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Finale  Testo in lingua originale 
.Michel Faber
Comincerò questo intervento raccontandovi il finale: la conclusione del mio romanzo Il petalo cremisi e il bianco, ambientato nell’Ottocento. Così facendo so di rovinare forse il piacere a chi di voi non l’avesse ancora letto, ma lo farò comunque. Sugar, la protagonista, è una prostituta diventata l’amante di un ricco uomo d’affari. Un gradino dopo l’altro, ha intrapreso la scalata alle vette della rispettabilità sociale. Quando la moglie del padrone di Sugar scompare, lei riesce con le lusinghe a insinuarsi in casa dell’uomo, dove assume il ruolo di istitutrice di Sophie, la figlioletta trascurata. Dopo alcuni mesi, Sugar e Sophie hanno stretto un legame così saldo da non concepire l’idea di vivere separate. A questo punto il padrone decide da un giorno all’altro di licenziare Sugar, costretta ad andarsene per non tornare più. Terrorizzata all’idea di perdere l’unica persona a cui abbia mai voluto bene, Sugar adotta misure drastiche: rapisce Sophie e fugge con lei per le strade di Londra, nella speranza di iniziare una nuova vita insieme.

Il sogno, ahimè, è irrealizzabile. Le due fuggiasche non sanno dove andare. Nella penultima pagina, un perfido ribaltamento della situazione - la sciagura più efferata che sia riuscito a escogitare - sconvolge Sugar a tal punto che si mette a correre lungo una strada trafficata senza guardare dove va. È un errore fatale. Viene investita da una carrozza, calpestata dagli zoccoli dei cavalli, mutilata dalle ruote della vettura. Finisce maciullata. Le sue speranze si sono letteralmente ridotte in poltiglia. E a un tratto il lettore capisce perché l’intero romanzo è costellato di allusioni a incidenti fatali. A un tratto il lettore capisce anche perché il romanzo si apre sul cadavere non identificato di una donna che viene portata via dopo essere finita sotto una carrozza. Il romanzo ha struttura circolare: la sorte di Sugar non può che essere segnata. Non ha mai avuto speranze.

A questo punto, chi di voi ha letto Il petalo cremisi si sentirà confuso. Non è questo il finale che avete letto. Nel finale che avete letto, la protagonista non muore. Non c’è alcun incidente fatale. Anzi, il romanzo si conclude su una nota di speranza. Ma allora che storia è mai questa di Sugar che viene calpestata e mutilata? Forse la traduzione italiana è diversa dall’originale inglese?

No. Il finale che vi ho appena raccontato è quello che avevo dato alla storia quando l’ho ideata, più di venticinque anni fa. La protagonista doveva morire, di questo ero certo. Se avevo qualche dubbio riguardava come esattamente Sugar sarebbe rimasta uccisa. Scrissi così vari finali, tutti ugualmente spietati. Per un certo periodo optai per quello in cui Sugar si faceva saltare le cervella con una pistola, ma alla fine decisi che gli zoccoli del cavallo e le ruote della carrozza facevano meglio al caso. Cosa c’è di più scontato di un proiettile nel cranio? Basta vedere un qualsiasi film poliziesco moderno. La mia idea di un’eroina condannata che finisce gambe all’aria sull’acciottolato bagnato di pioggia di una strada londinese e viene schiacciata da una carrozza, invece, quella sì che era una morte degna di un romanzo vittoriano!

Dovevo anche decidere che cosa fare del manoscritto di Sugar. Nel mio racconto, Sugar è un’aspirante scrittrice, un’antesignana del femminismo mossa dall’ardente speranza che i suoi scritti possano un giorno cambiare il mondo. Nella versione del Petalo cremisi che avete letto voi, il manoscritto le cade inavvertitamente di mano mentre sta fuggendo. Il vento porta via le pagine non rilegate, disseminandole per tutto il quartiere. Certo, per Sugar è una sventura, ma in quel momento ha per la testa cose più importanti dell’ambizione letteraria. Le sue speranze si concentrano su Sophie, non su un ipotetico pubblico. E poi il manoscritto non viene distrutto, ma semplicemente sparpagliato. Qualcuno potrebbe sempre recuperarlo e leggerlo.

Ma questo barlume di ottimismo non si trovava nella versione originaria del mio libro. Nella prima stesura, subito dopo aver spinto Sugar sotto le ruote e averla guardata morire, dedicavo una pagina di epilogo al destino del manoscritto. La sacca contenente il testamento letterario di Sugar passa nelle mani di un’altra prostituta di nome Caroline, amica di vecchia data di Sugar. Permettetemi di leggere qui, in questo festival romano, per la prima e unica volta, il finale di quell’epilogo, le righe conclusive del Petalo cremisi originario.

Naturalmente Caroline ricordava, come le aveva raccontato Sugar, che il romanzo parlava di prostituzione, e per lei sarebbe stato di sommo interesse leggere un libro sull’argomento, a parte l’inconveniente increscioso che non sapeva leggere.
Così alla fine, in una notte d’inverno straordinariamente fredda in cui tremava tanto da non riuscire quasi a lavarsi, Caroline riconobbe l’inutilità di conservare ancora il cumulo di fogli coperti dalla calligrafia di Sugar. Il fatto poi di trovare il manoscritto della vecchia amica coperto di muffa sfilandolo dalla sacca, serviva da conferma. Dopo aver strappato la cordicella che teneva insieme l’opera, diede le pagine, una manciata dopo l’altra, in pasto alle fiamme, che arsero radiose alcuni istanti, per poi morire.
Fine


E con questo ritenevo di aver portato a degna conclusione il mio romanzo vittoriano. Passarono gli anni. Scrissi altri libri. E riscrissi Il petalo cremisi ben tre volte, migliorandolo di volta in volta. I miglioramenti riguardavano per lo più la qualità della prosa, e rispecchiavano i miei progressi artistici da quando avevo cominciato il romanzo, a diciannove anni. Limavo le frasi, delineavo meglio i personaggi, rendevo le immagini più vivide. Facevo di tutto per ottenere il massimo impatto da quelle ruote di carrozza e da quegli zoccoli di cavallo micidiali.

Nel periodo in cui riscrivevo il libro per la terza volta, però, qualcosa nella mia vita era cambiato. Avevo conosciuto una donna straordinaria: mia moglie Eva, che è qui con noi stasera. È una persona che ha dedicato la vita a rendere il mondo un luogo migliore, e non ha tempo da perdere con la disperazione. Pur apprezzando Il petalo cremisi per la qualità della prosa, mi pungolava a portare motivazioni a sostegno di una visione della natura umana così cupa, così priva di speranza. Era convinta che il libro sarebbe risultato molto più interessante se i personaggi non fossero stati come in trappola. Quanto al finale, era fermamente convinta che fosse ingiusto. Ingiusto nei confronti di Sugar, e ingiusto nei confronti dei lettori.

Sulle prime non accettai quelle critiche. Le dissi velatamente che non capiva i requisiti formali della Tragedia, né la natura intrinseca del romanzo vittoriano. Allusi al fatto che voleva indurmi a fornire alla storia un lieto fine univoco e rassicurante, di quelli che gli americani hanno l’abitudine di propinarci nei loro film. «La vita non è così», dissi. Eva ebbe il buon gusto di non farmi notare che sapeva meglio di me quanto possa essere dura la vita. Alla mia scrittura chiedeva un respiro più ampio, più complesso e generoso; chiedeva che risultasse «reale» e non artificiosa. Non si stancava mai di ripeterlo. E alla fine mi resi conto che se restavo aggrappato al mio finale la ragione era una soltanto: il fermo proposito di convincere il lettore che la vita è crudele e infida, cosa di cui ero convinto io per primo quando concepii il romanzo. Sventolavo la bandiera della negatività.

Spesso gli artisti seri sono come i terroristi: capiscono che il mondo non è perfetto e questo li schiaccia, portandoli a distruggere tutto, a sfogare il dolore per gli ideali perduti. Niente è capace di rendere giustizia all’intensità del loro disincanto, niente all’infuori di una tragedia così violenta da accendersi nel ricordo di chi ne è testimone. Per uno scrittore è facile confezionare simili tragedie, ed è facile per i lettori crederci. Lo sappiamo tutti che l’esistenza umana è un’orgia di stupidità e dolore, dove i forti sfruttano i deboli e gli innocenti cadono vittime della brutalità, giusto?

O no? In cuor mio, sono arrivato a capire che questa visione è troppo semplicistica. Gli esseri umani sono strane creature, e una delle loro maggiori stranezza è il fervore che a volte mettono nell’aiutarsi. Sprofondati nella disperazione, impediti dai nostri stessi limiti, siamo capaci di generosità, amore, dedizione e saggezza sconfinati. Abbiamo facoltà di scelta. Non esistono dèi malvagi che ordiscono il nostro destino, sorridendo con bieca soddisfazione ogni volta che inciampiamo lungo il tragitto che conduce alla rovina. Siamo noi gli artefici della nostra rovina… o della nostra salvezza.

Per questa ragione ho cambiato il finale, e molte altre cose, del Petalo cremisi. Non intendo annoiare i profani con un resoconto dettagliato delle modifiche, ma per chi conosce la storia mi limiterò a dire che: William era un cattivo da cartone animato; ne ho fatto un essere umano. Henry era la caricatura del bigotto che si vuole illudere; gli ho conferito dignità. Agnes era l’epitome stereotipata della vittima inerme; l’ho fornita di lingua tagliente e energia folle. I timori che il romanzo si sfaldasse e cadesse a pezzi se avessi concesso una parvenza di ottimismo si sono rivelati infondati. Semmai è diventato un’opera d’arte migliore, più convincente e efficace, proprio come aveva predetto mia moglie.

Non posso certo fingere che io o il mio modo di scrivere siamo diventati più allegri o spensierati. Sono tuttora attratto dai lati oscuri del comportamento umano; sono tuttora ossessionato da demoni interiori e domande senza risposta. Il mio lavoro è serio nel senso più pieno del termine. Ma il perdono, la compassione e un maggior senso dell’umorismo hanno mitigato la rabbia e il disprezzo che mi spronavano da ragazzo.

Questi ultimi anni, a partire dal settembre 2001, non hanno certo ispirato il perdono, la compassione, né un maggior senso dell’umorismo. La letteratura è una cosa, le pene dell’umanità sono tutt’altra. Il mondo sembra nella morsa inesorabile della crudeltà, dell’impostura e della stupidità bell’e buona. Il Pianeta Terra è in crisi. Con tutta probabilità stiamo vivendo gli ultimi decenni del capitalismo globale, e il crollo di questo sistema - equivalente moderno dell’impero romano - potrebbe essere dietro l’angolo. Terrorismo, AIDS, crimine organizzato, genocidi, traffico di schiavi, guerre, carestie: tutte le calamità umane che gli ottimisti speravano di sradicare per sempre sono ancora e più che mai presenti.

La cosa ancora più spaventosa è il rischio imminente che la nostra specie, insieme a molte altre, venga cancellata dalla sua stessa idiozia. Non necessariamente dalle bombe nucleari - che non hanno comunque cessato di costituire una minaccia mortale - bensì da riscaldamento globale, onde anomale e altre catastrofi ecologiche. A detta di molti esperti abbiamo già arrecato tanti di quei danni al pianeta, e viviamo così scandalosamente al di sopra delle nostre possibilità, che non ci resta altro se non metterci seduti a guardare l’onda della rovina travolgerci. Gli ottimisti convinti che ci resti ancora tempo per guarire il pianeta sono pieni di idee sensate, che da sole però sono impotenti di fronte ai mastodontici motori dell’industria. Per quanto io o voi ci sforziamo di prenderci cura dell’ambiente, siamo tutti su un gigantesco veicolo che viaggia verso il ciglio di una scogliera, e che non si fermerà. Certo, possiamo compiere piccoli gesti che denotano un senso di responsabilità ecologica, come comprare carta igienica riciclata. Ma le corporazioni che governano il pianeta, e i politici che le sostengono, perseguiranno il loro programma di devastazione su vasta scala, e il nostro rotolino di carta igienica riciclata non cambierà di molto il risultato finale.

Quanto alle guerre, continueranno. Altri paesi verranno invasi e distrutti, altri innocenti siederanno a piangere sulle rovine delle loro case rase al suolo, altri bambini verranno ridotti a orribili brandelli dalle esplosioni, altri giovani, uomini e donne, verranno spinti a seguire la via del terrorismo. George Bush e i suoi sodali continueranno a dormire saporitamente la notte, nella serena convinzione di essere nel giusto. Come da copione.

Cosa provo io di fronte a tutto questo? Mi fa paura? Non direi. Non ho mai desiderato vivere in eterno. Perfino adesso che sto attraversando il periodo più felice della mia vita, certi giorni ho la sensazione di averne già viste abbastanza. Ogni tanto mi sento motivato a dedicare le mie energie a cause meritevoli, e scrivo articoli di protesta contro le attività vergognose del mio governo in Iraq, o articoli che propagandano il superbo lavoro svolto dai Medici Senza Frontiere in Ucraina. Altre volte sono troppo depresso per preoccuparmene. Quando la depressione si insinua nel profondo, comincia a somigliare alla filosofia zen, quell’incrocio dove convergono l’alienazione e la serenità estreme. Né le gioie né i dolori della nostra specie sembrano avere importanza nel disegno universale delle cose. In quello stato mentale amaramente sereno, che travalica ansie e speranze, non vedo una sola ragione per cui la razza umana dovrebbe continuare ad abitare questo Giardino dell’Eden sospeso nello spazio. Forse l’Homo Sapiens si sta avvicinando, senza volerlo, alla fine del suo racconto, e non ci saranno più storie, né qualcuno a leggerle. Forse presto sarà tempo per la terra di curare le sue ferite senza di noi; forse presto sarà tempo per le foreste pluviali di rigenerarsi in silenzio, e per i mari di smaltire i nostri veleni con tutto comodo.

Ed eccoci qua, nella Basilica di Massenzio, a meditare sul futuro. Sono passato dalla morte di una prostituta romanzesca all’estinzione dell’intera civiltà, e tutto in pochi minuti del vostro tempo. E, come se non bastasse, mi avvio alla fine di questo intervento. Sappiamo tutti che cosa ci aspetta adesso, vero? La summa. Il gran finale. I discorsi pubblici richiedono una conclusione degna e esauriente, un senso di perentorietà altisonante. Non però la perentorietà del destino e della morte, bensì quella dei festeggiamenti, dell’ispirazione. In altre parole, dovrei far riecheggiare una nota di speranza.

Nota che avrete sentito spesso. È quasi obbligatoria, specie in stagioni politiche spaventose. Quando i diplomatici emergono dall’ennesimo giro di colloqui inutili in Medio Oriente, di fronte alle telecamere non dicono: «Scusate, gente, ma dovete prepararvi al peggio. Questo incontro è stato un disastro totale. L’odio e la violenza ancora una volta hanno avuto la meglio». Macché. Stringono mani, dicono di aver avuto un dialogo costruttivo, di aver gettato ponti, di essere avviati a una soluzione. Lo dicono pur sapendo che la mattina dopo ci saranno altri bombardamenti e altre uccisioni. Sembra proibito fare certe ammissioni. I pavimenti degli ospedali sono intrisi di sangue, i sabotaggi sono all’ordine del giorno, i fanatici hanno giurato di combattere fino alla morte, eppure i portavoce sorridono stancamente al microfono e si dichiarano ottimisti. «Certo, al momento abbiamo qualche difficoltà», dicono (e sussultano leggermente sentendo un’esplosione a poca distanza) «ma siamo sicuri che dietro l’angolo ci aspetta un futuro più radioso». Mai che dicano: «Siamo sicuri che dietro l’angolo ci aspettano morte, umiliazione e disperazione». Mai che dicano: «Siamo spaventati e abbiamo perso le speranze». Chiunque potrebbe fare certi discorsi è tenuto a debita distanza dai microfoni.

Mentre io sono qui, con un microfono davanti. Lo utilizzerò per farvi sentire tutti infelici e depressi? Farò pentire gli organizzatori di questo bel festival di avermi invitato? Il finale del mio racconto sarà cupo al punto che i musicisti in attesa di suonare proveranno imbarazzo all’idea di intonare le prime battute, quasi dovessero accennare un motivetto allegro al funerale di un bambino?

No. Ve lo risparmierò. A questo mondo la speranza esiste. Esistono buoni motivi per aver cara la vita. Se ci capita di perdere le speranze, è perché cerchiamo la grazia nel posto sbagliato. Non la troveremo nelle parole dei politici, né nei gesti degli industriali. Non troveremo l’ispirazione nelle cosiddette vittorie di un esercito su un altro. Semmai troveremo la grazia e l’ispirazione nelle parole dei poeti e in quelle dei bambini, nei gesti di individui anonimi e di eroi non celebrati. Le troveremo nell’onesta dedizione di tutti coloro che si fanno in quattro per creare le cose belle. Le troveremo nella sincerità di tutti coloro che si sforzano di imparare di più, di capire di più, di avere intuizioni e pensieri più profondi. E non parlo di stupidi sognatori che chiudono gli occhi di fronte alla dura realtà. Parlo dei veri realisti. Sanno che il loro tempo sulla terra è limitato, e vogliono assaporare appieno il dono della vita. Guardano il male e la meschinità dritto in faccia e dicono: «Ho di meglio da fare».

Tutti noi presenti stasera a questo festival siamo qui per un motivo. Siamo curiosi di scoprire se il nostro cervello e il nostro cuore sono capaci di accogliere più di quanto pensassimo. L’arte è una cosa misteriosa: così superflua per la sopravvivenza, è comunque imprescindibile. A volte dura migliaia di anni perché una generazione dopo l’altra si lascia irretire dal suo incantesimo. A volte dura il minimo necessario a portare un piccolo bagliore nell’anima di chiunque abbia la fortuna di trovarsi nei paraggi. Pensate a quello che succede quando i musicisti si esibiscono dal vivo: fanno vibrare le onde sonore, di momento in momento, ciascun momento una vibrazione diversa. Non potrebbe esserci attività più effimera. Sembra futile in confronto agli effetti di un bulldozer o di una bomba. Eppure è un atto creativo.

Essere qui riuniti stasera è un segnale, un gesto, una dichiarazione al mondo per esprimere l’importanza che attribuiamo a certi atti creativi, un’importanza superiore a quella di qualunque altra cosa avremmo potuto fare, e sicuramente superiore all’operato spregevole e ignorante di guerrafondai e oppressori. Il Festival Letterario di Massenzio non è niente di più - e niente di meno - del riflesso della festa che si svolge nella vostra mente e nel vostro cuore ogni volta che leggete un buon libro. Quello che stiamo festeggiando è il nostro desiderio non già di armi più grandi, paesi più grandi o automobili più grandi, bensì di anime più grandi.

Questo è in sé un gesto politico: in un certo senso è la dichiarazione più vigorosamente politica che possiamo fare. Se considerate il comportamento dei sistemi tirannici fin dagli albori della civiltà, vi accorgerete che hanno tutti una cosa in comune: vogliono immancabilmente che il popolo abbia l’anima più rachitica possibile. Preferiscono persone che non pensano, non sognano, non fanno domande. E quando un regime corrotto si trova in difficoltà, che cosa fa per prima cosa? Prende di mira gli individui forniti di un’anima che minaccia di crescere troppo per lasciarsi manipolare e cerca di rimpicciolirgliela. È un paradosso davvero incredibile: che un regime tanto potente da comprare o distruggere a piacimento abbia paura dell’arte e dedichi una quantità spropositata di energie a perseguitare e censurare un pugno di scrittori, filosofi e musicisti. Perfino una superpotenza dotata delle risorse per far saltare in aria il mondo intero vuole comunque cancellare qualche parola dal manoscritto di uno scrittore o intimare a una cantante di non cantare più una certa canzone. Perché? Perché gli oppressori impazziscono all’idea che la gente sia libera di costruirsi una realtà alternativa nel cuore e nell’anima.

Decidiamo da soli che cosa ci fa davvero paura, che cosa speriamo davvero. Facciamo in modo che le nostre paure e le nostre speranze siano nostre e solo nostre, non dettate dagli altri. Per i potenti, soltanto il potere ha importanza o risonanza narrativa: la storia dell’umanità è la storia delle conquiste militari e territoriali. Ma chi fra noi ama l’arte sa che non è così. Ciascuno di noi è una storia, una piccola storia in una grande antologia. Qui stasera siamo in tanti, e il nostro finale deve ancora essere deciso. Cerchiamo tutti di essere la storia più piena di speranze che ci è dato scrivere.

Traduzione di Giovanna Granato
Partecipa alla serata del
.14 giugno






Musica di
.Rita Marcotulli


 
 
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