalzato una barriera permanente e insormontabile fra lui e il futon, l’unico bene di cui James Pilon potesse rivendicare il possesso. Aveva chiesto la mano a Debbie in un pomeriggio abbastanza bello che quasi sconfinava nel romantico e tutti e due avevano udito il chiacchiericcio delle signore pensionate che si avventuravano fuori dalla vicina casa di riposo per fare una passeggiatina al sole. I versi delle signore sembravano a Debbie il mormorio di un torrente in primavera e il suo romanticissimo cuore batteva più forte del giorno in cui si era precipitata a casa dopo aver preso il primo bel voto alla scuola per estetiste. Debbie aveva abbassato gli occhi e aveva detto: Oh, sì. Un altro bel giorno, quattro anni dopo, il marito di Debbie aveva reso nota la sua propensione, scoperta di recente, per una donna più giovane in possesso di un appartamento più grande e di un lavoretto in un’edicola. La ragazza nuova gli aveva consegnato allegramente tutte le sue fruscianti banconote insieme a diversi sacchetti rubati di arachidi, che erano lo spuntino preferito di Pilon.
«Te ne vai?» gli aveva chiesto Debbie.
«Aha» aveva detto Pilon, esaminando con gli occhi le mattonelle a quadretti del soggiorno alla ricerca della via più rapida per la porta d’ingresso.
«Bene» aveva detto e si era alzato.
Bene, si era detta Debbie.
Era rimasta al centro della stanza ad ascoltare lo scricchiolio e il botto della porta, e poi il tum tum svelto dei passi di Pilon che si allontanavano, e poi il silenzio. Il silenzio totale. Niente. Debbie Pilon, nata Brady - all’improvviso le era tornato in mente il suo nome da signorina - non sapeva che fare. Lei era convinta che se una era buona, gentile e devota, se ricordava i nomi della gente, se salutava la gente per strada e le chiedeva notizie dei suoi cari sarebbe andato tutto per il meglio, almeno in qualche modo. Ma era proprio quel modo che Debbie non riusciva a trovare. Si guardò intorno, guardò i mobili di sua madre, la fotografia mezza bruciata di suo padre, l’allegro vassoio di sua nonna per servire la limonata e si domandò che cosa doveva fare.
In quel momento le pareti della stanza si restrinsero un po’ e Debbie si mise a strusciare i piedi per terra per fermarle.
«Ti prego», disse. «Mamma, ti prego, aiutami» disse al soffitto che le sembrava di poter toccare.
Allora una vocina piccola e incombente parlò. «Sei una buona a nulla» disse minacciosa. «Non sei stata capace di tenerti stretto un uomo che era un gran lavoratore, un uomo che ti onorava, mezza calzetta che non sei altro, balbuziente e con l’occhio che ogni tanto è pigro. Eppure ti aveva preso in moglie e messo in grado di entrare a viso aperto in qualunque negozio della città, e ti aveva procurato un invito a un paio di feste, perfino un saluto e un posto a sedere in chiesa accanto a una delle donne oneste».
Debbie non avrebbe fatto mai una pazzia come quella di suicidarsi. Mai. Era solo stanca. Si era riempita la bocca di pasticche rimaste dall’operazione della suocera, quando il dottore le aveva prescritto un flacone perché la poveretta potesse riposare. Diffidando delle pasticche in genere, la vecchia generalessa si era rifiutata di prenderle e adesso il flacone era lì che attirava la polvere nell’armadietto dei medicinali. In realtà voleva riposare, disse Debbie ai dottori che le fecero la lavanda gastrica. Si era solo addormentata abbracciando quello stupido scoiattolo.

La signora Budabrovka, perlustrando come sempre il corridoio col suo passo vacillante e stranamente elastico, ricordo lasciato da Dio sa chi o che cosa, notò la dipartita di Pilon. E notò anche che Debbie, non solo non si era presentata al loro tè delle 4, ma non era neppure andata a controllare la cassetta della posta alle 5 come faceva tutti i giorni, e benché la signora Budabrovka ritenesse inviolabile il diritto di una persona a suicidarsi, sperò che qualche volta gli amici lo rendessero superfluo e così, solo per un presentimento, come un vecchio cane da punta quasi cieco che sa lo stesso dove atterrerà il fagiano, chiamò il centotredici.

traduzione di Claudia Valeria Letizia
Partecipa alla serata del
.7 giugno






Musica di
.Salvatore Bonafede


 
 
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