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Letteratura ai piedi del vulcano  Testo in lingua originale 
.Amos Oz
Signore e Signori, amici, buonasera. Shalom!
Immaginate un paesino ai piedi di un vulcano sul punto di eruttare. Il vulcano trema e borbotta per tutta la notte, emette fumo e scintille, boati e brontolii e di tanto in tanto butta fuori massi incandescenti che rotolano a valle verso il villaggio.
Qui, nel villaggio, si trova una donna che non riesce a dormire. Non per la paura del vulcano, ma perché sente suo figlio di sedici anni, che nella stanza vicina si gira e si rigira nel letto senza riuscire a prender sonno.
Il ragazzo non riesce a prender sonno non per il pensiero del vulcano, ma piuttosto perché la sua febbrile immaginazione lo spinge a struggersi per la vedova che vive giù nel vicolo.
E anche la vedova sta sveglia tutta la notte, non perché teme il vulcano, ma perché la sua giovane figlia sta frequentando un uomo che ha il doppio dei suoi anni. E anche il vecchio rimane sveglio per tutta la notte, non perché il vulcano è sul punto di eruttare, ma perché vuole disperatamente essere eletto in consiglio comunale, anche se sa di non avere grandi speranze. Signore e signori, questo scenario descrive Israele in tempo di guerra, in tempo di territori occupati palestinesi, di minacce di distruzione nei confronti di Israele, di terrore, di insediamenti e di paura esistenziale. La vita quotidiana, la routine, va avanti a dispetto di tutto questo, va avanti da un anno all'altro con tutte le sue prosaiche meschinità, e con tutta la grandiosità dei suoi eroismi. Uomini e donne innaffiano le loro piante, tirano su i loro figli, sognano di comprarsi una nuova macchina o una nuova casa, discutono con la banca, spettegolano sui vicini e vanno dal dentista per curare una carie.
Ma questo scenario non è una semplice descrizione di Israele dal giorno in cui fu fondata, nel 1948, a oggi. È anche una rappresentazione della condizione umana. Tutti noi, ovunque ci troviamo, viviamo alle pendici di un vulcano in attività. Forse il vulcano mediorientale è più attivo di quello europeo, ma tutti gli esseri umani, ovunque e in qualunque epoca, vivono a stretto contatto con la disperazione, la paura e la catastrofe. La solitudine, il disappunto, l'insuccesso, l'alienazione, l'infortunio, la malattia, la vecchiaia, il declino e la morte sono sempre in attesa, per ognuno di noi, per tutti, appena al di là dei confini della nostra casa. Nonostante questo, il vulcano non controlla, né possiamo permettergli di farlo, le nostre vite. Le notti sono sempre piene - ed è un bene che lo siano - di desideri, di ambizioni, di ogni genere di progetti e congetture, di piccole speranze e piccole disillusioni, di preparativi per il giorno successivo, di passioni segrete e di ansia infinita verso coloro che amiamo. Ogni notte, tutte le notti, facciamo i nostri sogni, ridicoli, confusi, intensi. E proprio tutto questo è stato, è, e sempre sarà, l'oggetto privilegiato della letteratura della commedia umana. (Non sto parlando, per il momento, di quel tipo di scrittura che ha perso interesse per la nostra tragica farsa, e ha abbandonato il villaggio ai piedi del vulcano per una Disneyland qualunque, dove cavalca montagne russe verbali).
Ora, immaginiamo che nel villaggio alle pendici del vulcano, viva, oltre alla vedova e a sua figlia, oltre al ragazzo e al politico, uno scrittore. Cosa farà lo scrittore del villaggio in quelle notti rischiarate dai bagliori della lava? Fino a quando la vedova sarà sveglia e il ragazzo si girerà e si rigirerà nel letto fantasticando, e il candidato misurerà nervosamente lo spazio dalla porta alla finestra, al nostro scrittore non farà difetto il materiale. Quando ero ragazzo, a Gerusalemme, avevamo un parlamento di quartiere. Chiunque desiderasse parlare e discutere, si ritrovava la sera nella drogheria all'angolo di Mr. Auster. Tra i membri del parlamento c'erano ideologi e ideofili e anche un rilegatore che aveva elaborato in dettaglio una teoria utopica di comunismo erotico globale. Tutti, uomini e donne, sarebbero stati disponibili per chiunque li avesse richiesti e allora l'odio, la gelosia, la rivalità, le guerre e i pregiudizi sociali sarebbero spariti dalla faccia della Terra una volta per tutte. Il nostro ideologo espose la sua idea in lunghe lettere che mandò a Stalin, con copie al Papa a Roma e al Mahatma Gandhi in India. Ma ogni volta che pronunciava la parola "donna" o "gambe" arrossiva e iniziava a balbettare. C'era anche un giovane nazionalista radicale che giurava di uccidere con le sue stesse mani l'alto commissario britannico a Gerusalemme, e che una volta, alla vista di un po' di sangue dal naso di Mr. Auster, svenne.
Non ci sarà mai bisogno di cercare nuovi soggetti letterari.
Invece, la domanda è: "Lo scrittore del villaggio ai piedi del vulcano ha anche una qualche responsabilità morale, sociale o politica? Deve alzare la propria voce per protestare? E deve farlo ogni giorno? Per tutto il giorno? O magari solo una volta alla settimana?
Forse potrei metterla in questi termini: uno scrittore lavora con le parole. Dal mattino a sera è circondato dai trucioli e dalla segatura del suo linguaggio, proprio come un falegname è circondato dai vapori del legno e della colla. Questo impone allo scrittore una responsabilità verso il linguaggio. Ove parole piene di odio vengano brandite come un'ascia contro particolari gruppi di esseri umani, non tarderà a fare la sua comparsa una vera ascia. Lo scrittore può essere il vigile del fuoco del linguaggio, o almeno il rivelatore di fumo. Può e quindi deve.
C'è un esempio che mi riguarda personalmente: le parole "cosmopolita", "parassita" e “intellettuale distaccato" sono etichette spregiative che furono usate sia dai nazisti sia dai comunisti. Mio padre e mia madre, i miei nonni e le mie nonne, furono in gran parte davvero così. Intellettuali europei cosmopoliti. Per i nazisti e i comunisti erano anche parassiti, così negli anni '30, non esitarono a scacciarli - genitori e nonni - dall'Europa. Li scacciarono con disgusto, perché in quegli anni, la mia famiglia, e altri ebrei come loro, erano gli unici europei in tutta Europa. Tutti gli altri erano patrioti lettoni o patrioti serbi. In quegli anni, tutta Europa era ricoperta di graffiti colmi di odio che invitavano gli "ebrei a tornare in Palestina", proprio come gli stessi muri ora sono coperti da graffiti colmi d'odio che inneggiano agli "ebrei fuori dalla Palestina". In realtà la mia famiglia è stata incredibilmente fortunata a essere cacciata dall'Europa. Se l'Europa non li avesse esiliati negli anni '30, la Germania li avrebbe uccisi negli anni '40.
I miei genitori e i genitori dei miei genitori non naufragarono con quel Titanic che era l'Europa degli anni '40. No. Essi furono brutalmente abbandonati sul ponte negli anni '30, quando le luci erano ancora tutte accese e nelle sale gli altri passeggeri, coloro che non erano ebrei, ancora mangiavano, bevevano e danzavano. Ordinavano da quel menu culturale che gli ebrei avevano contribuito a preparare. Danzavano al suono della musica composta, in parte, da ebrei.
Cosmopoliti. Parassiti. Intellettuali distaccati. Uno dei compiti dello scrittore è quello di intervenire e suonare l'allarme ogni volta che il linguaggio, che è il suo strumento di lavoro, viene contaminato. Ogni volta che la gente usa, per un gruppo etnico o religioso o altro, termini come "sudicio" o "crescita cancerosa" o "minaccia strisciante", lo scrittore deve alzarsi e - almeno - suonare il campanello d'allarme del villaggio.

Un altro punto: uno scrittore è un uomo che al mattino si alza, prende una tazza di caffè, si siede alla scrivania e chiede a se stesso: "Cosa succederebbe se fossi in lui? E se fossi in lei? O in sua sorella? O nel marito di sua sorella?" Senza mettersi nei panni di un'altra persona, nella sua pelle, non si può scrivere neppure un dialogo elementare, come una discussione tra marito e moglie su a chi tocca portare fuori la spazzatura, e perché tocca ancora a uno e non all'altro.
Così, uno scrittore, che si guadagna da vivere con il linguaggio, deve gridare quando questo è violentato. E poiché si guadagna da vivere immaginando di essere qualcun altro, forse fa parte dei suoi doveri aiutare le persone a immedesimarsi negli altri - anche al di fuori del suo lavoro letterario, in strada, in cortile, nell'arena politica.
Immedesimarsi con l'altro - non necessariamente amarlo. Non necessariamente essere d'accordo con lui. Non necessariamente sostenere le sue opinioni. Solo, di tanto in tanto, immaginare di essere al suo posto. Io non ho mai sostenuto che bisognasse amare il proprio nemico, non ho mai spinto a "fare l'amore, non la guerra". Ma ho sempre cercato di scendere a patti con il mio nemico, invitandolo a "fare la pace, non l'amore".
E comunque, una persona che impara a immedesimarsi nell'altro diventerà un membro migliore della sua famiglia, un sarto migliore, un amante migliore, e via discorrendo. Ma questo sarà il tema di un'altra serata.

Un uomo di Gerusalemme dovrebbe fare particolare attenzione a non profetizzare. C'è una lotta all'ultimo sangue nel business delle profezie a Gerusalemme. Tuttavia, questa sera, mi assumerò il rischio e offrirò una previsione: quando verrà il giorno - ed è già meno lontano di quanto si possa pensare - quando ci sarà pace tra Israele, lo stato degli ebrei e di tutti i suoi cittadini, e la Palestina - quando verrà il momento, saremo in grado di annoverare tra i costruttori di ponti per la pace un gruppo di scrittori israeliani e palestinesi che non hanno smesso neanche un momento, anche nel bel mezzo del fuoco e del sangue e della rabbia, di immedesimarsi con l'altro e di chiedere a se stessi: cosa proverei se fossi dall'altra parte? Secondo me, quel giorno non è poi così lontano. A tutti voi arrivano notte e giorno cattive notizie, così io sono venuto qui stasera per portarvene una piccola, ma buona: la grande maggioranza degli ebrei israeliani, e la grande maggioranza degli arabi palestinesi sono già pronte a firmare un compromesso concreto per una soluzione con due stati.
Pronte - non felici. I sondaggi popolari, in Israele come in Palestina, mostrano settimana dopo settimana, che il paziente - israeliano e palestinese - è pronto, pur non essendo granché entusiasta, per un'operazione che porterà alla creazione di due stati confinanti. Il paziente si è già rassegnato, più o meno, alla necessità dell'operazione - ma i dottori sono codardi. Con "dottori" intendo i leader di entrambe le parti. Nonostante ciò, non passerà molto tempo prima che ci sia un'ambasciata palestinese in Israele e un'ambasciata israeliana in Palestina. Queste due ambasciate saranno a un tiro di schioppo l'una dall'altra, perché una sarà a Gerusalemme est e l'altra a Gerusalemme ovest. Quasi tutti gli insediamenti israeliani saranno evacuati, e forse le case dei coloni diventeranno le case dei rifugiati palestinesi, i cui problemi dovranno essere risolti all'interno dello Stato di Palestina, non in quello di Israele. I confini permanenti si baseranno sui tracciati del 1967, con modifiche reciproche attuate grazie ad accordi reciproci. Statuti speciali regolamenteranno i luoghi sacri oggetto di contesa. Tutto questo succederà in un futuro non distante, perché entrambi i popoli sono già pronti - non contenti, ma pronti - a una soluzione pratica di compromesso.
Anche se una luna di miele immediata non è verosimile, ci sono buone speranze che in Medioriente si arrivi a maturare gradualmente rapporti di buon vicinato. Lasciatemi arrischiare un'altra previsione, l'ultima per oggi: l'Europa ha versato il suo sangue e il sangue degli altri per più di mille anni prima di gettare le fondamenta dell'Unione Europea. In realtà, l'Europa ha versato più sangue innocente - suo e di altri - di tutti i quattro continenti nel loro insieme. A noi, popolazioni del Medioriente, ebrei e arabi, sarà sufficiente un periodo molto più breve, e durante il cammino verseremo molto meno sangue di quello versato dall'Europa, la quale avrebbe dovuto darci meno lezioni morali e offrire più empatia e assistenza a entrambe le parti, agli israeliani e ai palestinesi. Non scegliere se essere pro-palestinese o pro-israeliana. Ma essere semplicemente pro-pace.

Torniamo al nostro scrittore, quello che vive con i suoi vicini nel villaggio ai piedi del vulcano. Egli deve necessariamente raggiungere un certo compromesso con se stesso e la sua coscienza. Se ignora la crudeltà, il terrore, l'ingiustizia e l'oppressione che lo circondano e si dedica a descrivere il paesaggio mentre la gente intorno a lui viene uccisa, il nostro scrittore tradisce la sua coscienza di essere umano. Dall'altra parte, se trasforma i suoi scritti in un manifesto rabbioso contro la crudeltà e la violenza e l'ingiustizia, tradisce la sua arte e il suo lavoro. Sarà un propagandista e un creatore di slogan, un punto esclamativo che cammina. Da parte mia, quando voglio mandare al diavolo il mio governo, scrivo un articolo, non una storia. (Ho buona ragione di credere che il governo legga i miei articoli, ma che per qualche ragione non sia entusiasta di andare all'inferno). Ma quando sento il bisogno di raccontare una storia - la racconto, di solito con compassione e curiosità e scaltrezza, con umorismo e meraviglia e soddisfazione - in breve, con tutto ciò che possiedo. E racconto la storia perché il bisogno di raccontare e di ascoltare è un bisogno primario, elementare, istintivo, che non dovrebbe essere costretto nei confini della politica o nel recinto della sociologia e dell'ideologia. Il bisogno di raccontare ed ascoltare storie è molto simile al desiderio biologico di sognare. È come il bisogno di ridere o di spaventarsi. È come il bisogno di sesso. Per gli esseri umani, sesso e letteratura sono nate insieme - il primo atto sessuale umano fu indissolubilmente legato alla prima fantasia, la quale dovrebbe essere considerata l'inizio della letteratura.

C'è qualcosa che lo scrittore del villaggio alle falde del vulcano sarebbe meglio non facesse? Sarebbe meglio non rinunciasse alla sua speciale propensione alla visione complessiva. Sarebbe meglio che, quando assume una presa di posizione politica, non la baratti con un punto di vista semplicistico. Molti intellettuali europei prendono in giro gli americani in generale, e Hollywood in particolare, per il punto di vista superficiale e infantile tipico dei film western, dove è sempre ovvio chi è il cattivo e chi è il buono. Ma quando gli stessi intellettuali europei esprimono la loro visione del conflitto mediorientale, non fanno altro che sceneggiare un western hollywoodiano. Provano una spinta irrefrenabile a sostenere i buoni, a condannare i cattivi, a firmare una petizione, a organizzare una manifestazione in favore dei buoni, contro i cattivi, per poi andarsi a fare una bella dormita.
Quando l'argomento era il colonialismo e la decolonizzazione, certamente non era difficile capire chi era il buono e chi il cattivo. Durante la guerra del Vietnam era facile e opportuno vivere in bianco e nero. Nella questione dell'apartheid africano, era palese chi era la vittima e chi il criminale. Ma il conflitto israelo-palestinese non è un western, è una tragedia. È una tragedia nel senso classico del termine: è uno scontro tra due cause giuste. Gli arabi palestinesi sono in Palestina perché la Palestina è la loro madrepatria. Non hanno altra patria al mondo. Gli ebrei israeliani sono in Israele perché, nel corso di mille anni, non c'è stato altro paese, altra nazione, in cui hanno potuto sentirsi a casa. Come individui, sì. Ma come nazione, gli ebrei non hanno mai avuto altra patria che Israele.
La metà degli ebrei israeliani è stata, come la mia famiglia, cacciata dall'Europa. L'altra metà è stata cacciata, o si è salvata per il rotto della cuffia, scappando, dalle terre degli arabi e dei mussulmani. Così né i palestinesi né gli israeliani hanno un altro posto dove andare. Poiché non c'è modo di costringerli a essere una famiglia felice (israeliani e palestinesi non sono una famiglia - sono due famiglie infelici), la piccola casa in cui vivono deve essere divisa in due appartamenti ancora più angusti, in cui devono stabilirsi entrambi. Qualcosa come il divorzio di velluto tra cechi e slovacchi. È così dolorosamente semplice. E diventerà realtà, perché non c'è altro modo.
In Europa esiste una tradizione intellettuale che mi è aliena e distante, nonostante molte persone con opinioni vicine alle mie la sottoscrivano. In questa tradizione europea, quando un intellettuale prende coscienza di una sofferenza umana, di un crimine o di uno spargimento di sangue, corre a firmare una petizione. Per esprimere condanna, indignazione, sdegno e ripugnanza. Per puntare un dito accusatorio. Fatto questo, sente di aver adempiuto ai suoi obblighi morali.
Io provengo da una tradizione diversa. Dall'eredità della cultura ebraica. Si potrebbe anche chiamarla l'eredità morale del dottor Anton Cechov. Se vi trovate sul luogo di un grave incidente automobilistico, o di una scena violenta, la vostra prima responsabilità non è quella di condannare colui che, guidando, ha causato l'incidente, ma piuttosto di aiutare i feriti. Di medicare le ferite. Di portar loro dell'acqua. O di chiamare soccorsi. O per lo meno di tenere la mano dell'uomo ferito.
Spesso, faccio meno fatica a comunicare con palestinesi pragmatici che con gli amici della Palestina in Europa. Le discussioni con gli europei tendono a puntare sull'oltraggio morale, o su espressioni di disgusto, talvolta contro Israele, talvolta contro il fanatismo islamico. I miei incontri con palestinesi pragmatici sono meno simili a cause giudiziarie e più vicini a una conversazione tra dottori in camice bianco nel reparto di terapia intensiva di un ospedale. Qualche volta non siamo d'accordo sull'urgenza di un trattamento, sull'efficacia o sulle controindicazioni di un medicinale. Rimandiamo il discorso su chi è colpevole, o chi è più colpevole, o chi ha iniziato, o chi dovrebbe essere condannato, al momento in cui il sangue smetterà di scorrere.
Lo scrittore, quello che vive e lavora nel villaggio già colpito dal vulcano, farebbe meglio a essere un seguace di Anton Cechov piuttosto che il preside di un collegio vittoriano. Dovrebbe per prima cosa far smettere il massacro. Poi stabilizzare la condizione delle vittime. Quindi, con pazienza e tempo a disposizione, aiutare a guarire le ferite e trattare le cicatrici. Il che richiede delicatezza morale, non sdegno. Richiede compassione, non prediche. Richiede uno sguardo relativista, complesso, paziente e pieno di ironia, non una arida, paternalistica, e rabbiosa sicurezza delle proprie convinzioni.

Forse il punto di intersezione tra la mia politica e la mia opera letteraria è proprio qui, nell'infermeria del villaggio del dottor Cechov. Dopo tutto, non troverete mai nei miei romanzi e nei miei racconti, buoni contro cattivi, carnefici contro vittime, eroi contro mascalzoni. Se mi costringeste a descrivere con una sola parola il tema dei miei volumi, direi: famiglie. Se mi concedeste due parole, direi: famiglie infelici. E se aveste la pazienza di ascoltare più di due parole, allora potreste anche sedervi e leggere i miei libri.
Per come la vedo io, la famiglia è l'istituzione più strana del mondo, la più misteriosa, comica, tragica, paradossale, contraddittoria, affascinante e toccante delle invenzioni umane. Ecco perché io tratto, per lo più, di un singolo argomento: di famiglie infelici.
Ho scritto Una storia di amore e di tenebra per porre un interrogativo: come è possibile che due persone buone, intelligenti, generose, raffinate e reciprocamente premurose - mio padre e mia madre - abbiano dato origine a una grande catastrofe? Come è possibile questa bizzarra equazione secondo cui buono più buono uguale cattivo? In Una storia di amore e di tenebra non sono riuscito a svelare l'arcano. La verità è che mentre stavo scrivendo ho quasi perso interesse nella sua soluzione. Coloro che leggono Una storia di amore e di tenebra nella speranza che alla fine delle sue settecento e più pagine si scoprirà chi è l'assassino, faranno bene a leggere un altro libro. I lettori che vogliono conoscere il colpevole, o quelli che cercano la sadomasochistica brutalità di Chi ha paura di Virginia Woolf? o di Scene da un matrimonio sono finiti nel posto sbagliato.
Vi sono quelli che scrivono le proprie memorie, o la propria autobiografia, per assolvere se stessi o per convincere i propri nemici. O per provare che lo scrittore aveva sempre ragione e che i suoi oppositori sempre torto. O che lo scrittore è una persona meravigliosa, e che se non lo è, la colpa sta tutta nella sua infanzia terribile e nei suoi orribili genitori, così nessuno può ragionevolmente aspettarsi niente di più.
Non troverete nulla di tutto questo in Una storia di amore e di tenebra. Non ho scritto il libro per saldare i conti con i miei genitori o per esorcizzare i demoni della mia infanzia e della mia famiglia. Lasciatemi dire qualcosa di paradossale: la mia infanzia è stata tragica, ma niente affatto infelice. Esattamente l'opposto - ho avuto un'infanzia ricca, meravigliosa, appagante e piena, anche se tutto ciò ha avuto un costo molto alto.
Non ho scritto il libro per prendere commiato dai miei genitori. Al contrario, l'ho scritto quando ho capito che era arrivato il momento di considerarli come se fossero miei figli, e di vedere i miei nonni come se fossero miei nipoti. La tragedia ha avuto luogo quando i miei genitori erano più giovani di quanto non sia mia figlia oggi. Quindi ho potuto scrivere questo libro come se fossi il genitore dei miei genitori, con compassione, ironia, dispiacere, e anche con curiosità, pazienza ed empatia.
Ho scritto questo libro per invitare a casa mia i morti. Questa volta sono io il padrone di casa e loro, i morti, i miei ospiti. Accomodatevi. Gradite un caffè? Un po' di torta? Magari un frutto? Dobbiamo parlare. Abbiamo così tante cose da dirci. Ho molte domande da farvi. Dopo tutto, durante gli anni della mia infanzia, non abbiamo mai parlato. Non una sola volta. Non una parola. Sul vostro passato, su quell'Europa che si è disfatta di voi recando affronto al vostro amore disinteressato, sulla disillusione riguardo al vostro nuovo paese, sui vostri sogni e su come questi sogni sono andati in pezzi, sui vostri sentimenti, sui miei sentimenti, su tutti i sentimenti del mondo, sul sesso e i ricordi e il dolore. A casa parlavamo solo delle prospettive della guerra nei Balcani. O della fondazione dello stato di Israele. O di Shakespeare e di Omero. O di Marx e di Schopenhauer. Oppure della maniglia rotta della porta o del bucato e degli asciugamani.
Così accomodatevi, per favore, cari morti, e ditemi ciò che non mi avete detto prima e io, in cambio, vi dirò quello che non ho mai osato dirvi. Poi vi presenterò mia moglie e i miei figli, che non vi hanno mai conosciuto. Sarebbe bello se arrivaste a conoscervi un poco. A quel punto la vostra visita sarà finita e ve ne potrete andare. Non vivrete con noi. Tornerete a farci visita di tanto in tanto. Sedete un poco, ve ne andrete più tardi. Invece di mettere sotto processo voi e gli altri morti, mi metto al vostro posto. Nei vostri panni. Nella vostra pelle.
No, Una storia di amore e di tenebra non è un libro di memorie né un'autobiografia. È un racconto. Quando, per esempio, ho descritto la camera da letto dei miei genitori, e quella dei genitori dei miei genitori e anche quella dei genitori dei genitori dei miei genitori, non ho potuto, naturalmente, fare delle ricerche. Ho solo potuto chiedere ai miei geni e cromosomi: "Cari geni, per favore, svelatemi i segreti dei morti". E i geni mi hanno rivelato ogni cosa. In dettaglio. Dopotutto i miei geni sono i loro geni.
Un'ultima cosa, e con questo concludo: l'amore frustrato nei confronti dell'Europa. Se dovessimo giudicare sulla base della letteratura ebraica, concluderemo che Israele è interamente costituita da desideri ardenti, traumi, insulti, incubi, speranze immortali e amori disinteressati - amore disinteressato per l'Europa o per l'Oriente, amore disinteressato per un'utopia biblica o un'utopia socialista o ancora per un'utopia piccolo-borghese. I miei genitori e tutta la mia famiglia erano europei. Ed erano ferventi europeisti. Poliglotti. Promotori della cultura e dell'eredità europea, del suo paesaggio, della sua arte, della sua letteratura e della sua musica.
Oh, la sua musica, l'essenza dell'estasi.
Mio padre scherzava sempre amaramente sul fatto che in Cecoslovacchia vivevano tre popoli: i cechi, gli slovacchi e i cecoslovacchi - quest'ultimi eravamo noi, gli ebrei. Diceva che in Jugoslavia c'erano i serbi, i croati, gli sloveni, i bosniaci, ma anche gli jugoslavi - noi, gli ebrei. Ci sono voluti molti anni prima che io comprendessi quanto dispiacere, dolore, struggimento e amore disinteressato stessero dietro questa battuta.
Mio padre poteva leggere sedici lingue diverse e parlarne undici. Mia madre ne parlava cinque o sei. Ma furono molto rigidi nell'insegnarmi solo l'ebraico. A quel tempo, eravamo negli anni '40, non volevano che io conoscessi nessuna lingua europea. Forse temevano che se ne avessi imparato anche solo una, quando fossi cresciuto, un'attrazione fatale mi avrebbe trascinato, come il pifferaio magico, in Europa e lì gli europei mi avrebbero ucciso.
Durante tutta la mia infanzia i miei genitori mi ripeterono che ci sarebbe stato un giorno, non durante la loro vita, ma probabilmente durante la mia, in cui Gerusalemme sarebbe diventata una città reale. Non capivo - non potevo. Cosa voleva dire "città reale?" Ero solo un ragazzo e non conoscevo nessun'altra città. Perfino Tel Aviv era un mito distante per me.
Oggi capisco che con "città reale" la mia famiglia intendeva una città con un fiume che scorre nel mezzo, e ponti che lo attraversano, ponti barocchi o gotici o neoclassici o normanni o slavi.

Traduzione di Marta Codignola
Partecipa alla serata del
.23 giugno






Musica di
.Paolo Birro


 
 
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